Buon compleanno America. Sono passati 250 anni da quel 4 luglio 1776, quando tredici colonie britanniche si sono stancate di pagare tasse senza ricevere servizi adeguati all’impero britannico. E quell’esperimento, che all’epoca forse sembrava un exploit senza capo né coda, alla fine è diventato il Paese più importante al mondo. Quello che detta la linea economica e militare, al di là di Trump. Quello che detta la linea sui costumi e sui consumi. Quello che arriva prima e che racconta nuovi mondi. Non è tutto oro quello che luccica negli Stati Uniti, ci mancherebbe: la pena di morte è presente ancora in molti Stati e le armi si comprano al supermercato.
Però anche questo è sinonimo di democrazia. Una democrazia rivoluzionaria.
Due secoli e mezzo fa era una bestemmia in chiesa ipotizzare che i cittadini comuni scegliessero dei grandi elettori, che poi a loro volta nominavano il presidente degli Stati Uniti. Un sistema elettorale tuttora in vigore, pur con gli inevitabili aggiustamenti, che non ha paura dei cambiamenti. Anzi, proprio l’alternanza tra i due grandi partiti che si sono formati soprattutto nel XIX secolo è il sale di novità.
Ogni candidato presidente promette, ma non per finta come spesso succede in Europa. Promette e prova a mantenere perché altrimenti, dopo quattro anni, va a casa veramente. Il presidente, esecutivo, non ha comunque i pieni poteri. Nei decenni sono nati contrappesi, figli dell’esperienza pragmatica della politica e della necessità di risolvere problemi. Già solo il fatto che esistano le elezioni di midterm, come quest’anno, dà l’idea che va bene avere un capo che decida, ma i dittatori, i principi, i re sono un’altra cosa, che non fa per gli americani.
Che poi, chi sono gli americani? Il paradosso è che tutti potremmo essere americani. Il melting pot, il crogiuolo di persone da ogni continente emigrato in quella vasta terra che sta tra due oceani, è la benzina del boom a stelle e strisce. Poi le regole sono il motore, altrimenti la macchina non avrebbe fatto tanta strada.
Chi approda in America sa che deve portare rispetto, entrare in punta di piedi, integrarsi. Non che chi è già là si snaturi per far posto all’ultimo arrivato… L’ultimo arrivato ha il dovere di inserirsi nella società, anche se è difficile. Si parte dal basso generalmente. Però, però… c’è il sogno: l’American dream. Tutti possono farcela. È pieno di esseri umani capitati in posti sperduti, poi diventati guru mondiali.
Come Jensen Huang: nato a Taiwan da una famiglia semplice, spedito a 9 anni dai genitori presso lo zio a Tacoma nello Stato di Washington, profondo Nord Ovest, e a sua volta catapultato in un dormitorio in Kentucky.
Brutti momenti, quasi bullizzato. Il giovane Huang poi torna, appena può, nello Stato di Washington, dove nel frattempo sono giunti i genitori. Lavora in un fast food, si diploma, si laurea, crea società, fallisce e poi inventa l’azienda attualmente più importante e capitalizzata al mondo, ovvero quella Nvidia valutata circa 4.800 miliardi di dollari, oltre il doppio del Pil italiano. Anche Donald Trump sul finire degli anni Ottanta era fallito dopo aver comprato i Casinò ad Atlantic City. I No sono alla base della crescita americana: quando Elon Musk cercava finanziatori per PayPal ricevette circa 100 risposte negative. Pensate: 10, 20, 30, 50, 80, 100 investitori non credono nella tua idea. Ma tu vai avanti. E alla fine riesci nell’impresa.
Il rischio, la tolleranza del fallimento, o meglio la sacralità del fallimento contribuiscono a sostenere il sogno americano. Se hai fallito, vuol dire che ci hai provato.
E se ritenti sicuramente sbaglierai meno perché hai fatto esperienza. Questa la mentalità alla base. Che poi è quella delle ex colonie… andare oltre, provarci, conquistare nuovi territori, nuovi spazi economici. La corsa al West. Una corsa che non si ferma mai. Tutti puntano a migliorarsi. Una sorta di spinta valoriale-religiosa, dove il ruolo dei calvinisti è predominante: se sei bravo vuol dire che Dio ti vuole bene e viceversa. E c’è da ringraziare Dio per i valori e le possibilità che dona: il giorno del Ringraziamento deriva da quei Padri pellegrini che resero grazie al Signore per il raccolto, dopo anni e anni di disastri climatici e agricoli che aveva portato malattie, morti e fame.
L’aspetto religioso interviene poi in un’altra caratteristica di chi vive negli Usa: l’intolleranza alla bugia.
Vedi Bill Clinton.
Quando scoppiò il caso Lewinsky, la gente non sopportò il fatto che l’allora presidente negò i rapporti sessuali prima di essere travolto dall’evidenza dei fatti.
L’americano è spregiudicato, per certi versi, ma guai se gli dici una cosa per un’altra.
Spregiudicatezza che, ennesima peculiarità morale-religiosa, deriva dal fatto di sentirsi parte di un popolo quasi eletto. Un patriottismo unico perché è strano vedere gente di tutti i colori e di tutte le religioni, unita sotto 50 stelle bianche su sfondo blu e tredici strisce bianche e rosse alternate.
Il patriottismo deriva comunque da una impostazione istituzionale voluta proprio snella. Sette articoli della Costituzione e basta.
Poi 27 emendamenti. Stop.
Grande divisione di poteri con la parte federale divenuta sempre più imponente, ma senza scalfire l’autonomia o a tratti l’indipendenza dei singoli Stati. Non a caso il Senato è formato da due rappresentanti per ogni Stato, con il Rhode island che ha gli stessi senatori della California. E poi ancora un modello giudiziario dove il pm, il procuratore, è eletto dai cittadini: fa campagna elettorale per chiedere un mandato preciso. Separazione delle carriere nettissima. Vera indipendenza della magistratura giudicante tra accusa e difesa, con la giuria popolare a garantire che anche la giustizia deve essere demo-cratica. Dato che il rispetto del diritto, delle norme, a fondamento dell’integrazione. Poche regole e semplici, dunque, perché l’obiettivo primario è uno: la libertà.
Libertà di opinione, di impresa, di crescere, di provarci. Da noi si regolamenta tutto a volte prima che il fenomeno si affermi, basti pensare che la Ue ha normato l’Intelligenza artificiale quando noi nel Vecchio continente non abbiamo campioni di Ia. Invece è proprio l’idea di libertà che attira persone da ogni dove negli States.
Gli Usa diventano potenza, economica e militare, in fin dei conti perché hanno fuso il mondo romano e greco, infarcendolo con gli esempi della Repubblica di Venezia e dei fermenti liberali francesi. Hanno ereditato e fatto loro una tradizione millenaria, rivoluzionandola a misura d’uomo. E la cosa incredibile è che il mondo nuovo ha la Costituzione più vecchia, che si fonda sulle parole sottoscritte da Thomas Jefferson il 4 luglio 1776 nella Dichiarazione di indipendenza, definite come «verità», cioè che «tutti gli uomini sono creati uguali, sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». Certo, in America ci sono 100 milioni di persone che non se la passano bene, c’è un debito pubblico che sfiora i 40.000 miliardi, c’è ancora il razzismo in certe zone, c’è violenza, c’è una corsa sfrenata ai consumi a colpi di carte di credito, ci sono eccessi insomma in tutti i sensi. Però da 250 anni e probabilmente anche per i prossimi l’America punta sempre alla «libertà». E alla «felicità». Lo testimonia pure il Papa che ha ricevuto da Filadelfia la Medaglia della Libertà e, collegato online con il National constitution center ha detto: «Come figlio di questa grande nazione, fondata da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà e una vita migliore per se stessi e per i propri figli, mi unisco a voi nel chiedere la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché gli alti ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’indipendenza continuino a guidare la prosperità della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace».
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Giuliano Zulin
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