Quando 7 aziende sostengono un intero Paese: il rischio senza precedenti per l’economia americana
L’illusione del 92%: cosa rivelano realmente i dati economici statunitensi sul futuro dell’America
A prima vista, l’economia americana si presenta come una superpotenza inarrestabile: un boom del mercato azionario segue l’altro, trainato da una rivoluzione tecnologica senza precedenti. Ma dietro la scintillante facciata di Apple, Nvidia e simili, si cela una profonda spaccatura. Mentre solo sette giganti della tecnologia si fanno carico di quasi tutta la crescita economica e mobilitano investimenti di proporzioni storiche, il “secondo livello” – la tradizionale classe media e l’industria – fatica a tenere il passo. Soffre di produttività stagnante, di una palese carenza di lavoratori qualificati e degli effetti collaterali imprevisti delle politiche tariffarie di Trump. L’economia statunitense si è divisa in due mondi completamente isolati. Questa concentrazione senza precedenti di potere economico non è solo un fenomeno statistico, ma cela un enorme rischio sistemico e spiega le profonde divisioni politiche di un Paese le cui fondamenta economiche poggiano su un numero sempre minore di spalle.
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La concentrazione del potere economico nell’economia americana ha raggiunto livelli storici che persino gli economisti più esperti faticano a spiegare. Le cosiddette “Magnifiche Sette” – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Nvidia, Meta e Tesla – rappresenteranno circa il 33-34% della capitalizzazione di mercato totale dell’indice S&P 500 nel giugno 2026. A titolo di confronto, nel 2015 questa cifra era solo del 12,3%. In un solo decennio, il potere economico è quasi triplicato e si è concentrato nelle mani di poche aziende: uno sviluppo per il quale, secondo gli analisti del servizio di dati DataTrek, non esiste un precedente storico.
Misurato in termini di produzione economica reale, il risultato è altrettanto spettacolare. L’economista di Harvard Jason Furman ha calcolato che, mentre gli investimenti in apparecchiature per l’elaborazione dati e software rappresentavano solo circa il 4% del PIL statunitense nella prima metà del 2025, essi spiegavano contemporaneamente circa il 92% della crescita totale del PIL in quel periodo. Senza questo settore tecnologico, la crescita del PIL statunitense sarebbe stata prossima allo zero. Un’analisi della Stripe Foundation, basata sui dati del Bureau of Economic Analysis, ha calcolato che la domanda di computer e software rappresentava il 46% della crescita potenziale reale del PIL nel 2025, un massimo storico che supera di gran lunga gli anni del boom dell’era delle dot-com.
I flussi di capitale verso questi colossi del settore tecnologico sono inimmaginabili. Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft prevedono investimenti complessivi per 650 miliardi di dollari nel 2026. Aggiungendo Oracle, il totale supera i 700 miliardi di dollari, pari al 2,2% del prodotto interno lordo statunitense. Nel 2025, gli investimenti complessivi delle grandi aziende tecnologiche in ambito tecnologico ammontavano a circa l’1,9% del PIL, una cifra superiore alla somma degli investimenti storici per l’espansione della banda larga a livello nazionale, il programma Apollo e la rete autostradale interstatale.
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Tuttavia, questi dati devono essere interpretati con cautela per evitare di trarre conclusioni errate. La capitalizzazione di mercato non è una misura diretta del contributo al PIL, bensì misura il valore attuale di tutti i guadagni futuri attesi, spesso scontati su decenni. Il fatto che le “Magnifiche Sette” rappresentino un terzo dell’indice S&P 500 non significa che generino un terzo della produzione economica americana. Ciononostante, la correlazione è significativa: queste aziende controllano infrastrutture digitali cruciali da cui dipendono sempre più tutti gli altri settori dell’economia. I servizi cloud (Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud), i motori di ricerca, i social network, i sistemi operativi e le architetture dei semiconduttori non sono più beni di consumo, bensì mezzi di produzione nell’economia moderna.
Anche le classificazioni settoriali possono essere fuorvianti. Il settore dell’informatica in senso stretto (settore NAICS 51) rappresenta solo circa il 5,4% del PIL. Tuttavia, come dimostra un’analisi di Finexus Research, le catene del valore tecnologiche sono distribuite in tutti i settori: servizi finanziari, sanità, logistica, industria manifatturiera – la tecnologia digitale è un motore di produttività ovunque. La vera importanza del settore tecnologico è quindi di gran lunga superiore a quanto suggerirebbero le sole statistiche settoriali.
La seconda corda: la maggioranza silenziosa da sette trilioni di dollari
Chi sono dunque i membri del secondo livello economico americano? Si tratta di un gruppo numeroso, eterogeneo, indispensabile per il funzionamento quotidiano della società, ma sistematicamente sottorappresentato nel discorso politico e mediatico.
Nel primo trimestre del 2026, il settore manifatturiero ha generato un valore aggiunto di circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 9,4% del PIL. Questa quota è storicamente bassa – si attestava ancora al 13,1% nel 2005 – ma è comunque aumentata costantemente in termini assoluti. Misurati in base al contributo al valore aggiunto, gli Stati Uniti rimangono il secondo paese manifatturiero al mondo dopo la Cina. Il settore impiega 12,6 milioni di persone in oltre 239.000 aziende.
Ancora più impressionante è il peso della cosiddetta classe media, ovvero le piccole e medie imprese (PMI). Secondo la Small Business Administration, nel 2025 negli Stati Uniti c’erano circa 36,2 milioni di piccole imprese, che rappresentavano il 99,9% di tutte le imprese del paese. Queste impiegavano 62,3 milioni di persone, ovvero il 45,9% di tutti i lavoratori del settore privato. La loro quota di produzione economica totale è stimata al 43,5% del PIL. Tra gennaio 1995 e dicembre 2024, le piccole imprese hanno creato 20,7 milioni di nuovi posti di lavoro netti, rispetto ai 13,2 milioni creati dalle grandi aziende.
Questo secondo livello comprende molto più della sola produzione manifatturiera. Spazia dall’edilizia e dal commercio al dettaglio alla sanità, all’agricoltura e all’energia, includendo milioni di imprese artigianali, aziende di servizi e commercianti locali. Insieme, questi settori costituiscono la spina dorsale dell’economia fisica, la parte che produce, trasporta, distribuisce e rende i beni fisicamente accessibili: la parte che gli abitanti di Detroit, Pittsburgh o Tulsa sperimentano quotidianamente. Non come un’app su uno smartphone, ma come un edificio industriale, uno scaffale di un supermercato o un letto d’ospedale.
Competitività nel confronto globale: un quadro sfaccettato anziché un giudizio univoco
La competitività delle industrie di secondo livello americane non è un parametro uniforme: dipende fortemente dal sottosettore e dal metodo di misurazione. Nel settore manifatturiero, la verità si trova a metà strada tra la retorica trionfalistica e le critiche fondamentaliste disfattiste.
A livello globale, gli Stati Uniti si classificheranno al primo posto nell’indice Deloitte Global Manufacturing Competitiveness Index, con un punteggio di 100,0, davanti a Germania (90,8) e Giappone (78,0). Misurato in termini di produzione effettiva, gli Stati Uniti rappresentano il 17,3% del valore aggiunto manifatturiero globale, mentre la Cina raggiunge il 28%. Questo divario è significativo, ma gli Stati Uniti producono comunque più dell’intera Unione Europea messa insieme, grazie ai loro punti di forza strutturali nei settori dell’alta tecnologia, farmaceutico, aerospaziale e chimico.
Il costo del lavoro rappresenta l’ostacolo competitivo più evidente rispetto all’Asia. Nel 2025, la retribuzione media settimanale nel settore manifatturiero statunitense si aggirava intorno ai 1.807 dollari, appena superiore a quella di dieci anni prima, se si considera l’inflazione. I produttori statunitensi non possono competere in termini di efficienza dei costi con le strutture salariali cinesi, vietnamite o messicane, ma possono competere in termini di qualità, affidabilità, protezione della proprietà intellettuale e, sempre più spesso, vicinanza al mercato finale. È proprio qui che entra in gioco il dibattito sul reshoring: non tutti i prodotti devono essere economici, ma devono essere disponibili in modo affidabile, tecnologicamente avanzati o prodotti tenendo conto della sicurezza strategica.
L’agricoltura e l’energia rappresentano i punti di forza relativi delle economie secondarie americane su scala globale. Gli Stati Uniti sono un esportatore netto di energia e possiedono le maggiori riserve mondiali di gas naturale, oltre a un sistema di estrazione di petrolio da scisto in espansione. Nel settore agricolo, i produttori americani di mais, soia, grano e cotone sono determinanti per i prezzi globali, grazie a metodi di produzione industrializzati, condizioni del suolo favorevoli e programmi di sussidi governativi.
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Il problema strutturale fondamentale risiede nella crescita sempre più divergente della produttività tra i diversi settori. Le aziende all’avanguardia tecnologica registrano forti aumenti di produttività, mentre nella stragrande maggioranza delle imprese la produttività è stagnante o addirittura in calo da decenni. La Federal Reserve Bank di Chicago ha documentato che per oltre quarant’anni il settore delle tecnologie dell’informazione è stato praticamente l’unico a registrare aumenti costanti della produttività complessiva dei fattori produttivi: tutti gli altri settori hanno contribuito in minima parte a questo risultato.
Gli economisti della Brookings Institution descrivono con precisione le conseguenze: le aziende all’avanguardia tecnologica si sono allontanate dalle masse, controllando sempre più mercati concentrati e realizzando profitti sproporzionati. Allo stesso tempo, l’automazione dei lavori a bassa e media qualifica ha spostato la domanda verso competenze più elevate, ha fatto scendere i salari nella fascia più bassa e ha alterato la distribuzione del reddito a scapito dei lavoratori. Questa dinamica spiega in parte il risentimento culturale che Trump suscita tra il suo elettorato: la percezione di essere stati lasciati indietro è fondata su una reale realtà economica.
Il divario è evidente anche nella disponibilità di capitali. Le sole “Magnifiche Sette” prevedono di spendere 700 miliardi di dollari in investimenti nel 2026. Al contrario, il 40% delle piccole imprese americane si trova a fronteggiare debiti superiori a 100.000 dollari e a fronteggiare una diminuzione delle opportunità di ottenere prestiti bancari. Il divario di capitali tra le grandi aziende tecnologiche e il resto del settore è strutturale e in costante aumento.
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Konrad Wolfenstein
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