Il grande caldo ci impone di ripensare le città


IL LABORATORIO “SIVIGLIA”
Il grande caldo ci impone di ripensare la città per i prossimi decenni, non solo di mettere qualche cerotto. Bisogna riprendere la pianificazione strategica, urbanistica, ambientale che è ferma dall’inizio degli anni 2000, investire in una nuova città con nuovi obiettivi, tra cui la capacità di contrastare le ondate di caldo estremo – ma ormai sarebbe il caso di dire “ordinario” – sia dal punto di vista dell’utilizzo del suolo che da quello dell’energia. La mozione presentata da Leali/AVS in Consiglio Comunale potrebbe essere il primo passo. Mentre le elezioni del prossimo anno dovrebbero essere l’occasione per riparlare di futuro. Perché “è ora di rifare la città”.
Le città del Mediterraneo, tra cui la nostra, sono e saranno le più colpite: temperature in crescita maggiore, elevato tasso di urbanizzazione, popolazione sempre più anziana. “Avvenire” ha raccontato nei giorni scorsi il “laboratorio” Siviglia, dove si sperimentano le soluzioni con cui tutte le città del “mare nostrum” dovranno fare i conti.
Colpisce un’idea tanto antica quanto rivoluzionaria: utilizzare i cunicoli sotterranei non solo per distribuire acqua ma anche per rinfrescare gli spazi pubblici. Sotto Siviglia scorre acqua fredda – come nella città delle sprugole – che attraverso tecniche innovative viene usata per abbassare la temperatura dell’ambiente esterno fino a 8/10 gradi. E poi: corridoi verdi con pergolati, suoli da scorticare per inserire vegetazione – tra un’area grigia e un’area verde può esserci un differenziale di temperatura anche di 12 gradi –, pavimentazioni in ceramica o comunque permeabili, oasi climatiche…
Agire sul suolo ma anche sull’energia: interventi drastici sulle emissioni di carbonio con la riconversione dell’edilizia privata, degli spazi pubblici e delle attrezzature collettive. Efficienza e risparmio, ma non solo. Abbiamo una enorme disponibilità di tetti per l’installazione del fotovoltaico. Ancora più semplice sarebbe il fotovoltaico da balcone, dove si consuma immediatamente ciò che si produce. Sono investimenti semplici che si ripagano in pochi anni. Ma bisogna tornare a programmare.
Naturalmente servono anche gli interventi urgenti: impedire che si muoia di caldo quando si lavora, dare scampo agli anziani soli, ai malati cronici, ai neonati, a chi vive in condizioni di povertà, anche energetica. Come hanno fatto ad Ancona, dando i condizionatori in comodato d’uso a chi non può permetterselo.
Ma non basta l’”adattamento”, bisogna coniugare emergenza e prospettiva. Prospettiva, visione, pianificazione: che sia anche nazionale, quanto meno. Capisco che un Comune da solo non possa fare tutto, anche se “dal basso” si può sempre fare molto.


Ancona, Duomo (2025) (foto Giorgio Pagano)

IL “PARADOSSO VERDE”
Ma veniamo al grande paradosso: il “paradosso verde”. Roberto Della Seta, già presidente di Legambiente, gli ha dedicato il suo ultimo libro. Nell’articolo di domenica scorsa non ho nominato l’ambiente, e c’è chi me lo ha fatto notare. Ma è stata una scelta voluta: ho voluto scriverne a parte. Perché l’ambiente è oggi così poco popolare, mi sono chiesto? Perché – ecco il paradosso – la crisi climatica è sempre più fuori controllo, eppure le risposte necessarie a fronteggiarla sono impopolari, o comunque non popolari come dovrebbero esserlo?
Appartengo a una generazione che ha fatto in tempo a conoscere la città industrialista, quella che ha dissipato l’ambiente. Sono diventato il principale dirigente del “grande vecchio partito” della sinistra spezzina – con un gruppo di giovani come me – nel corso di una durissima battaglia politica e culturale che poneva la questione della centralità dell’ambiente accanto a quella del lavoro. Ho fatto, abbiamo fatto, errori, ma una rotta nuova è iniziata. Mi ricordo, all’inizio di quella battaglia, un congresso del PCI spezzino: a sostenere l’emendamento alle tesi congressuali contro il nucleare – c’era stato Chernobyl! – eravamo in due, io e Enrico Sassi. Il dirigente nazionale intervenuto al congresso – Napoleone Colajanni – ci “massacrò”. Da allora la sinistra è cambiata, la città con essa, grazie anche e soprattutto alla spinta dei movimenti ambientalisti.
So che non basta, che bisogna andare ancora avanti, molto avanti. Che quei piani di inizio 2000 sono superati. Eppure sento che i tempi sono diversi: la transizione ecologica è vista da molti come un “massacro sociale”, un progetto tecnocratico imposto ai popoli dalle élite. Che fare? Bisogna reagire alle tante bugie in circolazione, ma soprattutto saper coniugare questione ambientale e questione sociale: perché i ceti popolari vedano nella lotta per l’ambiente la loro lotta.
Il nodo è questo: le fonti rinnovabili producono sempre più energia, e costano sempre meno. Però continua lo scetticismo, se non l’opposizione, verso di esse. Perché?
Il direttore di “QualEnergia” Sergio Ferraris ha dato questa risposta:
Le rinnovabili sono per loro natura intrinsecamente diffuse. E proprio grazie a ciò possono trasformare il sistema energetico da un oligopolio centralizzato, governato da poche corporation che controllano pozzi, gasdotti, centrali e infrastrutture energetiche in un sistema distribuito in cui milioni di soggetti – solo in Italia oggi abbiamo oltre due milioni di impianti rinnovabili – diventano proprietari dei mezzi di produzione dell’energia. Passando dal ruolo passivo di spettatori a quello di protagonisti.
Lo scenario dei mercati energetici, ma non solo, potrebbe mutare in pochi anni passando dal sistema centralizzato di oggi a quello distribuito e sconvolgendo equilibri industriali e fiscali consolidati da decenni immutabili. In pratica potremmo essere alla soglia di una vera rivoluzione energetica nella quale gli enormi soggetti protagonisti della scena energetica di oggi, che hanno estratto e accumulato enormi valori da tutti i corpi sociali, potrebbero essere destinati all’oblio, non a causa delle nuove fonti rinnovabili, ma per l’introduzione di dinamiche di produzione e consumi energetici letteralmente ingestibili da questi soggetti, sia per ragioni di mercato, sia per motivi culturali e politici.

Secondo me Ferraris ha ragione. Sono le élite a non volere le rinnovabili, è il contrario di quel che si vuole far credere. Perché sta nascendo un sistema energetico distribuito che inquina meno, costa meno, ci salva dal grande caldo e soprattutto è più democratico. E spaventa gli oligopoli, i potenti delle fonti fossili.
Eigg e Samsø, le isole scozzesi e danesi 100% rinnovabili, sono divenute laboratori comunitari, mentre in Italia le Comunità Energetiche Rinnovabili sono state azzoppate alla nascita dal governo che, non contento di avere imposto dei limiti in termini di potenza, indebolendole nella culla, ha anche tagliato i fondi in corso d’opera.
Si vuole impedire un sistema nuovo, in cui chi possiede i mezzi di produzione diventa protagonista. Come sempre, è innanzitutto una questione di potere, di democrazia. E’ questo che fa paura, più che questa o quella tecnologia. Questione ambientale, questione sociale, questione democratica sono intimamente connesse tra loro. Quando tutti lo comprenderemo, il paradosso sparirà.


lucidellacitta2011@gmail.com


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 Niccolò Re

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