Circa 300 firme chiedevano di rivedere il tracciato della pista ciclabile, ma l’Amministrazione Funaro tira dritto: il confronto arriva quando il progetto è già sostanzialmente definito e la partecipazione finisce per diventare una consultazione a posteriori
La barzelletta della partecipazione continua. Il Comune annuncia trionfalmente l’ok della Giunta alla pista ciclabile di via Doni e presenta il progetto come il risultato del confronto con residenti e commercianti. Peccato che, andando oltre la propaganda, la storia sia un po’ diversa.
Il problema, infatti, nasce prima ancora degli incontri. L’impostazione iniziale della pista deriva da una proposta di FIAB, accolta dall’Amministrazione praticamente come un progetto da prendere per buono in partenza, in nome della parola magica: «mobilità sostenibile». E da lì nasce un modello che ormai a Firenze conosciamo bene: si decide il percorso sulla carta, si costruisce il progetto e solo dopo, quando il progetto è ormai sostanzialmente confezionato, si va a incontrare chi in quella strada ci vive e ci lavora.
Ma una pista ciclabile non attraversa un rendering. Attraversa una strada vera, con negozi veri, residenti veri, attività commerciali, carico e scarico, parcheggi, accessi alle abitazioni, problemi quotidiani e viabilità dei mezzi di soccorso.
E infatti, quando finalmente residenti e commercianti sono stati coinvolti, le obiezioni sono arrivate. Sono state raccolte circa 300 firme e la richiesta era molto precisa: valutare lo spostamento della ciclabile da via Doni a via Bellini, per evitare le conseguenze che il progetto avrebbe avuto su parcheggi, accessibilità e attività commerciali.
È proprio su questo punto che Francesca Caroti, coordinatrice di Abusivismo e Degrado Firenze, interviene con parole durissime, chiedendosi anzitutto «a cosa è servita quella riunione?». Secondo Caroti, residenti e negozianti avevano espresso «in modo chiarissimo la loro contrarietà» alla ciclabile in via Doni, avevano raccolto firme e avanzato richieste precise per modificare il tragitto, ma «alla fine si è deciso comunque di procedere». La sua critica investe direttamente il senso stesso del confronto: «Ci avete chiesto di partecipare, di parlare, di esporre i problemi. E poi avete fatto comunque quello che avevate già deciso».
Caroti ricorda anche le questioni concrete sollevate durante la riunione di quartiere, a partire dall’impatto sul commercio e sulle operazioni di carico e scarico. Via Doni, sostiene, sarebbe rimasta «una delle poche strade del quartiere dove ci sono ancora negozi, attività, passaggio e una parvenza di vita quotidiana normale». E tra le criticità viene indicata anche la funzione della strada per i mezzi di soccorso diretti verso Careggi: «via Doni è oggi una direttrice importante e agevole per i mezzi di soccorso verso Careggi», sottolinea Caroti, ricordando che la zona è abitata anche da molti cittadini anziani.
La preoccupazione, dunque, non riguarda soltanto la pista in sé, ma l’effetto complessivo che il nuovo assetto potrebbe produrre su un rione già alle prese, secondo la coordinatrice, con un «degrado pesante». Il timore è che una riduzione del passaggio possa avere ulteriori conseguenze sulle attività commerciali e sulla vivibilità della zona. Da qui la domanda polemica: «Conta di più realizzare una ciclabile per accontentare “pochi ma buoni” piuttosto che ascoltare chi vive e lavora qui?»
E il Comune cosa ha fatto? Ha fatto qualche modifica. Ha aggiunto due stalli per il carico e scarico, ne ha spostati altri, ha ridotto la larghezza della pista, ha rivisto alcuni parcheggi. E poi ha fatto esattamente quello che aveva deciso di fare prima: la ciclabile resta in via Doni. Insomma, il nuovo modello di partecipazione dell’Amministrazione Funaro e dell’assessore Giorgio sembra essere questo: «Vi ascoltiamo. Poi decidiamo noi». Che, sia chiaro, è perfettamente legittimo. Un’Amministrazione governa e, alla fine, deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Ma allora sarebbe molto più onesto dirlo, senza confezionare ogni modifica come la prova di un progetto nato dal confronto con il territorio.
Perché se il progetto nasce da un’idea esterna, viene fatta propria dall’Amministrazione, il percorso viene individuato senza un vero confronto preventivo con chi vive e lavora in quella strada e il confronto con cittadini e commercianti arriva quando il progetto è ormai quasi pronto, chiamarlo «partecipazione» appare quantomeno generoso. E soprattutto: se la richiesta centrale del territorio era cambiare il tracciato e il tracciato rimane quello contestato, le richieste principali non sono state accolte. Sono state accolte alcune correzioni. Non la sostanza.
La stessa Caroti arriva quindi a una conclusione amara: «Inutile perdere tempo alle riunioni di quartiere. Non andateci», perché, se le decisioni sono già prese prima ancora di ascoltare i cittadini, quelle riunioni rischiano di diventare «soltanto una formalità». Una provocazione che sintetizza perfettamente il nodo della vicenda: che senso ha chiedere ai cittadini di partecipare se il confronto non può incidere sulle decisioni fondamentali?
E c’è anche un’altra chicca: il Comune ci fa sapere che nel 2027 verranno concordate con Quartiere, residenti e commercianti modalità e tempistiche dei lavori. Quindi siamo ancora alla fase del «tranquilli, ci confronteremo», dopo che la decisione fondamentale è già stata presa. Forse sarebbe più corretto chiamarla partecipazione a posteriori. Prima si decide. Poi si progetta. Poi si presenta il progetto. Poi si ascoltano i cittadini. Poi si modifica qualche dettaglio. E infine si annuncia che il progetto è stato «condiviso con il territorio».
Una domanda, però, rimane: se i cittadini e i commercianti fossero stati realmente coinvolti all’inizio, prima di trasformare la proposta FIAB in un progetto quasi definitivo, oggi saremmo arrivati allo stesso risultato? Questo sarebbe interessante saperlo. Perché la mobilità sostenibile non può diventare un lasciapassare per decidere prima e discutere dopo.
Altrimenti il messaggio che arriva ai cittadini è piuttosto semplice: «Vi abbiamo ascoltato. Abbiamo preso atto delle vostre richieste. E abbiamo deciso di fare comunque come avevamo già deciso». Ed è proprio questa la sensazione che emerge dalle parole di Caroti, che chiude con un sarcasmo amaro: «Un grazie per averci ascoltato». Poi l’avvertimento: «Spero che le persone se ne ricordino», quando sarà il momento di riprendere in mano quel famoso «lapis».
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Roberto Vedovi
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