Giorgia Meloni non sembra più avere molta voglia di fare da ponte tra Donald Trump e l’Europa. Nell’intervista concessa al New York Times ha raccontato con una certa franchezza la delusione per il rapporto con il presidente americano: «Pensavo che con Trump le cose sarebbero state più facili», vista la convergenza su immigrazione e cultura woke. «Le cose, invece, sono andate diversamente». E alla domanda su un possibile colloquio dopo l’estate ha risposto con un poco impegnativo «vedremo».
Non è una rottura con Washington. Meloni continua a considerare «molto importante» l’unità dell’Occidente e assicura che la strategia italiana non viene decisa sulla base delle relazioni personali. Ma qualcosa è cambiato. E l’Ucraina è il terreno sul quale questo cambiamento si vede meglio.
Ieri, nel giorno del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza, Meloni ha partecipato in videocollegamento alla riunione della Coalizione dei Volenterosi, ribadendo il sostegno italiano alla sovranità e all’integrità territoriale ucraina, la condanna degli attacchi russi e l’impegno a rafforzare la resilienza energetica di Kyjiv. Nel vertice i leader hanno concordato anche sulla necessità di aumentare la pressione su Mosca e contrastare l’elusione delle sanzioni.
Non è però una conversione lineare. L’Italia, fin dall’inizio, ha guardato con cautela alla Coalizione dei Volenterosi, iniziativa franco-britannica nella quale Roma non ha mai mostrato l’entusiasmo di Parigi o Londra. La sua partecipazione è diventata progressivamente più convinta soprattutto quando il rapporto tra Trump e gli alleati europei ha iniziato a deteriorarsi. Più Washington si allontanava dall’Europa, più per Roma diventava importante non restare ai margini del gruppo che discuteva il futuro della sicurezza del continente.
Anche oggi, tuttavia, la formula italiana resta diversa da quella di altri partner. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, lo ha chiarito senza molti giri di parole: «Non debbano esserci militari italiani in territorio ucraino», perché «noi non siamo in guerra con la Russia». L’Italia, ha spiegato, è favorevole a rafforzare la difesa europea e ha sottoscritto a Parigi un percorso per una protezione contro i missili balistici, ma «la presenza militare è un altro discorso».
È qui che emerge l’equilibrismo italiano. Roma vuole stare dentro la discussione europea sulla sicurezza, sostenere Kyjiv e aumentare la pressione su Mosca, ma senza oltrepassare quella che considera una linea rossa: l’impiego diretto di militari italiani in Ucraina. Tajani, nello stesso giorno, ha detto che serve un piano di pace concordato tra Russia e Ucraina e che Italia, alleati e Stati Uniti dovranno discuterne insieme.
Nel frattempo gli altri europei alzano il livello del loro impegno. Emmanuel Macron ha ribadito che «un popolo libero non si sottomette» e che Francia, Europa e Volenterosi sono al fianco dell’Ucraina. L’Unione europea ha annunciato 6,1 miliardi di euro per difesa aerea, missili, munizioni e radar. A Kyjiv, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha indicato nell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue «la migliore garanzia di sicurezza» per il futuro del continente. Anche Londra ha fatto un altro passaggio verso l’Ucraina: il premier britannico Andy Burnham ha consegnato i progetti necessari per consentire a Kyjiv di produrre localmente i missili Storm Shadow, mettendo a disposizione, assieme a Parigi, informazioni sensibili sui componenti britannici. Una decisione destinata a inasprire ulteriormente i rapporti con Mosca, che nei giorni scorsi ha deciso di non nominare – per ora – un successore di Andrey Kelin come ambasciatore alla Corte di San Giacomo.
Eppure, proprio mentre Meloni si colloca dentro questa cornice occidentale ed europea, sul fronte interno si prepara un problema. A destra c’è chi vuole portare la politica italiana nella direzione opposta. Roberto Vannacci, con il suo Futuro Nazionale, ha messo nero su bianco nel programma del partito lo stop agli aiuti all’Ucraina. La Lega, già attraversata da perplessità sul sostegno militare a Kyjiv, sente così crescere la concorrenza sul fianco destro.
Il punto è che dopo le vacanze la questione smetterà di essere soltanto una disputa politica e tornerà a essere una questione parlamentare. Camera e Senato riprenderanno i lavori il 9 settembre e in autunno è atteso il possibile tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina da tempo promesso – anche considerato che l’ultimo è stato approvato alla fine dell’anno scorso, il che significa che nel 2026 il governo Meloni non ha autorizzato nuove forniture. Ed entro la fine di quest’anno, inoltre, il Parlamento dovrà decidere se rinnovare l’autorizzazione che consente al governo di continuare a fornire assistenza militare a Kyjiv.
La discussione potrebbe essere resa ancora più complicata dalla difesa antiaerea. L’Italia dispone dei Samp/T, ma le batterie disponibili sono limitate e un ulteriore trasferimento all’Ucraina avrebbe un costo sulle capacità nazionali. Sullo sfondo c’è anche la trattativa tra Washington e Kyjiv sulla possibilità di produrre in Ucraina i missili intercettori PAC-3 dei Patriot. Un eventuale no americano aumenterebbe la pressione sugli europei, mentre anche un sì non risolverebbe il problema nel breve periodo.
Per Meloni, dunque, l’Ucraina rischia di diventare uno dei primi grandi banchi di prova dell’autunno. Non soltanto per stabilire quali armi l’Italia sia disposta a inviare, ma per definire quale posto voglia occupare nella sicurezza europea. La presidente del Consiglio ha scelto di non seguire Trump quando la Casa Bianca ha iniziato a mettere in discussione l’equilibrio transatlantico. Ma nemmeno vuole aderire senza riserve alla linea dei partner più interventisti.
È una posizione che può funzionare finché le distanze restano gestibili. Diventa più difficile quando entra in scena Vannacci. Perché il generale non chiede soltanto di non mandare soldati italiani in Ucraina: chiede di fermare gli aiuti militari. E mentre Tajani traccia una linea rossa sul coinvolgimento diretto dell’Italia, Futuro Nazionale prova a trasformare quella prudenza in una linea politica più ampia.
Meloni, insomma, deve tenere insieme due equilibri. Fuori dai confini, quello tra Washington e un’Europa che si sta assumendo più responsabilità sulla propria sicurezza. Dentro la maggioranza, quello tra il sostegno a Kyjiv e una destra che sente crescere la concorrenza di Vannacci.
Uscire dall’ombra di Trump non significa quindi per la presidente del Consiglio approdare semplicemente dall’altra parte. Significa entrare in uno spazio più stretto, nel quale ogni scelta sull’Ucraina può diventare contemporaneamente una partita europea, una partita atlantica e una partita interna alla destra italiana.
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