13.35 – martedì 25 agosto 2026
Di Luca Franceschi
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La senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia, già Presidente della Commissione di vigilanza Rai, interviene sulla chiusura di Rai Scuola lanciando un duro atto d’accusa contro l’attuale gestione del servizio pubblico radiotelevisivo.
Secondo Floridia, sarebbe un errore considerare la chiusura di Rai Scuola come un episodio isolato. Per comprendere cosa sta accadendo alla Rai è necessario ricostruire l’intero quadro della situazione. La senatrice afferma che il centrodestra ha messo in atto una vera e propria occupazione del servizio pubblico, come emerge dalla direzione politica impressa all’azienda. Le decisioni sui palinsesti, sulla scelta dei conduttori, sullo spazio da dare ai giornalisti e su quali professionisti debbano invece diventare bersaglio, sarebbero tutte frutto di questa strategia. Lo stesso accadrebbe per i programmi, con alcuni valorizzati e altri messi sotto pressione, mentre la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, che dovrebbe rappresentare lo strumento attraverso cui il Parlamento esercita il controllo sul servizio pubblico, risulterebbe di fatto paralizzata.
La parlamentare pone particolare attenzione sulla vicenda di Report, trasmissione che da tempo sarebbe diventata uno dei principali bersagli della maggioranza. La questione assume contorni inquietanti quando si scopre che i dati relativi ad altre trasmissioni, formalmente richiesti dalla Commissione di Vigilanza, non sono stati forniti al Parlamento. Al contrario, quelli relativi a Report sono finiti nelle mani di un quotidiano di proprietà della famiglia Angelucci, definita come vicina al governo. Da lì sarebbe partita una serie di attacchi di Fratelli d’Italia contro il conduttore Sigfrido Ranucci. Quest’ultimo si ritroverebbe così vittima per tre volte: prima dell’attentato che ha colpito la sua famiglia, poi di una vicenda che lo ha visto coinvolto suo malgrado nei rapporti con Lavitola, e oggi di una Rai che, sotto il governo Meloni, sembrerebbe aver trasformato Report e il suo conduttore in un problema politico da eliminare.
Il disegno, secondo Floridia, non si fermerebbe qui. C’è infatti la riforma della governance della Rai, e bisogna guardare anche ai tempi. Il Governo vorrebbe cambiare le regole per arrivare alla nomina di un nuovo consiglio di amministrazione prima delle prossime elezioni. Il risultato è chiaro: che il centrodestra vinca o perda le elezioni, si ritroverebbe comunque con un CdA costruito sotto il proprio governo e con un presidente Rai espressione della propria maggioranza. Non più un presidente percepito come figura di garanzia, ma come rappresentante di una parte. Una Rai monocolore. È questa la partita in corso, e dentro questa partita rientra anche la questione Rai Scuola.
Il canale ha una storia importante e durante la pandemia ha svolto una funzione straordinaria: quando milioni di studenti non potevano frequentare le lezioni in presenza, la scuola entrava nelle case anche attraverso la televisione. Ora viene comunicato che i contenuti saranno disponibili su RaiPlay. Ma un servizio pubblico non può ragionare soltanto sulla disponibilità tecnica di un contenuto, deve chiedersi chi riesce davvero ad accedervi. Non tutte le famiglie possono permettersi una smart TV, un computer per ogni figlio, una connessione veloce e stabile. E c’è un’altra contraddizione: Rai Scuola viene spostata sempre più verso il digitale mentre nelle scuole l’utilizzo degli smartphone viene vietato o fortemente limitato. Per una parte delle famiglie, quindi, quel canale televisivo rimaneva e rimarrebbe un presidio fondamentale.
La scelta è indicativa anche sotto un altro profilo. Al posto di Rai Scuola arriva un canale dedicato al racconto dell’identità italiana, dei territori, delle tradizioni e delle eccellenze del nostro Paese. Raccontare l’Italia non è certamente un problema. Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni, secondo Floridia, ha abituato al revisionismo storico. Bisogna quindi porsi una domanda più grande: è questa la funzione del servizio pubblico?
La risposta della senatrice è negativa. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare. Dovrebbe dettare l’agenda anziché inseguirla, aprire spazi, educare, formare, elevare. Dovrebbe utilizzare i propri canali per mettere il cittadino nelle condizioni di conoscere il mondo, comprenderlo e giudicarlo. Non per un tornaconto politico, per costruire consenso, o celebrare il governo di turno. Ma per una ragione molto più alta: formare cittadini. Questo perché dietro ogni scelta sulla scuola, sulla cultura e sull’informazione c’è sempre una domanda politica fondamentale: che tipo di società vogliamo costruire?
Floridia evidenzia una contraddizione profonda. Da una parte viviamo dentro una società civile che chiede sempre più libertà, creatività, conoscenza, capacità critica, espressione individuale. Dall’altra assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate. Ma la società postindustriale descritta da Domenico De Masi ha insegnato una cosa fondamentale: quando la conoscenza, l’informazione e la creatività diventano il centro della produzione sociale, la libertà culturale non è più un lusso. Diventa una necessità. Il compito della politica non può essere quello di controllare questa energia, ma liberarla.
La Rai dovrebbe essere proprio il luogo nel quale una ragazza può incontrare un libro che non avrebbe mai letto, un ragazzo può scoprire una scienza che non conosceva, una famiglia può capire meglio il mondo, un cittadino può ascoltare un’opinione che non condivide e imparare comunque qualcosa. Questo significa servizio pubblico. Non dire al cittadino cosa pensare, ma dargli gli strumenti per pensare. È una differenza enorme. Ed è anche la differenza tra una televisione di governo e una televisione della Repubblica. La prima cerca spettatori. La seconda costruisce cittadini, ed è questa, oggi, la vera rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno, conclude la senatrice del Movimento 5 Stelle.
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