«La mafia non esiste: è un’invenzione della stampa del nord per vendere più giornali». Non è che la battuta sia particolarmente originale, ma quando la dice un personaggio di “L’onore e il rispetto”, sceneggiato di vent’anni fa che sto riguardando per diletto, mi viene in mente il woke, la mafia di questo decennio.

La puntata in cui viene detta è in media con roba che vent’anni fa poteva serenamente andare in onda su Canale 5 nonostante la totale assenza di redenzione e di trionfo delle forze del bene: incesti, ammazzamenti, stupri e chi più ne ha. Tuttavia, adesso che è su Prime reca uno dei molti segni del nuovo mondo che sciattamente chiamiamo “woke”.

Al principio d’ogni puntata, si avvisano gli spettatori delle possibili suscettibilità che scorreranno sullo schermo. Violenza, contenuti sessuali, fumo. Sì, ogni tanto squartano qualcuno e un accoppiamento su due è uno stupro, ma vuoi mettere quant’è diseducativo che si accendano una sigaretta (un’intera sottotrama di quella puntata riguarda un eroinomane, ma evidentemente la scena con la siringa in vena è considerata meno passibile di suscettibilità di quelle in cui qualcuno tira fuori un portasigarette dalla giacca).

Ma il vero segno che “L’onore e il rispetto” è una produzione di vent’anni fa è la scena in cui il mafioso, per addestrare il virgulto di famiglia, gli regala una pistola e pretende spari al cane. Pensa oggi. Le rivolte di piazza. Piersilvio dovrebbe scappare all’estero. Ci sarebbero come minimo delle interrogazioni parlamentari. Va bene le stragi, va bene gli stupri, ma tu Fido non me lo tocchi capitoooo.

Ho letto di tutto, nei giorni successivi all’intervista in cui Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto un resoconto del primo woke che pareva quello di un addio al nubilato, «abbiamo proprio fatto le pazze». Riflessioni scritte da gente che ha chiaramente dovuto chiedere a ChatGPT cosa fosse il woke e a volte pure chi fosse AOC. Recriminazioni scritte da gente che si autocertifica opinionista sul woke da quando c’era la lira. Rimbrotti di chi dice che rinnegando il woke rinneghiamo i diritti civili (ma chi, ma cosa).

Qualcuno – da Ilaria Salis su fino a Chiara Valerio – argomenta che i diritti funzionano per moltiplicazione e non per sottrazione, che è una delle posizioni più prive di senso della realtà che si possano avere: il tempo è una quantità finita, l’attenzione è una quantità finita, i soldi sono una quantità finita; quel che decido di investire sugli asterischi nelle lingue romanze o sulla rimozione delle opere di autori immorali dai piani di studio, non lo sto investendo per risolvere problemi non immaginari.

Vorrei, tanto per cambiare, parlare di me, per una volta che sono qualificata non tanto ad analizzare un tema quanto a ricostruire come il tema è stato affrontato. “L’era della suscettibilità” sarebbe rimasto quel che era: qualche anno di miei appunti in cui mai compariva la parola “woke”, non solo perché il gergo è sempre un crampo dell’intelletto ma perché, dovessi tener lezioni ad aspiranti iconoclasti, direi loro di non usare il lessico della religione che intendono demolire; c’era invece sempre la parola che mi pareva il punto, “suscettibilità”.

Tutta la deriva prescrittiva sul linguaggio e integralista sui posizionamenti è una gigantesca forma di fragilizzazione degli esseri umani: io creo un mondo in cui tu non debba mai affrontare nulla che ti turba – una lezione sgradita in università, una scena spiacevole in un film, una battutaccia al bar – e tu non potrai mai sviluppare le doti che fanno di un essere umano un adulto. Un piano perfetto, se vuoi una popolazione di dodicenni senili ai quali vendere cose.

“L’era della suscettibilità” fosse stato per me non sarebbe diventato un libro, anche perché c’era già “The coddling of the American mind” (mai tradotto in Italia nonostante uno degli autori sia Jonathan Haidt, che dopo aver venduto fantastiliardi di copie con “La generazione ansiosa” potrebbe pubblicare qualunque cosa: aspetta che si accorgano che lui sulla mattana letale del woke c’era arrivato prima, e vedrai i recuperi editoriali).

Ma poi è arrivata la pandemia, i femminili non hanno più avuto abbastanza pubblicità e quindi abbastanza introiti da pagare chi non scriveva per due lupini e un’oliva, e io mi sono ritrovata con molto tempo libero. Ho fatto una cosa che in genere i non esordienti non fanno: ho scritto un saggio che nessuno mi aveva commissionato.

L’ho già raccontato: un’amica che fa la editor rifiutò il libro dicendo che era un tema che interessava a cinque persone su Twitter. Il libro è uscito da cinque anni e mezzo e io non ho mai lasciato passare cinque ore e mezza senza sbeffeggiarla per la sua mancanza d’intuito; ma il bello è che aveva ragione.

Il motivo per cui “L’era della suscettibilità” ha avuto un discreto successo di vendite e una enorme rassegna stampa non è che qui esistesse il woke: hanno ragione quelli che dicono che qui non è mai esistito (a parte Simone Lenzi, la nostra Baaast’n a Livorno). È stata una delle molte americanizzazioni tardive e mal fatte, una delle molte emulazioni fallite, per varie ragioni tra cui il fatto che in Italia esistono i sindacati e i contratti di lavoro non hanno clausole morali. Ma soprattutto, perché qui le università non contano niente.

In Inghilterra se un professore mitomane sta per essere smascherato si ammazza, in Italia si prende due settimane di ferie. In America se in nome dell’intersezionalismo un corso di laurea decide di sostituire Shakespeare con una poetessa trans thailandese è un caso di cui si parla in tutto il mondo, qui tutti gli studenti che dovrebbero accorgersene sono fuori corso e hanno saltato la lezione per andare a prendersi uno spritz.

La mia amica che non volle pubblicarlo aveva ragione a dire che qui – Lenzi a parte – non si disfavano carriere per indelicatezze di lessico, ma non aveva capito che la forza di quel libro era il concentrarsi sul fatto che erano tutti scemi: quelli che si offendevano, quelli che ci facevano la morale, quelli la cui identità risiedeva non in ciò che erano in grado di fare ma in ciò su cui erano in grado di rompere i coglioni. La fortuna di quel libro dipende dal fatto che nel 2021 nessuno in Italia aveva sentito la parola “woke” ma tutti avevano già avuto i coglioni rotti più volte, per qualche parola innocua su qualche social o in qualche articolo, da qualche autonominato custode della pubblica morale il cui micropotere era dovuto alla rumorosità.

Il maggior portato del woke, in Italia, è consistito nel procurare un reddito a quattro sceme che si sono messe a fare le ideologhe su Instagram. È stata, quella deriva, prerogativa loro e delle loro follower, che con la convinzione di bambini alla recita di Natale sono andate avanti anni a usare la schwa, o formule magiche come «maschio bianco cis», o a parlare della necessità della decolonizzazione perché non si trovavano i fondotinta per l’incarnato africano (non a New York, dove la richiesta avrebbe un senso: a Isernia, dove non esiste borghesia non bianca; se sei nera, o sei bracciante nei campi o sei campionessa sportiva milionaria che ha sbagliato strada mentre andava in costiera amalfitana).

Poi certo, i giornali sono andati dietro a queste scemenze, ma è perché i giornali italiani vanno dietro a tutto, disperati come zitelle anziane che temono che ogni treno sia quello che sarebbe tragico perdere. Gedi fece un contratto a Michela Murgia perché, nelle sue storie di Instagram, metteva all’indice ogni titolo che per brevità ometteva il cognome a qualche donna, tutto sessismo, tutto patriarcato, e a un certo punto pensarono fosse conveniente cercare di cooptarla commissionandole delle linee guida su come usare l’on line. Col risultato che la redazione di Repubblica si rivoltò, stai a vedere che dobbiamo farci dire dalla Murgia come scrivere: non c’è woke che possa vincere su un rappresentante sindacale, in questo paese giustamente attaccato alle vestigia del Novecento.

E non sono soli, i giornali, nella loro poco attraente zitellaggine. Un editore (un altro) che pure aveva rifiutato “L’era della suscettibilità” dopo l’uscita telefonò alla mia agente coprendosi il capo di cenere e chiedendo se per caso ci fosse un libro uguale o giù di lì che poteva pubblicare: chiunque non abbia fatto i soldi sbeffeggiando il woke nell’editoria italiana d’inizio decennio non è portato per fare i soldi con l’editoria.

Dice: ma tu pensi solo al fatturato. Sì, ma pure loro. È che – sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio, sarà forse perché ci viene da ridere quando Franzen dice che non può guardare i quadri di Caravaggio sapendo che è un assassino – il fatturato qui era minore. Le quattro sceme di Instagram e le campagne inclusive degli shampi, qualche consulenza aziendale per la diversity, equity and inclusion (cioè: gente pagata per dire ai marchi di shampoo «se hai assunto un nero, promuovilo; se è nero e gay, doppio punteggio»), robetta.

Lì, un’italoamericana può diventare ricca scrivendo “Fragilità bianca”; a Roma, un autore può farsi scrivere in quarta di copertina d’un romanzo «Lavora, attraverso la scrittura, alla decostruzione del proprio privilegio di classe e di genere» e non ricevere comunque chiamate delle aziende di shampi che dovrebbero bramarne le consulenze.

Quando “L’era della suscettibilità” era uscito da abbastanza poche settimane da essere ancora in classifica, L’Espresso mise in copertina un uomo incinto, uno dei molti deliri postmodernisti: tra i fideismi prescrittivi di quell’ideologia, c’era anche il considerare oscurantista e reazionario chi sostenesse che, tu pensa, per figliare si dovessero avere gameti femminili. Potremmo dire che quindi il woke c’era? Vi rispondo solo se voi prima rispondete a: ma nel 2021 vi pare che L’Espresso esistesse ancora?

Però il fatto che il woke facesse capolino nei libri, nei giornali, nell’Instagram, sulle confezioni di shampoo con l’arcobaleno, tutte queste emulazioni d’America lontana non lo rendono un fenomeno reale e non dall’altra parte della luna. Certo che Myrta Merlino s’inginocchia nel 2020 in uno studio televisivo di Roma per George Floyd, ma non è così che si misura un fenomeno: se avesse attecchito, se avesse formato nuove sensibilità, qualche conduttrice si sarebbe inginocchiata nel 2026 per Abderrahim Fakir, ammazzato a Bologna proprio come George Floyd.

È lo stesso problema degli articoli di costume. Quelli italiani sono un disastro perché sono copiati dai giornali americani, ma niente è più locale del costume. Se copi gli americani ti ritrovi a fare articoli sui ragazzini queer (ma chi, ma dove) e non sul fatto che ormai nelle città italiane ogni due portoni c’è una manicure cinese. Negli Stati Uniti i negozi di manicure hanno iniziato a essere ovunque cinquant’anni prima che da noi, e quindi non abbiamo pubblicistica da copiare in merito: dovremmo avere spirito d’osservazione, ma per avercelo dovremmo esistere.

Una cosa che non mi pare abbia notato nessuno degli wokisti improvvisati – da Ezio Mauro, a Giuseppe Conte che ci ha svelato la sua amicizia con l’americanista Bonetto, fino a Matteo Renzi che ormai tra ovuli congelati e congedo del woke si fa dettare dalla Ocasio-Cortez una linea politica al giorno, e mi aspetto di vederlo alla prossima cena danzante recare sul deretano la scritta «Tax the rich» – un dettaglio che hanno tralasciato tutti è che la battuta di AOC non era su quanto fosse stato folle il woke: era su «woke 1».

Perché la signora Ocasio, che è nel flusso del postmodernismo come poche, sa che quello passato di moda è il primo woke, quello in cui volevano abolire la polizia e far fare la transizione di genere ai cinquenni, ma adesso c’è non so se il 2 o il 3: è evidente a chiunque non sia in coma vigile che la stessa rigida gabbia ideologica – rifugio di chi non è abituato a pensare – è applicata a nuove fissazioni, nuove mode, nuovi comandamenti.

La neurodiversità. Il congelamento degli ovuli. La Palestina. L’intelligenza artificiale. Le ossessioni alimentari. I cani che sono meglio delle persone. Il primo woke è andato, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana ad accorgersi delle generazioni successive dello stesso delirio. Chissà se si svegliano solo quando qualche fotogenica deputata americana diventa meme, o se ce la fanno a guardarsi intorno senza copiare il compito.


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