Un robot capace di individuare una vena, inserire l’ago, raccogliere il sangue nelle provette e completare autonomamente il prelievo. Quello che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato uno scenario da fantascienza è già diventato realtà negli Stati Uniti, aprendo un dibattito destinato inevitabilmente ad arrivare anche nella sanità italiana.
La Food and Drug Administration statunitense ha infatti autorizzato Aletta, il primo dispositivo robotico autonomo progettato per effettuare prelievi di sangue dal braccio di pazienti adulti in ambito ambulatoriale, senza l’intervento manuale diretto dell’operatore. Il macchinario, sviluppato dall’azienda olandese Vitestro, dovrà comunque funzionare sotto la supervisione di un professionista formato.
Aletta utilizza sistemi di imaging nel vicino infrarosso e ultrasuoni per localizzare una vena adatta, distinguendola da un’arteria. Una volta individuato il punto corretto, inserisce l’ago con precisione submillimetrica, gestisce le provette e conclude la procedura applicando anche il cerotto. Qualora non riesca a trovare una vena idonea, il dispositivo non procede con il prelievo.
Secondo quanto evidenziato dalla FDA, un singolo professionista potrebbe supervisionare contemporaneamente fino a tre macchinari. Proprio questo aspetto potrebbe rendere il sistema particolarmente interessante per ospedali, laboratori e centri diagnostici alle prese con la carenza di personale.
Ma la prospettiva di affidare a una macchina una delle procedure sanitarie più comuni solleva anche interrogativi sul futuro degli infermieri e degli operatori addetti ai prelievi.
A intervenire è stato Gianluca Giuliano, segretario nazionale dell’UGL Salute, nato a Roma e professionalmente legato anche ai Castelli Romani: dopo la laurea in Fisioterapia, Giuliano ha infatti lavorato all’ospedale San Raffaele di Monte Compatri, dove ha mosso i primi passi nella sua attività sindacale.
«La notizia dell’autorizzazione negli Stati Uniti di Aletta apre uno scenario che merita attenzione anche in Italia – ha dichiarato Giuliano –. La tecnologia può rappresentare un valido strumento di supporto, ma non può diventare l’alibi per continuare a non affrontare il problema strutturale della carenza di personale sanitario, soprattutto infermieristico».
La posizione dell’UGL Salute non è di chiusura nei confronti dell’innovazione. Robotica, intelligenza artificiale e automazione, secondo il sindacato, potrebbero alleggerire gli operatori dalle mansioni più ripetitive e lasciare loro più tempo da dedicare all’assistenza e al rapporto umano con i pazienti. Il timore, però, è che l’introduzione dei nuovi dispositivi possa essere utilizzata per coprire i vuoti negli organici anziché per migliorare l’organizzazione del lavoro.
«Non siamo contrari all’innovazione, anzi – ha precisato il segretario nazionale dell’UGL Salute –. Robotica, intelligenza artificiale e automazione possono essere preziosi alleati per alleggerire il carico delle attività ripetitive e consentire agli operatori di concentrarsi maggiormente sull’assistenza e sulla relazione con il paziente. Ma dobbiamo evitare un equivoco pericoloso: un robot può essere uno strumento, non la soluzione alla carenza di professionisti».
La questione centrale riguarda quindi l’utilizzo del personale che potrebbe essere sollevato da una parte dei prelievi. Per Giuliano, medici, infermieri e tecnici non dovrebbero essere tagliati, ma impiegati per rafforzare i servizi, diminuire i carichi di lavoro e ridurre le liste d’attesa.
«Se un dispositivo consente a un solo supervisore di controllare più macchine, la domanda sindacale da porsi è molto semplice: che cosa succederà agli operatori liberati da quelle attività? La nostra risposta è chiara: dovranno essere reimpiegati per rafforzare l’assistenza, ridurre i carichi di lavoro, abbattere le liste d’attesa e migliorare la qualità del servizio».
L’arrivo di macchinari di questo tipo in Italia non appare imminente, ma Aletta possiede già la marcatura CE europea. L’autorizzazione statunitense rappresenta pertanto un passaggio importante per la diffusione di una tecnologia che potrebbe entrare progressivamente nei laboratori e nei centri sanitari.
Per l’UGL Salute, ogni eventuale introduzione nel Servizio sanitario nazionale dovrà essere accompagnata da regole chiare, formazione, valutazioni sui rischi, precise responsabilità professionali e garanzie per la sicurezza tanto dei lavoratori quanto dei pazienti.
«Non possiamo immaginare un futuro nel quale si acquistano macchinari per compensare organici insufficienti, mentre infermieri e altri professionisti continuano a lavorare in condizioni di pressione crescente – ha aggiunto Giuliano –. La modernizzazione del Servizio sanitario nazionale deve partire dalle persone e utilizzare la tecnologia per valorizzarle, non per sostituirle».
Anche il robot più avanzato, del resto, non elimina completamente la presenza umana. L’autorizzazione concessa negli Stati Uniti prevede espressamente la supervisione di un professionista formato e l’impiego di specifici sistemi di sicurezza. L’automazione interessa quindi l’esecuzione materiale del prelievo, ma non cancella la responsabilità e il controllo dell’operatore.
«Chiediamo alle istituzioni di aprire un confronto serio sull’impatto dell’intelligenza artificiale e della robotica sul lavoro sanitario – ha concluso il segretario nazionale dell’UGL Salute –. Vogliamo innovazione, ma con più sicurezza, più formazione, più occupazione qualificata e più tempo dedicato ai pazienti. Il futuro della sanità non può essere costruito sostituendo il personale che oggi manca: deve essere costruito mettendo finalmente il personale nelle condizioni di lavorare meglio».
Il robot che effettua i prelievi, dunque, non è più fantascienza. La vera sfida sarà decidere se utilizzarlo come alleato degli operatori o come risposta tecnologica alla cronica carenza di personale. Una scelta che non riguarderà soltanto costi ed efficienza, ma anche il modello di sanità che si intende costruire nei prossimi anni.
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Daniel Lestini
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