Veduta delle Apuane dal sentiero Colonnata-Case Riccio (2010) (foto Giorgio Pagano)
Perché l’Italia è una nazione in preoccupante declino? Senza idee innovative, senza classi dirigenti all’altezza, inconsapevoli che un ciclo storico è finito? Così fragile da costringere alla fuga milioni di giovani? La responsabilità di tutto ciò non è certamente solo della destra oggi al governo. Ma certamente Giorgia Meloni ha fallito la prova del governo e la rotta del declino non l’ha invertita, anzi. Il fallimento è travestito da un nazionalismo tronfio che è in realtà del tutto impotente. Magari non implorassimo nessuno: siamo totalmente subalterni, diamo le basi agli aerei per le guerre degli altri, ci facciamo imporre il riarmo e pure l’acquisto delle armi e delgas dagli americani, che per giunta ci sbeffeggiano…
La vera zavorra che ci trascina sempre più giù, sostiene il sociologo Isaia Sales, è costituita dalle diseguaglianze territoriali, sociali, di genere, di dotazione di servizi. Come fa a crescere l’economia di un Paese in cui i salari, fermi al 1990, ci pongono all’ultimo posto in Europa? In cui le donne lavorano con un tasso di occupazione del 20% inferiore a quello degli uomini (è del 10% in Europa)? In cui il Sud è sempre più indietro rispetto al Nord, e in cui si vuole aggravare questo divario con l’autonomia differenziata?
E’ opinione diffusa che il centrosinistra, anche se è diventato competitivo con la destra dopo essersi messo alle spalle il folle solipsismo del 2012, non susciti passione per un futuro diverso dell’Italia. E’ certamente così: per avere un’anima servono proposte chiare e nette sui problemi principali, che si propongano di attuare la Costituzione. E quindi: lotta per la pace senza se e senza ma, multilateralismo, no al riarmo, solidarietà con i popoli martoriati di tutto il mondo. Dalla parte del Papa, non degli oligarchi. Per la sicurezza, contro la deportazione. Per la patria, contro il nazionalismo etnico. Per la libertà, contro ogni privilegio. Per la cura delle persone in carne e ossa, contro le diseguaglianze. Per il salario minimo, il reddito di cittadinanza, una riforma fiscale ispirata al criterio della progressività. Bisogna uscire dagli slogan. Le proposte di cui si discute non riguardano certo il professionista benestante, l’imprenditore che ha costruito un’azienda, il proprietario della sua casa. Il problema non sono i ricchi, ma semmai i ricchissimi: ancora più chiaramente, gli oligarchi capaci di incidere su mercati, informazione, tecnologie, infrastrutture digitali, processi democratici. Il potere economico che è contro la libertà economica.
L’ipotesi di patrimoniale – usiamo la parolaccia! – oggetto della proposta di legge di iniziativa popolare prevede un’aliquota dell’1% per la parte eccedente i due milioni di euro, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. Come ha sintetizzato l’economista Alessandro Volpi: si tratterebbe di una platea di meno di 500 mila contribuenti su un totale di 42 milioni. Quei 500 mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Forse non proprio l’italiano medio … a cui, invece, è molto probabile farebbero comodo quei circa 60 miliardi di maggior gettito da destinare alla tenuta dello Stato sociale. Senza patrimoniale del resto è difficile provare a correggere la distorsione per cui il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene il 50% del totale della ricchezza nazionale. Una cosa è certa: quei 500 mila contribuenti hanno davvero fin troppi difensori a destra ma anche tra tanti “progressisti”.
Se il “campo largo” non si chiamasse più con questo nome così privo di anima ma “alleanza dell’alternativa” o “per la Costituzione” e presentasse proposte nette e chiare, senza cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo, potrebbe farcela. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. Il popolo degli indecisi, di chi non appartiene a nessun partito – come me e come milioni di persone – troverebbe un po’ di entusiasmo. Come con Mamdani a New York: i socialisti democratici americani stanno vincendo tutte le primarie. Dietro c’è il Bernie Sanders di “Contro l’oligarchia”.
Veduta delle Apuane dal sentiero Foce Pianza – Foce del Faneletto
(2010) (foto Giorgio Pagano)
Questa volta vorrei votare con convinzione e senza patemi. Non voglio che rivinca questa destra che, dopo la sconfitta del referendum, ha la sfacciataggine – non pensavo, ingenuamente, che arrivasse a questo – di voler approvare a tutti i costi una legge elettorale truffa che vuole anticipare il premierato assicurando al governo il controllo totale del Parlamento con un premio di maggioranza che, in tutto il mondo, esiste solo in Grecia e a Malta, e in misura ben minore. Ma così si cambia la Costituzione. Dobbiamo combattere il male italiano della “capocrazia”, della democrazia del capo così diversa dalla democrazia parlamentare. La democrazia non può risolversi nel diritto dei cittadini di scegliere da chi vogliono essere comandati. Non può ridursi a un governare senza popolo. Non è questa la democrazia che i padri costituenti avevano promesso al popolo italiano quando scrivevano che la sovranità appartiene al popolo – e scelsero il verbo non a caso. Non possiamo ridurre il popolo a plebe.
Caro “campo largo”, cambia nome e volto. In tutti questi anni hai perso esattamente a causa dell’obiettivoperorato da Pina Picierno: il “pragmatismo”, cioè il governismo senza meta, la sudditanza ai poteri forti, la perdita del legame con i lavoratori e con gli oppressi. Coinvolgi il popolo e presenta un programma di cambiamento radicale. Se la nuova legge elettorale richiederà di indicare il Presidente del Consiglio, convoca le primarie e fai scegliere il popolo. Non partecipo alle primarie da tantissimi anni. Ma questa volta ci sarei, con “orgoglio costituzionale”. Non deludermi anche questa volta. Torna a una politica “morale”, che non sia solo astuzia. Accendi in me e in tanti altri un lampo di speranza.
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Benedetto Marchese
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