Un drappello dei Cavalieri ha raggiunto questa mattina il Trombettiere, il porta Vessillo e il Vice Generale per partecipare al rituale della vestizione del Generale Raffaele Tataranni nella chiesa del Carmine di Palazzo Lanfranchi.
Nella stessa sede c’è stato l’incontro del Generale dei Cavalieri di Maria Santissima della Bruna, Raffaele Tataranni con il Comitato Esecutivo dell’Associazione Maria Santissima della Bruna e il Presidente Bruno Caiella.
A seguire il trasferimento in carrozza verso piazza Vittorio Veneto, con Tataranni e Caiella scortati dal primo drappello di cavalieri. Qui il Generale ha assunto il comando dell’intera Cavalcata di Maria Santissima della Bruna.
Alle 10,30 si è svolta la solenne celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Benoni Ambarus, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico e concelebrata dal Capitolo Cattedrale e dal Presbiterio Diocesano. Alla funzione religiosa hanno partecipato il prefetto di Matera, Maria Carolina Ippolito, il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, il sindaco di Matera, Antonio Nicoletti, il consigliere provinciale Angelo Montemurro, l’assessore regionale Cosimo Latronico e i consiglieri regionali Nicola Morea, Roberto Cifarelli e Piero Marrese.
Con il Concerto Bandistico Vincenzo Nunzio Paolicelli “Città di Matera” c’è stato il trasferimento della Sacra Immagine di Maria Santissima della Bruna dalla Basilica Cattedrale alla Chiesa di Maria Santissima dell’Annunziata al Rione Piccianello.
La preghiera finale di Monsignor Benoni Ambarus, arcivescovo della diocesi di Matera-Irsina è stato l’atto che ha sancito la conclusione della prima parte dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima della Bruna.
Michele Capolupo
Omelia di mons. Benoni Ambarus nel Pontificale della Festa di Maria Santissima della Bruna
Gentile presidente, Eccellenza, egregio sindaco, gentili autorità civili e militari, carissimi sacerdoti, caro popolo di Dio, siamo arrivati alla festa della Bruna e siamo nel cuore della festa della Bruna.
Ci stiamo preparando da tanto tempo, lo dicevo anche questa mattina, per questa nostra celebrazione. Abbiamo vissuto, come Chiesa, tantissimi momenti di preparazione, momenti spirituali, momenti di incontro, di riflessione, riunioni, organizzazioni.
E oggi ci siamo. È un culmine, un trionfo, se volete: non della gloria della religione né di chissà che cosa, ma il culmine dell’esaltare l’opera di Dio in mezzo a noi.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita proprio alla gioia. Nella prima lettura abbiamo sentito: «Gioisci, figlia di Sion, perché il Signore è in mezzo a te». Gioisci perché Lui è in mezzo a te.
Noi, che spesso, soprattutto in questa nostra epoca, sentiamo stringersi il cuore per la paura, oggi siamo invitati a gioire, perché il Signore è in mezzo a noi, non ci ha abbandonati.
Abbiamo ascoltato nella Parola di Dio la scena della Visitazione del Signore, esplicitata attraverso l’incontro tra le due donne: Elisabetta, che porta Giovanni nel grembo, e Maria, che porta il Signore Gesù nel grembo.
Abbiamo ascoltato come nasce un dialogo tra di loro, nel quale prevale anzitutto l’atteggiamento della benedizione. È questa la prima parola che vorrei sottolineare.
Elisabetta riconosce subito in Maria l’opera di Dio e vede in lei la serva che ha detto di sì al suo Signore. Anche se avrebbe potuto facilmente nascere un confronto tra loro due, ciò che fa Elisabetta è cogliere l’opera di Dio nella sua cugina, dire bene di lei, riempirla, se volete, di complimenti, dicendole: «Beata te che hai creduto, sei stata visitata da Dio».
Carissimi, è proprio questo il primo atteggiamento che vorrei sottolineare: Elisabetta ci insegna e ci invita quasi a misurarci sulla nostra capacità di riconoscere negli altri, anzitutto, i doni di Dio e di esserne contenti. Ci invita a lodare e benedire Dio per le opere belle e buone che vediamo negli altri.
In questo nostro tempo, infatti, cogliamo con estrema facilità il negativo negli altri e sottolineiamo ciò che non va, senza riuscire a gioire del bene e del buono presente nell’altro.
Elisabetta ci dice: metti da parte qualsiasi atteggiamento rancoroso o invidioso e contempla le opere di Dio nell’altro e negli altri.
Ci insegna questo sguardo trasparente, quasi a dire: guarda, c’è vita a sufficienza per tutti, c’è amore per tutti. L’amore non è una questione di quantità, ma di qualità. L’amore di Dio ce n’è per tutti.
È inutile misurarsi costantemente con gli altri per vedere se hanno avuto più o meno di noi. È inutile confrontarsi per capire se Dio abbia dato di più o di meno a noi rispetto agli altri.
Lo dice anche la seconda lettura che abbiamo ascoltato: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda, benedite e non maledite, dite bene e non dite male. Piangete con quelli che sono nel pianto, gioite con quelli che gioiscono».
Non cediamo, per favore, alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia umana. Non abbiamo il lusso di dividerci più.
Maria, di fronte a tutti questi complimenti della cugina Elisabetta, rimane con i piedi per terra.
Sentirsi dire: «Benedetta fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo, sei la madre del mio Signore, beata colei che ha creduto…». E come risponde Maria?
«L’anima mia magnifica il Signore, perché Lui ha guardato l’umiltà della sua serva».
Maria risponde con una lettura personale, piena di meraviglia e di gratitudine per l’opera di Dio in lei, senza attribuirsi altro merito se non quello di aver detto il suo sì.
Il Signore mi ha guardata. Non ho fatto niente. Io ho detto il mio sì; Lui mi ha guardato, ha chinato il suo sguardo su di me e sulla mia umiltà.
Attenzione: la parola “umiltà”, qui utilizzata da Maria, ha un significato ben preciso. Vuol dire: io sono così piccola e Lui è così grande; io so fare così poco e Lui compie grandi cose.
In me c’è piccolezza, pochezza, e nonostante questo il Signore mi ha guardata. Per questo io lo lodo e lo esalto.
Vedete, questa è l’umiltà di Maria, ed è la stessa che oggi siamo invitati a cogliere nella nostra esistenza personale.
Ma cosa siamo senza il Signore? Che cosa sapremmo fare senza di Lui? Chi saremmo se il Signore non si chinasse su ciascuno di noi?
L’umiltà non è dire: «Io sono umile, però è bene che si sappia». L’umiltà è la consapevolezza dei nostri limiti e, insieme, la certezza di essere stati abbracciati dal Signore e dal suo amore, che ci reputa degni di fiducia, degni di stima, perché ci ha creati Lui.
Più siamo consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore si serva di noi. Così noi non oscuriamo l’opera di Dio, ma la favoriamo.
L’umiltà è proprio questo: favorire qualcuno che non sei tu, mettere in primo piano un Altro.
Scendere fino al livello più basso, come l’acqua che non si ferma finché non trova il punto più basso e proprio da lì fa germogliare la vita.
Questa è l’umiltà di Maria.
C’è poi un altro aspetto che Maria celebra nel Magnificat: l’azione sorprendente di Dio nella storia.
Il Magnificat è un inno di lode alla grandezza dell’opera di Dio, che tende a rovesciare il corso delle cose.
Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Coloro che sono troppo pieni di sé il Signore tende a svuotarli; coloro che sono vuoti di sé e della propria vanagloria il Signore tende a riempirli della sua grazia.
È questo che Dio vuole fare in noi: far nascere Cristo nel mondo. Ma Cristo può nascere solo dove c’è spazio, dove c’è il vuoto. Dove siamo troppo pieni di noi stessi, l’opera di Dio non è altrettanto feconda.
Il Magnificat, che durante la novena abbiamo cantato tante volte, è un grido forte.
Ma tu ti sei già rassegnato a questo modo di essere del mondo, dove i potenti sono sempre i più presenti, dove sembra che nulla cambi mai e gli oppressi rimangano sempre nell’ombra?
Oppure sei anche tu, sulle orme del Vangelo e sulla scia luminosa dell’Incarnazione, disponibile a cambiare il corso delle cose?
Qui siamo tutti: sacerdoti, consacrati, consacrate, amministratori, battezzati. Tutti, in virtù del nostro Battesimo, siamo sacerdoti, re e profeti.
Tutti diciamo di essere discepoli del Signore, che vuole trasformare questo mondo e renderlo sempre più simile al suo Regno, dove ci sono gioia, pace, giustizia, bontà e misericordia.
Tutti noi, per missione e per vocazione, diciamo di voler fare questo: non dimenticare gli umili, ricolmare di beni gli affamati, cambiare l’ordine delle cose.
Non è una rivoluzione di guerra; è la rivoluzione dell’amore.
Maria canta proprio questo: «Io ero poca cosa nelle mani del Signore, ma il Signore mi ha chiesto il mio aiuto e io ho detto di sì. Farò tutto quello che posso affinché Dio splenda nel mondo».
Allora oggi, carissimi, celebrando la festa di Maria, Madonna della Bruna, la sua Visitazione in mezzo a noi che ci porta il Signore Gesù, da una parte vi invito a gioire e ad esprimere la nostra gratitudine al Signore, perché è venuto a visitarci attraverso la sua Mamma, la Madonna della Bruna.
Dall’altra parte, per favore, incamminiamoci sulle orme di Maria, in questo Magnificat che esalta l’opera di Dio ed è un’opera di rovesciamento dell’ordine delle cose a favore dei più piccoli, dei sofferenti, dei diseredati e degli umiliati.
Perché una malattia non è forse un’umiliazione? Una disabilità non significa forse, tante volte, lottare per tutta la vita per trovare un senso alla propria esistenza?
La solitudine degli anziani, la povertà materiale e relazionale, il desiderio di ricostruirsi una vita, i drammi della guerra e delle carestie che costringono tanta gente a cercare un’altra vita: non sono forse tutte forme di umiliazione che il Signore vuole cambiare?
E non può farlo senza di noi.
Celebriamo allora la festa di Maria della Visitazione e chiediamo a Lei di lasciarci coinvolgere ed entusiasmare il cuore in questo percorso di concreta realizzazione del Magnificat.
Amen.
DI SEGUITO VIDEO INGRESSO MADONNA DELLA BRUNA NELLA CHIESA DI PICCIANELLO
la fotogallery della processione della Madonna della Bruna dalla Cattedrale alla chiesa di Piccianello (foto www.SassiLive.it)
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