❓ La nuova bugia elettorale di Trump 🤥🗳️ Perché la Cina 🇨🇳 viene improvvisamente incolpata della sua sconfitta del 2020



La simmetria nascosta: la storia dell’influenza americana

Spionaggio tra amici: Merkel, la NSA e la logica della sorveglianza reciproca

Uno degli aspetti più rivelatori di questo dibattito risiede in ciò che, naturalmente, è stato omesso nel discorso di Trump: la prassi, protrattasi per decenni, degli Stati Uniti di interferire negli affari politici ed elettorali di altri Paesi. Il politologo Dov Levin, in uno studio ampiamente citato, ha stabilito che le due superpotenze della Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica, sono intervenute in un totale di 117 elezioni in tutto il mondo tra il 1946 e il 2000, ovvero, statisticamente parlando, circa una elezione su nove in qualsiasi parte del mondo.

Tra i casi documentati si annoverano il finanziamento clandestino e la campagna di propaganda della CIA a favore dei cristiano-democratici italiani contro una coalizione di sinistra nelle elezioni di fine anni ’40, che prevedevano l’uso di documenti falsi per screditare i politici comunisti e l’organizzazione di campagne di invio massivo di lettere da parte di cittadini italo-americani. Simili operazioni clandestine hanno sostenuto il Partito Liberal Democratico in Giappone per decenni, hanno aiutato fazioni cristiane in Libano a vincere le elezioni del 1957 con pagamenti in contanti e hanno finanziato la campagna elettorale del 1953 del presidente filippino Ramon Magsaysay. In Cile, secondo un rapporto d’inchiesta del Senato degli anni ’70, Washington investì quasi quattro milioni di dollari in circa quindici operazioni segrete per impedire l’elezione di Salvador Allende e, in ultima analisi, appoggiò il colpo di stato militare contro di lui dopo la sua vittoria nel 1970. Anche il rovesciamento del primo ministro iraniano democraticamente eletto Mohammed Mossadegh, orchestrato dalla CIA nel 1953, e il coinvolgimento nella destituzione del presidente guatemalteco Jacobo Árbenz nel 1954 rientrano in questo schema storico di interventi segreti in nome di interessi geopolitici.

Questa simmetria storica non diminuisce in alcun modo la possibilità che le attività cinesi abbiano preso di mira i dati degli elettori americani, qualora tali attività si fossero effettivamente verificate. Tuttavia, dimostra che l’indignazione morale generalizzata con cui viene trattata l’ingerenza straniera nella politica interna americana è, storicamente parlando, selettiva. Già nel 1997, uno storico ed esperto di archivi di sicurezza presso un’università americana, riferendosi ad accuse simili contro la Cina, offrì la precisa valutazione che gli Stati Uniti stavano semplicemente assaggiando un assaggio della loro consolidata pratica di manipolazione, corruzione e operazioni segrete in numerosi paesi.

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Il cellulare della Merkel come simbolo di un apparato di sorveglianza globale

Un esempio particolarmente istruttivo del doppio standard degli apparati di sicurezza occidentali è lo scandalo delle intercettazioni telefoniche in Germania del 2013. Venne rivelato che la National Security Agency (NSA) americana aveva monitorato per anni il cellulare dell’allora cancelliera Angela Merkel, nonostante il suo numero fosse registrato in una lista segreta di obiettivi dell’intelligence nazionale fin dal 2002, ben prima che diventasse cancelliera. La Merkel definì pubblicamente “spiare tra amici” inaccettabile, mentre il presidente Barack Obama le assicurò, in una telefonata personale, di non essere a conoscenza della sorveglianza – una dichiarazione che, visti i resoconti contrastanti su un possibile briefing personale di Obama da parte dell’allora direttore della NSA, rimane tutt’oggi poco chiara.

Un altro aspetto degno di nota di questo caso è che la sorveglianza non era a senso unico. Inchieste giornalistiche rivelarono anni dopo che anche il Servizio federale di intelligence tedesco (BND) aveva intercettato sistematicamente le comunicazioni radio dell’Air Force One durante la presidenza Obama, sebbene apparentemente senza autorizzazione ufficiale e all’insaputa della Cancelleria federale. Questa pratica reciproca illustra una caratteristica fondamentale del moderno lavoro di intelligence tra nazioni amiche: anche gli alleati più stretti si monitorano a vicenda entro certi limiti, pur sottolineando pubblicamente la fiducia e la collaborazione. Lo stesso Obama ammise apertamente in un’intervista successiva che le agenzie di intelligence americane avrebbero continuato a raccogliere dati perché queste capacità servivano sia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti sia, come disse lui stesso, alla sicurezza dei suoi alleati.

Uno sguardo retrospettivo alle nostre pratiche di influenza sulle elezioni nell’era digitale

La vicenda della NSA relativa al cellulare della Merkel faceva parte di un programma di sorveglianza globale ben più ampio, svelato dalle rivelazioni di Edward Snowden a partire dal 2013, che ha coinvolto non solo numerosi capi di governo europei, ma anche istituzioni in Brasile, Messico e molti altri Paesi. Sebbene si trattasse principalmente di spionaggio classico a scopo di raccolta di informazioni e non di manipolazione diretta dei risultati elettorali stranieri, la capacità di raccogliere dati sulle comunicazioni personali su vasta scala è strutturalmente proprio il tipo di attività di cui Trump accusa ora la Cina, anche se in questo caso l’obiettivo sono i dati degli elettori americani anziché i dati sulle comunicazioni di funzionari stranieri.

Il parallelismo risiede meno nella natura esatta dell’azione che nella logica fondamentale: le grandi potenze con ampie capacità tecnologiche raccolgono sistematicamente informazioni su cittadini, funzionari e istituzioni di altri Stati quando ne percepiscono un vantaggio strategico, giustificando internamente tale azione con interessi di sicurezza, e reagendo con indignazione pubblica quando accuse simili vengono mosse contro di loro. Questa duplice struttura di indignazione ufficiale e pratica silenziosa e autoalimentata ha plasmato la politica di sicurezza internazionale per decenni e può essere riscontrata sia negli interventi elettorali americani durante la Guerra Fredda sia nel caso NSA.

La dimensione geopolitica: la Cina come immagine del nemico preferito

La scelta della Cina come bersaglio di queste nuove accuse non è affatto casuale. A differenza della Russia, la cui presunta interferenza nelle elezioni del 2016 è già stata oggetto di ampie indagini e parzialmente confermata, la Cina, in quanto potenza globale emergente con una rivalità sistemica con gli Stati Uniti, offre un’immagine di nemico che si inserisce nella strategia complessiva dell’amministrazione Trump, sia in termini di sicurezza che di politica economica. L’accusa si integra perfettamente in una linea di confronto già esistente, che spazia dai dazi commerciali e dalle restrizioni all’esportazione di tecnologia alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, rafforzando così una narrazione già consolidata di una minaccia cinese generalizzata per la società americana.

Questo raggruppamento strategico di diverse aree di conflitto sotto un’unica narrazione sulla Cina aumenta significativamente l’influenza politica dell’accusa, poiché fa leva su risentimenti e timori preesistenti in alcuni segmenti dell’opinione pubblica americana. Allo stesso tempo, distoglie l’attenzione da problemi interni ben più scomodi per l’amministrazione, tra cui la valutazione persistentemente negativa della politica economica, con la maggioranza degli intervistati nei recenti sondaggi che critica l’impatto delle politiche tariffarie.

Tra reale minaccia alla sicurezza e strumentalizzazione politica

Una valutazione equilibrata deve distinguere chiaramente tra due livelli che vengono spesso confusi nel dibattito pubblico. Da un lato, è del tutto plausibile, e in parte documentato in precedenti rapporti dell’intelligence del 2022, che attori cinesi abbiano mostrato interesse per i dati di registrazione degli elettori americani, poiché tali insiemi di dati possono essere preziosi per operazioni di influenza, campagne di disinformazione o scopi di intelligence in generale. Un simile comportamento non sarebbe affatto sorprendente, ma si inserirebbe in uno schema in cui praticamente tutte le principali agenzie di intelligence del mondo tentano di ottenere dati sensibili da altri Stati.

D’altro canto, si assiste alla strumentalizzazione politica di questa questione di sicurezza, intrinsecamente grave, in una narrazione volta a delegittimare retrospettivamente la sconfitta elettorale del partito nel 2020, senza alcuna prova di un nesso causale tra il presunto furto di dati e un effettivo cambiamento nei risultati elettorali. Questa confusione tra una minaccia plausibile e un’affermazione infondata di manipolazione elettorale è retoricamente efficace perché sfrutta la credibilità di genuine preoccupazioni per la sicurezza per rafforzare una tesi politicamente motivata e empiricamente infondata. Diverse importanti emittenti televisive americane hanno deliberatamente scelto di non trasmettere il discorso in diretta, temendo la diffusione incontrollata di affermazioni potenzialmente fuorvianti: una scelta insolita che sottolinea la sensibilità del panorama mediatico a questo tipo di intervento.

Le elezioni di metà mandato all’ombra del dibattito sulla legittimità

In vista delle elezioni di medio termine del novembre 2026, la narrazione sulla Cina probabilmente svolgerà due funzioni parallele. In primo luogo, serve a mobilitare la base elettorale del partito riproponendo uno scenario di minaccia che fa forte appello alle emozioni dei suoi sostenitori principali e distoglie l’attenzione dai dati negativi sull’economia e sui tassi di gradimento. In secondo luogo, fornisce una spiegazione preventiva a potenziali sconfitte repubblicane che, in caso di esito sfavorevole per il partito, potrebbero essere ricondotte a presunte irregolarità, a prescindere dal fatto che tali irregolarità possano essere effettivamente provate.

L’esperienza storica con casi simili e la mancanza di prove concrete fino ad oggi suggeriscono che l’accusa sia principalmente uno strumento politico per prepararsi all’anno elettorale, piuttosto che una nuova e credibile rivelazione in materia di sicurezza. Per la reale sicurezza delle istituzioni democratiche, è fondamentale distinguere chiaramente la legittima questione della protezione dei dati degli elettori dall’affermazione infondata di un risultato elettorale rubato, in modo che le legittime preoccupazioni per la sicurezza non diventino permanentemente un pretesto per minare la fiducia nei processi democratici.


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 Konrad Wolfenstein

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