L’azienda ha creato una infrastruttura per inserire in portafoglio quote di società non negoziabili sui listini. Parla il relationship manager Pietro Maria Stellino
Negli ultimi anni, una parte sempre più significativa della creazione di valore si sta spostando al di fuori dei mercati regolamentati e sta avvenendo nel cosiddetto universo dei private asset e in particolare delle aziende non quotate. Per capire come questo mercato sia interessante anche per il risparmio amministrato e gestito, abbiamo intervistato Pietro Maria Stellino (nella foto), senior relationship manager di Weltix spa, che a settembre sarà anche relatore al Fee-Only Summit.
Quali sono le dimensioni del mercato?
Nell’ampio mercato dei private asset, qui facciamo riferimento solo a startup, imprese innovative, pmi in crescita, aziende familiari o realtà già consolidate che hanno scelto di non accedere alla Borsa. L’interesse per queste aziende è cresciuto rapidamente perché una parte sempre più rilevante della creazione di valore avviene quando le aziende sono ancora non quotate. I numeri lo confermano: negli Stati Uniti, tra le imprese con ricavi superiori a 100 milioni di dollari, quelle quotate sono circa 3mila, mentre le non quotate superano le 18.000. Ciò significa che, per ogni società presente in Borsa, esistono circa sei aziende di dimensioni comparabili ancora private. In Italia il divario è più evidente. A Piazza Affari sono quotate poco più di 400 società, a fronte di oltre quattro milioni di imprese attive, delle quali centinaia di migliaia incorporano caratteristiche tali da rappresentare potenziali opportunità di investimento. È la dimostrazione che la parte più ampia dell’economia reale opera ancora al di fuori dei mercati pubblici.
Qual è la parabola della crescita delle aziende?
Le analisi internazionali evidenziano come le performance più elevate si concentrino generalmente prima della quotazione in Borsa. Nella fase pre-ipo molte aziende registrano incrementi del fatturato superiori al 20-30% annuo e, nei casi di maggiore successo, raggiungono ritmi ancora più sostenuti. Con l’ingresso nei mercati regolamentati la crescita prosegue, ma tende a stabilizzarsi: le imprese sono più mature, operano in un contesto regolamentare più stringente e devono soddisfare le aspettative degli investitori pubblici. Per questo una parte significativa della creazione di valore si concentra quando le aziende sono ancora private, rendendo questa asset class sempre più interessante sia per gli investitori istituzionali sia per quelli privati.
In Italia c’è la domanda di questo tipo di investimenti?
Sì, la domanda mostra un potenziale significativo. L’Italia è tra i paesi con il più elevato livello di risparmio privato e le famiglie detengono una ricchezza finanziaria superiore a 5mila miliardi di euro. Una quota rilevante di questo patrimonio appartiene agli affluent e agli High Net Worth Individual (HNWI), investitori sempre più interessati a diversificare il portafoglio con strumenti legati all’economia reale, alle pmi e alle imprese innovative. Nonostante l’ampia disponibilità di capitale e il crescente numero di aziende alla ricerca di risorse per finanziare la propria crescita, l’incontro tra domanda e offerta continua però a essere limitato da ostacoli operativi e strutturali.
Perché domanda e offerta faticano a incontrarsi?
Il principale ostacolo alla diffusione degli investimenti in aziende non quotate non è la mancanza di opportunità, ma la complessità operativa. A differenza dei mercati quotati, dove acquisto, custodia, negoziazione e fiscalità sono processi standardizzati e automatizzati, investire in società non quotate richiede attività di due diligence, verifiche documentali, procedure antiriciclaggio, interventi notarili e il coordinamento di numerosi soggetti. Anche la gestione successiva all’investimento risulta più onerosa, così come l’eventuale vendita sul mercato secondario, spesso caratterizzata da tempi lunghi e scarsa liquidità. A ciò si aggiungono gli adempimenti fiscali e di compliance, che aumentano ulteriormente la complessità per investitori e intermediari. Nonostante la crescita del mercato, gran parte di queste attività continua ancora oggi a essere gestita con procedure manuali, documenti PDF, fogli Excel e scambi di email, un modello sempre meno sostenibile per un settore destinato a espandersi.
Quale è la soluzione proposta da Weltix?
Per rendere questi investimenti una vera asset class accessibile anche su larga scala non basta digitalizzare i processi. Serve un’infrastruttura regolamentata che integri tecnologia, compliance, fiscalità e gestione operativa. Solo un modello conforme alle normative può garantire tutela degli investitori, tracciabilità delle operazioni e fiducia da parte di banche, intermediari e operatori professionali. In Italia questo percorso è stato avviato da Weltix, piattaforma autorizzata, vigilata e specializzata nella gestione digitale di questo tipo di private asset. La società ha sviluppato un’infrastruttura che copre l’intero ciclo di vita dell’investimento, dal collocamento all’onboarding degli investitori, dalla compliance alla fiscalità, dalla governance fino alla possibilità di trasferire questa tipologia di strumenti finanziari. Infatti molti degli investimenti proposti in piattaforma hanno un proprio codice Isin, così sono facilmente gestibili anche dai consulenti finanziari che possono inserirli nel conto titoli dei propri clienti senza privarsi della massa gestita. L’obiettivo è superare un mercato ancora caratterizzato da processi manuali e frammentati, favorendo un collegamento più efficiente tra il risparmio privato e l’economia reale e creando le condizioni per una crescita strutturale in questo tipo di investimenti.
Può raccontarci alcune case history?
Qualche mese fa sulla piattaforma Weltix.tech c’è stata la possibilità di investire in D-Orbit, azienda italiana leader nella space economy. Attualmente c’è un’opportunità molto interessante, direi unica per il mercato italiano. Diamo la possibilità di investire in una azienda di diritto italiano con Isin che acquisirà quote di Stipe sul mercato secondario. Stripe è il gigante americano dei pagamenti online ancora non quotata. È il partner di tutti i principali operatori del Nasdaq e già sviluppa sistemi di pagamenti tra AI-agent e su blockchain. E pochi giorni fa ha fatto un’offerta per l’acquisizione di PayPal.
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