L’appello del soccorso alpino: “Troppe chiamate non urgenti al 112”


Escursionisti della domenica che si avventurano sui sentieri e ghiaioni in ciabatte infradito. Turisti fai-da-te in abbigliamento da spiaggia sui ghiacciai. Per non parlare dei molti che, incuranti delle previsioni meteo, vengono sorpresi in quota dal maltempo. Oppure di chi fa il passo più lungo della gamba e, sfinito o in preda al panico, non è più in grado di tornare a valle. D’estate come d’inverno, il campionario degli interventi del Soccorso alpino è infinito. E racconta di imprudenze ai limiti del grottesco. Le ultime arrivano dal Trentino, dove sono state registrate chiamate al 112 perché «il cane è troppo stanco per continuare la camminata» o perché «non ci sono taxi per rientrare in albergo dopo l’escursione». E no, non si tratta di “Scherzi a parte”. Già l’estate 2025 aveva registrato un’impennata dei flussi verso la montagna. Un boom del turismo di massa in crescita costante, che ha portato sulle Alpi sovraffollamento, episodi di vandalismo, aggressioni ai rifugisti, code, chiasso, inquinamento ambientale.

I numeri degli incidenti

Con l’aumento dei vacanzieri-maranza in quota sono inevitabilmente aumentati anche gli incidenti. E non di poco. A livello nazionale, l’estate scorsa il Corpo nazionale del Soccorso alpino aveva riscontrato un aumento del 15-20% degli interventi: circa 13 mila per una media di 35 al giorno, il numero più alto di sempre. In Alto Adige il numero dei morti era addirittura raddoppiato. Le cause? «La metà delle vittime è stata conseguenza di una caduta o di una semplice scivolata. Il che conferma come la scarsa preparazione tecnica o la sottovalutazione dei pericoli, sui sentieri d’estate come sulla neve d’inverno, rappresentino i principali fattori di rischio», ammoniscono i tecnici del Soccorso alpino.

“Imperizia, incoscienza e fatalità”

«Molti interventi sono dovuti a malori ma tra le prime cause di soccorso restano gli scivolamenti, che in montagna possono essere dovuti, per esempio, a una scarpa sbagliata o a una disattenzione – spiega Simone Alessandrini, soccorritore alpino e responsabile della comunicazione nazionale del CNSAS –. Imperizia, incoscienza o fatalità sono i tre grandi fattori che ruotano intorno agli incidenti che coinvolgono gli escursionisti. Senza contare l’equipaggiamento non idoneo all’alta quota, come le t-shirt di cotone o le sneakers che si usano in città anziché gli scarponcini da trekking con la suola scolpita». Inoltre, aggiunge Alessandrini, «molti affrontano le cime malgrado siano impreparati e inesperti. Spesso l’obiettivo è scattare una foto da postare sui social o fare video dalla vetta, e purtroppo anche per questo motivo si sono verificati incidenti mortali».

Il turismo maleducato

Dunque, maggiore accessibilità alla montagna ma soprattutto l’imprudenza di frequentarla come se ci si trovasse in città o in spiaggia, anziché a 2000 o 3000 metri di quota. Anche per arginare il fenomeno del turismo cafone, alla funivia SkyWay di Courmayeur da qualche anno hanno pensato di introdurre la prenotazione online obbligatoria, come spiega la presidente e Ceo Federica Bieller: «Ciò ha portato i visitatori a informarsi prima della salita ai quasi 3500 metri di Punta Helbronner e ad arrivare con maggiore consapevolezza, delle condizioni dell’ambiente e dell’abbigliamento necessario per salire sul Monte Bianco». Senza più sandali e bermuda a 3.500 metri, come prima succedeva spesso.

L’appello del soccorso alpino

Vista l’insostenibile leggerezza degli escursionisti, i tecnici del Soccorso alpino e speleologico tornano a lanciare un accorato appello al senso di responsabilità, ricordando che «il numero unico di emergenza 112 va contattato unicamente in presenza di un pericolo reale o di un’effettiva impossibilità di rientrare in sicurezza. Ogni mobilitazione impropria rischia infatti di sottrarre uomini e mezzi preziosi a chi si trova davvero in imminente pericolo di vita». Il consiglio è quindi quello di sempre, ovvero di pianificare ogni dettaglio prima di partire: studiare attentamente l’itinerario, controllare il meteo, indossare abbigliamento e calzature adeguate e valutare con lucidità la propria condizione fisica. E in caso di uscite in quota più impegnative, di affidarsi alle guide alpine.

La cultura della montagna

Ciò detto, c’è da chiedersi di chi sia la colpa di questa deriva cafona della montagna. Da Roccaraso al Seceda, da Cortina alle Dolomiti trentine di Brenta cambiano i luoghi ma il meccanismo è sempre lo stesso. Si pensa che la montagna sia un hashtag, una story da postare sui social anziché un territorio da rispettare e vivere con lentezza. Manca la preparazione, manca la cultura della montagna, certo. Ma siamo sicuri che sia solo colpa dei turisti? Quando riduci le terre alte a luna park, quando costruisci continuamente nuovi alberghi e impianti di risalita, quando promuovi le montagne da cartolina in prima serata durante “Temptation Island”; insomma, quando avvicini troppo la montagna alla città, rendendola comoda e fruibile, poi non puoi lamentarti per l’overtourism o se chi la frequenta è maleducato o inconsapevole. Del resto è un copione già visto, in montagna. Come per gli orsi o i lupi: prima ripopoliamo di fauna selvatica, poi ci lamentiamo se la stessa fauna ci arreca disturbo e corriamo ai ripari a suon di ordinanze o schioppettate.


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 Max Cassani

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