LARINO. L’operazione «Atm Liberi» non è soltanto l’ennesimo successo investigativo contro gli assalti agli sportelli bancomat. Dalla conferenza stampa emergono elementi che delineano un’evoluzione del fenomeno criminale nel Basso Molise e spiegano perché Procura e Carabinieri parlino di un risultato strategico, non limitato ai singoli arresti.
Il primo dato è il salto di qualità dell’attività investigativa. Gli inquirenti hanno spiegato che l’indagine non è partita da una confessione o da una segnalazione, ma dall’analisi scientifica di un singolo episodio, trasformato nel punto di partenza di un’inchiesta molto più ampia. Il caso simbolo è quello dell’assalto del 21 settembre 2024 a Portocannone: una minuscola traccia ematica repertata su una banconota da 20 euro e su una lamiera dello sportello ATM è stata analizzata dal RIS di Roma, consentendo di isolare il DNA di uno degli indagati. Un dettaglio apparentemente insignificante che ha rappresentato il primo tassello dell’intero mosaico investigativo.
Ma il DNA è stato soltanto uno degli strumenti utilizzati. La Procura ha illustrato un metodo investigativo fondato sull’incrocio di numerosi elementi: copie forensi dei telefoni cellulari, tabulati telefonici, attività di intercettazione, analisi dei flussi telematici, videosorveglianza pubblica e privata, accertamenti sulle vetture utilizzate per le fughe e costante coordinamento con la Procura e i Carabinieri di Foggia. Nessun elemento, da solo, sarebbe stato sufficiente. È stata la convergenza di prove differenti a costruire il quadro indiziario ritenuto solido dal Gip.
Particolarmente significativa è la sottolineatura fatta dalla sostituta procuratrice riguardo ai sistemi di videosorveglianza. Le telecamere installate nei comuni colpiti hanno permesso di seguire gli spostamenti delle auto utilizzate nei raid e di confrontare quelle immagini con analoghi filmati acquisiti nel territorio foggiano, consentendo di identificare gli autori degli assalti. Un messaggio chiaro anche per gli enti locali: gli impianti di videosorveglianza rappresentano ormai uno strumento investigativo decisivo.
Altro aspetto che emerge con forza è la pericolosità degli ordigni utilizzati. La Procura ha ricordato come la Corte di Cassazione qualifichi le cosiddette “marmotte” come ordigni micidiali. Non si tratta quindi di semplici esplosivi artigianali, ma di dispositivi con una capacità distruttiva elevatissima. In alcuni episodi gli assalitori trasportavano addirittura più di una carica esplosiva, aumentando in modo esponenziale il rischio per cittadini e forze dell’ordine. Durante il tentativo di furto all’ATM di Larino furono fatte esplodere due cariche consecutive.
La conferenza ha inoltre evidenziato un elemento spesso sottovalutato: il bottino rappresenta solo una minima parte del danno complessivo. I circa 70 mila euro sottratti nei due assalti andati a segno sono infatti inferiori ai costi provocati dalle devastazioni agli edifici, agli impianti bancari e persino alle abitazioni vicine. Emblematico il caso di Santa Croce di Magliano, dove l’onda d’urto dell’esplosione colpì anche una casa adiacente. Secondo la Procura, se il fatto fosse avvenuto in orario diurno il bilancio avrebbe potuto essere molto più grave.
Sul piano operativo colpisce anche la capacità di coordinamento tra i reparti dell’Arma. Nei tentati assalti di Larino e Santa Croce di Magliano, avvenuti a soli tre giorni di distanza nel febbraio 2025, i militari diedero vita a lunghi inseguimenti culminati nel recupero di una delle auto utilizzate dal gruppo. Decisiva si è rivelata anche l’intuizione di un giovane carabiniere della provincia di Foggia, che indirizzò immediatamente gli investigatori verso uno degli indagati, consentendo di documentarne gli spostamenti e raccogliere ulteriori prove.
Interessante anche l’analisi criminologica illustrata dalla Procura. A differenza dell’organizzazione smantellata l’anno precedente, questa volta non è stato contestato il reato di associazione per delinquere. Secondo gli investigatori, i gruppi criminali stanno modificando la propria struttura: non più bande stabili, ma squadre variabili che si formano di volta in volta per il singolo colpo, con componenti intercambiabili. Una strategia che rende più difficile contestare l’associazione mafiosa o criminale e consente un rapido reclutamento degli esecutori materiali.
Un altro elemento allarmante riguarda il profilo degli indagati. Si tratta di soggetti molto giovani, spesso poco più che ventenni, ma già gravati da precedenti specifici e, in alcuni casi, recidivi infraquinquennali. Alcuni avrebbero commesso gli assalti pur essendo agli arresti domiciliari, mentre uno risultava addirittura latitante dopo essere evaso dalla misura cautelare. Circostanze che hanno inciso nella valutazione del Gip circa il concreto pericolo di reiterazione dei reati.
Le perquisizioni hanno inoltre consentito di sequestrare materiale esplodente e numerosi petardi dai quali, secondo gli investigatori, veniva estratta la polvere pirica utilizzata per confezionare le “marmotte”. Un elemento che conferma come la preparazione degli assalti fosse pianificata con largo anticipo e con competenze specifiche nella manipolazione degli esplosivi.
La Procura ha infine ricordato che, meno di un mese fa, gli imputati dell’operazione condotta nel 2025 sono stati condannati in abbreviato a pene particolarmente severe dal Gup di Foggia, circostanza che viene letta come una conferma della solidità delle indagini svolte dai Carabinieri e dell’efficacia del coordinamento investigativo tra le procure di Larino e Foggia.
L’approfondimento della conferenza stampa restituisce dunque un quadro che va oltre il semplice arresto di tre persone: racconta un territorio nel quale gli assalti ai bancomat costituiscono ancora una delle principali emergenze criminali, ma mostra anche come l’evoluzione delle tecniche investigative – dalla genetica forense all’analisi digitale, fino alla collaborazione interprovinciale – stia progressivamente riducendo gli spazi di impunità per gruppi sempre più mobili, giovani e specializzati.
EB
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