Alle 10 e 30 del mattino in una Roma afosa, la sala, nonostante l’aria condizionata non funzioni, è zeppa. Accanto a me, due ragazzi scorrono sullo smartphone la sinossi dell’Odissea per conoscere a grandi tratti la storia che andranno a seguire nell’attesissimo film di Cristopher Nolan. E per me questo già basta. Potrebbe anche essere la peggiore opera mai tratta dal grande poema omerico, ma se tanta è la sua potenza, se ha la forza di spingere masse a fare i conti con Omero, io sono felice. Del resto, cosa importa di tutte le incongruenze con il poema che è alle fondamenta della nostra cultura? Che importa che la bionda Elena «bianche braccia», la donna più bella del mondo, arguta e intuitiva, sia una ragazza di colore non troppo avvenente e molto rivendicativa? Che importa se Menelao pare un imbecille e Agamennone assomiglia a un immobile Darth Vader? Che importa se dei troiani non c’è traccia, se il Ciclope è un mostro incapace di essere ingannato dal celebre tranello linguistico di Odisseo, se Telemaco non brilla di espressioni facciali particolarmente argute e se Circe più che una maga ricalca una femminista di altre epoche?
CINEMA
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CLAUDIA CATALLI
Certo, ammetto un dolore. Non tanto che Odisseo non arrivi infine naufrago nell’isola dei Feaci dove incontra la ragazza che tutti abbiamo sognato, Nausicaa. Quanto piuttosto che non arrivando alla corte di Alcinoo, la storia delle sue peripezie non la racconta a un pubblico di ospiti cui rivela «Sono Odisseo figlio di Laerte e la mia fama vola al cielo», ma viene invece costretto dagli sceneggiatori a raccontare e inventare quelle avventure fantastiche alla sola Calipso, una improbabile donna nella sua maturità che lo ha sottratto al ricordo facendolo abboffare di fiori di loto. Ammetto questo dolore perché Calipso è una ninfa e di lei Odisseo si innamora e tuttavia, pur innamorandosene, continua a sognare la moglie e a piangerla ogni mattina sulla roccia di Ogigia sognando il ritorno, sognando di invecchiare con lei, perché non gli interessa l’immortalità che pure Calipso gli promette, ma vuole solo tornare umano. Eppure, anche di questo cosa importa? Importa altro, in fondo.
Importa che l’eroe non sia un supereroe, ma un essere umano tormentato e consapevole della sua fallibilità proprio come Batman, uomo privo di superpoteri, capace di fare i conti solo con le proprie paure. E in questo Nolan non poteva sbagliare. Odisseo è un eroe perché eroe significa realizzare la propria umanità e l’umanità è dolore, difficoltà, errori, rimpianti e però anche tenacia e forza di vivere fino in fondo questi dolori e queste sconfitte per andare avanti e cercare sempre una realizzazione interiore. Realizzazione che in questo film ha a che fare evidentemente con due questioni decisive nei nostri tempi.
La prima è la legge di Zeus, ovvero la legge dell’Ospitalità, la legge che accomuna tutti gli esseri umani indistintamente e che pretende sia data accoglienza a chiunque arrivi da qualsiasi parte del globo terracqueo. Perché innanzitutto si mette a tavola il forestiero. E solo dopo gli si domanda da dove venga e con quali scopi. Poi, certo, se lo straniero/ospite (questo significa xenos in greco) tradisce l’ospitalità sarà ripagato duramente, ma la possibilità che non neghi la propria appartenenza al genere umano deve essere presa in considerazione con ogni privilegio.
Seconda questione, non distinta in fondo dalla prima, è la guerra. La guerra che porta solo orrore e morte, che distrugge civiltà, che annichilisce i cuori, che rende gli esseri umani assai peggiori delle bestie da cui credono di distinguersi per il divino logos che è in loro. Parola e ragione spingono l’essere umano verso gli dèi, ma possono anche spingerlo in un abisso di atrocità. Odisseo sa riflettere sul male che ha generato consegnandosi alla guerra e sa immaginare un futuro di pace.
È questa la lezione del film. Ricordarci ciò che è la base della nostra storia di occidentali in un tempo in cui non ci riconosciamo più parte di una famiglia umana, respingiamo il forestiero, lo calpestiamo eppoi uccidiamo donne, uomini, bambini. È necessario tornare a casa. Questo l’imperativo del grande viaggio di Odisseo, l’eroe tormentato che capisce una verità dura per tutti. Non si torna mai a casa. Quando si è partiti è per sempre. E tuttavia il ritorno è possibile in altro modo. Il ritorno è la comprensione di ciò che siamo stati e ciò che possiamo essere. E forse non è un caso che questa comprensione si compia nel film in due episodi che sono quelli in cui era impossibile discostarsi dalle altezze inarrivabili di Omero. Ossia quando Odisseo ritrova il suo cane Argo, lo carezza e il cane finalmente può lasciarsi morire. E quando la nutrice Euriclea lavandogli piedi e gambe tocca e riconosce la sua cicatrice di ragazzo, allora lo guarda e vorrebbe gridare, ma Odisseo la prende per il collo con la violenta dolcezza dell’uomo che sta tornando e deve tornare fino in fondo e sa che in quel momento non è possibile piangere. Eppure sa piangere Odisseo. E sappiamo piangere tutti noi esseri umani. E io, mentre Argo moriva e mentre Euriclea toccava la cicatrice di Odisseo, piangevo. Piangevo come un vitello nella sala stracolma di popcorn.
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MATTEO NUCCI
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