Il cervello esausto – Roma Report


Perché ci sentiamo tutti così stanchi, anche quando dormiamo abbastanza? La neuropsichiatra Olivia Ninotti intreccia neuroscienze, filosofia e vita quotidiana per spiegare come il cervello umano stia pagando il prezzo di un mondo che corre più veloce della sua evoluzione.

Foto di Hans-B. Sickler diffusa su Flickr.com con licenza commons creative

Da buona milanese cinquantenne e da medico ogni tanto me lo chiedo: perché siamo così stanchi? Poi mi rendo conto che non riguarda un contesto preciso,né geografico nè cronologico nè professionale. Lo confessano persone che non svolgono lavori fisicamente gravosi, che dormono un numero di ore apparentemente sufficiente, che sono giovani o che vivono in un’epoca in cui la tecnologia avrebbe dovuto alleggerire il peso dell’esistenza. Eppure la sensazione dominante è quella di un esaurimento continuo, silenzioso, difficile persino da definire.

 

Un cervello progettato per un altro ritmo

Le neuroscienze  ci vengono incontro spiegandoci che il cervello umano non è progettato per elaborare incessantemente una successione infinita di decisioni, notifiche, cambiamenti di contesto, stimoli emotivi e richieste di attenzione. La nostra corteccia prefrontale — sede delle funzioni esecutive, della pianificazione, dell’autocontrollo e della capacità decisionale — possiede una capacità limitata di gestione delle risorse cognitive. Ogni scelta, anche minima, ogni interruzione, ogni passaggio da un compito all’altro consuma energia metabolica e riduce progressivamente l’efficienza dei circuiti attentivi. La stanchezza che avvertiamo non è quindi soltanto psicologica,sta assumendo implicazioni neurobiologiche. Il cervello rappresenta appena il due per cento del peso corporeo ma utilizza circa il venti per cento dell’energia disponibile. L’attenzione, la memoria di lavoro, il controllo degli impulsi sono processi metabolicamente costosi. Ogni notifica, ogni messaggio, ogni decisione apparentemente irrilevante obbliga il sistema nervoso a riconfigurare reti neuronali complesse, coinvolgendo il network esecutivo centrale, il sistema della salienza (o di rilevanza) che praticamente decide che cosa, tra tutto ciò che accade dentro e fuori di me, merita la mia attenzione in questo momento e il Default Mode Network, quella rete cerebrale che permette l’introspezione, la memoria autobiografica e la costruzione del senso di sé.

Foto di Bradley P. Johnson diffusa su Flickr.com con licenza commons creative

 

Il valore nascosto dell’ozio mentale

Il problema è che oggi questi sistemi non hanno quasi più pause.
Il cervello lavora meglio quando, a intervalli regolari, sembra non fare nulla. È durante questi momenti che consolida la memoria, integra le esperienze, seleziona ciò che è importante, elimina il rumore di fondo. Le neuroscienze contemporanee hanno dimostrato che l’ozio mentale non è inattività, ma una forma sofisticata di elaborazione inconscia. La creatività, l’intuizione, perfino molte decisioni morali maturano proprio quando cessiamo di inseguire stimoli esterni. La nostra cultura , invece, ha progressivamente trasformato ogni spazio vuoto in uno spazio da riempire. L’attesa alla fermata dell’autobus diventa tempo per  scrollare il telefono. Una passeggiata diventa occasione per ascoltare un podcast. Una cena viene interrotta dalle notifiche. Persino il sonno viene preceduto da un’ultima esposizione agli schermi. Non lasciamo più il cervello da solo con se stesso.

Dal punto di vista antropologico questo rappresenta una trasformazione senza precedenti. La tecnologia corre in anni; l’evoluzione del cervello procede in millenni. Tra queste due velocità si gioca una parte decisiva del malessere della contemporaneità.

Per centinaia di migliaia di anni la mente umana si è evoluta alternando periodi di intensa attenzione a lunghi intervalli di relativa quiete. Le società tradizionali conoscevano il valore del silenzio, della contemplazione, dell’attesa, della ripetizione. Erano esperienze che permettevano al sistema nervoso di ritrovare un equilibrio fisiologico. L’uomo contemporaneo vive invece immerso in un ambiente che gli antropologi definiscono iperstimolato, una condizione nella quale il numero di informazioni disponibili supera enormemente la capacità biologica di elaborarle.

Foto di Gauthier Delecroix diffusa su Flickr.com con licenza commons creative

Quando la tecnologia corre più della biologia

Come ripeto sempre ai miei figli quando discutiamo del mio allora e del loro adesso non è cambiato il cervello ma è cambiato il mondo intorno al cervello . Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto la nostra come una “società della prestazione”, nella quale il soggetto non è più dominato da divieti esterni, ma da un imperativo interiorizzato: essere costantemente efficiente, produttivo, disponibile, performante. L’individuo non si sente costretto da un’autorità che impone quanto da una voce interna che esige di fare sempre di più, di non fermarsi mai. Il risultato non è una maggiore libertà, bensì una nuova forma di esaurimento in cui  diventiamo, al tempo stesso, sfruttatori e vittime di noi stessi. A questa lettura si affianca quella del sociologo Hartmut Rosa, che individua nell’accelerazione sociale il tratto distintivo della modernità. Non è soltanto aumentata la quantità di cose che facciamo; è aumentata la velocità con cui siamo chiamati a farle. Le innovazioni tecnologiche, nate per risparmiare tempo, finiscono paradossalmente per comprimere ulteriormente il tempo disponibile, alimentando un circolo vizioso in cui ogni istante deve essere riempito, ottimizzato, reso produttivo. Quando il ritmo dell’esistenza supera la capacità biologica del cervello di elaborare, integrare e attribuire significato alle esperienze, il mondo smette di essere un luogo con cui entrare in relazione e diventa un flusso incessante di richieste a cui rispondere. Rosa definisce questa perdita di rapporto vitale con la realtà una perdita di risonanza dove  non siamo più realmente presenti nelle esperienze che viviamo, ma continuamente proiettati verso quella successiva. È proprio in questo scarto tra il tempo del cervello e il tempo della società che nasce una delle forme più profonde della stanchezza contemporanea.

Il cervello con cui affrontiamo il XXI secolo è, nella sua architettura fondamentale, lo stesso con cui Homo sapiens affrontava il mondo decine di migliaia di anni fa. È cambiato il contesto, non la biologia. Nel volgere di appena due o tre decenni abbiamo trasformato radicalmente l’ambiente cognitivo in cui viviamo: la quantità di informazioni, la velocità delle interazioni, la continuità delle sollecitazioni e la richiesta di decisioni istantanee non hanno precedenti nella storia evolutiva della nostra specie. Il cervello, tuttavia, continua a funzionare secondo tempi che sono quelli della biologia, non della tecnologia. Ha bisogno di alternare attenzione e recupero, stimolazione e silenzio, azione e riflessione, perché solo così può consolidare la memoria, integrare le esperienze e attribuire loro un significato. Quando il tempo sociale accelera oltre il tempo biologico della mente, si produce un disallineamento profondo. È in questa frattura, più ancora che nell’eccesso di lavoro o nell’uso degli strumenti digitali, che si annida una delle radici della fatica cognitiva contemporanea. La stanchezza che molti descrivono oggi non è soltanto un vissuto psicologico né esclusivamente un fenomeno sociale: è il segnale di un cervello evolutosi per adattarsi lentamente all’ambiente che viene costretto a inseguire un mondo che cambia più rapidamente della sua capacità di elaborarlo.

 

Non stiamo perdendo intelligenza, ma attenzione

Viviamo così una curiosa contraddizione. Disponiamo di una quantità di conoscenze mai raggiunta nella storia dell’umanità, ma fatichiamo sempre più a concentrarci su un libro, ad ascoltare una conversazione senza distrazioni, a sostenere un ragionamento complesso.

Per cui quando leggo che la nostra post-modernità ipertecnologica ci  sta rendendo meno intelligenti, mi viene una fortissima irritazione.E’ un’affermazione comoda,una scorciatoria che chiude nello status quo una complessità ancora modificabile.

Non stiamo perdendo l’intelligenza; in realtà stiamo consumando la nostra attenzione. E l’attenzione è probabilmente la risorsa cognitiva più preziosa che possediamo perché permette di apprendere e  determina ciò che diventiamo. I circuiti neurali si modificano in funzione di ciò che ripetutamente osserviamo, pensiamo, ricordiamo. L’attenzione seleziona il mondo e seleziona il cervello che avremo.

Foto di Pavlos Stamatis diffusa su Flickr.com con licenza commons creative

Un vino alla volta

E qui mi aiuta anche la mia storia personale, oltre che quella professionale. A cinquant’anni, e da neuropsichiatra, mi trovo ogni giorno a ripetere ai ragazzi e ai loro genitori che la vera ricchezza cognitiva non consiste nell’accumulare una quantità sempre maggiore di informazioni. Per spiegarlo ricorro spesso a un’immagine semplice, quella di un otre in cui si continua a versare vino. Vini diversi, magari eccellenti, ciascuno con il proprio profumo, il proprio carattere, la propria storia. Ma se li versiamo tutti insieme, senza distinzione e senza tempo per assaporarli, il risultato non è un vino migliore, è un miscuglio indistinto, incapace di restituire la qualità di ciascuno.

Così funziona anche la mente. Non cresce perché riceve sempre più stimoli, ma perché ha il tempo di selezionarli, approfondirli, collegarli tra loro e farli diventare conoscenza. La vera ricchezza consiste nel saper scegliere, nel fermarsi, nel dedicare attenzione, passione e senso critico a ciò che conta.
Un vino alla volta. Anche il cervello, come il buon vino, chiede tempo per essere davvero gustato.


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 Olivia Ninotti

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