Natalità
29 Luglio 2026
L’Italia continua a perdere nascite e nel 2025 tocca un nuovo minimo storico dal secondo dopoguerra. Lo scorso anno sono nati appena 355mila bambini, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, sempre più distante dalla soglia di 2,1 necessaria al ricambio generazionale. A fotografare il quadro è il “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato a Roma. Il rapporto mette in evidenza come il problema non sia la mancanza del desiderio di diventare genitori, quanto piuttosto l’impossibilità di trasformarlo in realtà. Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2% dichiara infatti di aver rinunciato a causa di difficoltà economiche, lavorative o sociali, mentre solo il 5,5% afferma che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Il divario tra intenzioni e realtà emerge con forza dai dati. Se i progetti di maternità dichiarati dalle donne italiane si fossero concretizzati, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio rispetto ai 355mila effettivamente registrati.
Tra gli ostacoli principali figurano le difficoltà economiche e occupazionali, indicate da oltre 2,8 milioni di italiani. Quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla carriera in caso di maternità, una percentuale più che doppia rispetto agli uomini (24%). Pesano inoltre il carico dell’assistenza familiare e la carenza dei servizi: oltre 3 milioni di donne risultano inattive per motivi familiari, contro 151mila uomini, mentre 763mila persone rinunciano ad avere figli perché impegnate nella cura dei genitori anziani. Il dossier descrive un Paese sempre più anziano. Nel 2025, a fronte delle 355mila nascite, si sono registrati 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297mila persone. Se da un lato l’aspettativa di vita raggiunge gli 83,4 anni, tra le più elevate al mondo, dall’altro aumenta la pressione sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, del welfare e del sistema pensionistico. Secondo il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, la denatalità è un fenomeno che affonda le proprie radici negli anni Settanta, quando hanno iniziato a diminuire i tassi di fecondità. Oggi, ha osservato, il valore di 1,14 figli per donna è “quasi la metà” di quello necessario per mantenere stabile la popolazione. Se il trend non cambierà, entro il 2050 ci saranno circa 300 over 65 ogni 100 giovani fino a 14 anni. Le cause, ha spiegato, sono molteplici e comprendono precarietà lavorativa, difficoltà economiche e il crescente peso dell’assistenza agli anziani.
“Per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono. I dati dimostrano esattamente il contrario”, ha affermato il presidente della Fondazione per la Natalità, Gigi De Palo. “Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita. Il tema non è convincere qualcuno ad avere bambini, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere”. Un’analisi condivisa anche dalla direttrice generale dell’Inps, Valeria Vittimberga, secondo cui la natalità non è la causa della povertà, ma sono l’insicurezza lavorativa, i redditi insufficienti, le difficoltà di accesso alla casa, la carenza di servizi e la penalizzazione professionale delle madri a rendere più difficile la scelta di avere figli. Le misure già introdotte, come l’assegno unico universale, il bonus asilo nido, gli incentivi alle assunzioni femminili e il lavoro agile, rappresentano, ha sottolineato, strumenti importanti per creare le condizioni che consentano alle famiglie di programmare con maggiore serenità il proprio futuro.
Sui dati è intervenuta anche la ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, secondo cui il calo delle nascite “viene da lontano” ed era già evidente negli anni Novanta. La ministra ha ricordato che, nonostante un tasso di fecondità simile a quello attuale, allora nascevano oltre 150mila bambini in più ogni anno grazie a una popolazione femminile in età fertile più numerosa. Roccella ha inoltre sostenuto che, oltre ai sostegni economici, oggi sia necessario affrontare anche una dimensione culturale della denatalità, legata ai cambiamenti nelle relazioni sociali, nelle aspettative di vita e nella percezione della genitorialità. Secondo la ministra, le politiche strutturali introdotte dal Governo mirano proprio a rendere la società più favorevole alla scelta di avere figli.
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