Quando il telefono ha preso il posto del tiggì, e il mondo è andato a rotoli


Di tutte le persone che conosco, molte delle quali assai più benestanti di me, io sono quella che conduce la più privilegiata delle vite. Nulla mi ruba tempo: non ho un orario di lavoro, non ho figli da scarrozzare, cani da pisciare, responsabilità da accudire. Trascorro le mie giornate a leggere, scrivere, guardare film. Faccio tutto l’anno la vita che gli altri fanno in vacanza.

Nessuno, quindi, ha più tempo di me d’informarsi, da uno qualunque delle decine di abbonamenti che pago a giornali di tutto il mondo. Se non lo faccio io, la speranza è proprio perduta.

L’altro giorno mi appare su Facebook il post di una bolognese di sinistra che, dice, è stufa di leggere, da gente di destra, illazioni circa il fatto che la sinistra bolognese si sarebbe assai contrita per il signore nero morto durante un controllo di polizia ma non per quello bianco che mesi fa è stato ammazzato in stazione.

La signora elencava tutto ciò che la sinistra bolognese aveva fatto in solidarietà al ferroviere morto a gennaio, e io scrollavo e passavo ad altro perché nulla sapevo e nulla mi interessava sapere. Non sapevo se fosse vero che a destra c’era una polemica del genere. Non sapevo se le cose che elencava la signora fossero vere.

Avrei avuto tempo di informarmi: non posso mentire al punto da dire «ma tu lo sai a che ora mi sono svegliata io stamattina, la bambina ha vomitato», una frase che dovrebbe sostituire l’inno nazionale in questa patria di fancazzisti che si percepiscono tutti lavoratori sfiniti. Avrei avuto tempo e modo, ma non l’ho fatto. Perché non me ne importa niente della sinistra bolognese? Anche, ma non solo.

Ieri sul Times c’era un articolo secondo il quale gli inglesi, che nel 2023 se non sapevano cosa guardare mettevano al 30 per cento la Bbc e al 24 Netflix, ora aprono più probabilmente Netflix: 26 per cento contro il 25 della Bbc. Il che non è un problema tanto per la qualità della programmazione di Netflix – oddio, quella non aiuta – quanto perché uno che apre Netflix non sceglie.

La Bbc aveva – ha – un numero finito di canali e quindi di programmi. Siamo, noi della mia età, l’ultima generazione che alla tele sceglieva tra tre o quattro cose, e quindi sceglieva.

Quando apri Netflix, e ti si srotolano davanti migliaia di titoli, ti prende l’ennui. Non per quella che in neolingua si chiama Fobo (fear of better option) e che un tizio per cui lavoravo nel mondo di prima chiamava «la comanda sbagliata» (quando ordini qualcosa e poi ti prende l’invidia del piatto, sempre più verde, che ha ordinato il vicino di tavolo).

Il fatto è che, come quando il menu del ristorante ha più di tre pietanze, la scelta diventa una fatica. Ti devi concentrare, e non ti va di concentrarti. Io ormai l’unico giornale che apro è il Financial Times, perché ogni giorno mi mandano i sei pezzi che vale la pena leggere: scelgono loro per me. Però loro sanno scegliere.

Netflix in cima alla pagina, la cosa che i pigri cliccano condannandosi a una serata in cui guarderanno una porcheria a casaccio, mette delle robe che ieri per lo sfinimento ho disdetto l’abbonamento. Mi è comparso un avviso: «Vuoi restare? Avremo 84 nuovi film e telefilm il prossimo mese». Ma percaritadiddio, ho già una pila di libri belli accumulati nonostante il moltissimo tempo libero, mi ci mancano solo ottantaquattro orrende novità di Netflix, mi ci manca solo un giorno, per stanchezza, cliccare sul telefilm di vampiri o sul film con Claudia Gerini che mi mettete in apertura di pagina.

La mia statistica aneddotica dice che quest’anno, ogni volta che sono tornata da Londra, chiunque fosse l’autista che mi veniva a prendere in aeroporto, il dialogo era sempre lo stesso. Mi chiedeva se avevo fatto buon viaggio e subito dopo: ma Londra è pericolosa come dicono?

Io non capivo di cosa parlassero, ma magari avevano ragione: sono un’incosciente che gira di sera da sola da sempre, ma non mi pareva, tornando in albergo a Londra, di vedere più brutte facce di quante ne vedo tornando a casa a Bologna.

Poi ho visto la direttrice dell’Economist rimproverare a Elon Musk di dire ai suoi più di duecento milioni di follower che l’Inghilterra è quasi alla guerra civile, che la criminalità la violenza l’immigrazione. Io non m’ero mai accorta lo dicesse perché a me, sul social di Elon, non compare mai Elon.

Mi compaiono dodicenni, o almeno m’illudo siano tali, poi vado a cercare nei loro profili e quella che ha paura che il pap-test sia doloroso ha 33 anni, quella indignata perché ha scoperto che a ventun anni l’amichetta mentì ai genitori e disse che era stata lei a consigliarle di rifarsi le tette ne ha sessanta, quella che pensa di poter restare incinta se taglia in due il blister della pillola ha ventiquattr’anni, quella che pensa che le carie si prendano baciandosi 27, quella che inveisce perché deve pagarsi gli assorbenti che la mamma non le compra ne ha trenta.

Essere il cento per cento degli autisti dei capoluoghi italiani, convinti da Elon che la Knightsbridge del 2026 sia il Bronx del 1976, mi pare più riposante che essere me, costretta a constatare ogni giorno che il prodotto di troppi titoli di giornale non è solo che non clicchiamo su niente, ma anche che si arriva a ventisette anni convinte che la cura per i denti sia non baciare mai nessuno.

Certo, c’entra il fatto che il discorso pubblico è ormai fatto di tifoserie, prevedibile quanto un brutto film di Netflix. Stralcio dell’articolo di domenica di Michele Serra, che avrei voglia di ricopiare per intero: «Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, […] tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla».

Serra è un signore beneducato e fa esempi politici. Io, che sono abbastanza cafona da scrivere sui giornali quanto i giornali siano diventati inutili, aggiungerei che i giornali sono ormai prevedibili quanto i sottosegretari: che ci clicco a fare, sui titoli, se so già dal nome dell’autore dove si va a parare su ogni tema?

Però poi mi compare l’unico consumo culturale contemporaneo, il video breve. In quello del giorno, un signore al quale qualche intervistatore americano chiede di Trump, e quello dice che ha fermato otto guerre, ma non sa dire quali. E mi chiedo: è solo la tifoseria? O è che una volta il tizio medio con una vita media che non gli lasciava tempo di approfondire sentiva una cosa al Tg1 e la ripeteva fiducioso, e adesso la stessa fiducia la ripone nelle stronzate che gli passano davanti sul telefono, e se uno dice che ha fermato otto guerre sarà vero?

L’italiano che crede che a Londra io rischi la vita ogni volta che esco, l’americano che pensa che Trump abbia trovato un mondo in guerra e lo riconsegni dopo mezzo mandato in pace, il bolognese che ripete quel che ha intravisto su Facebook della gestione della criminalità, sono tre tifosi che ripetono le parole d’ordine della loro parte? O sono mia nonna quando diceva «L’ha detto la televisione», solo che l’autorevolezza della televisione di cinquant’anni fa stava a quella dei telefoni che spolliciamo oggi come il premio Nobel stava al Telegatto?


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