La passione per i viaggi a piedi è germinata in me un anno dopo l’altro, come conviene ai sentimenti dalle radici profonde. Da bambino, all’alba dei prismatici anni ’80, camminavo semplicemente per dovere. Durante le placide vacanze estive a Pinarella di Cervia, il mio biondo fratellino e io eravamo tenuti a partire ogni mattina di buon’ora insieme a mamma per percorrere qualche chilometro a passo spedito. I nostri modesti obiettivi erano il faro del capoluogo o i lidi più settentrionali di Cesenatico, e il percorso era rigorosamente ad anello: andata lungo la spiaggia e ritorno nel fresco della pineta, o viceversa.
Assecondare la genitrice era l’unico modo per ottenere la promessa di una piada farcita, di una Fanta o di un gelato a metà pomeriggio. La merenda, come ci veniva ricordato con filologica precisione, andava meritata; mettere un piede dopo l’altro senza rompere le scatole domandando «quanto manca?» era il nostro onesto mezzo per guadagnarla.
Allo stesso modo si regolavano le vacanze in montagna, in Valsassina o all’Alpe di Siusi: le giornate erano ritmate da salite al Culmine di San Pietro o marce a fondovalle verso la statua del leone sulla piazza di Barzio, a Castel Salego o alla chiesetta di San Valentino, dove in un tempo remoto i nostri genitori si erano giurati eterno amore.
Non meraviglierà troppo apprendere che, quando ci si spingeva in visita a una capitale straniera, erano d’obbligo scarpinate senza fine fra monumenti e musei, maratone nella canicola affidati alle carte in scala, invero non troppo dettagliate, presenti nelle guide di seconda mano portate da casa.
«Siamo nel quadrante A2 di Parigi e dobbiamo arrivare al D5, praticamente dall’altra parte della città. Perché non prendiamo il bus o la metro?» capitava che domandassi, nel realizzare che la maggior parte degli umani evitava con cura di sottoporsi ai nostri rituali. «Se in un posto si può andare con i mezzi, vuol dire che ci si può arrivare anche a piedi» mamma superava in salto triplo ogni obiezione. «È logico. E poi camminare fa bene: ci si tiene in forma e la notte si dorme meglio.»
Quegli argomenti, in verità, non avevano grande presa su due bambini di otto e quattro anni, più che disposti a correre ore dietro a un pallone, ma non altrettanto motivati verso la marcia; quanto all’insonnia, non sapevamo neppure cosa fosse.
La verità è che non ci saremmo mai adattati a seguirla, se non avessimo sentito forte il desiderio di conquistare i nostri premi, ghiaccioli dai nomi esotici, resi saturi nella tinta da coloranti oggi proibiti, o più semplici crêpe zucchero e limone.
Solo più avanti avrei realizzato come alle pratiche podistiche della genitrice non fossero del tutto estranei un certo grado di claustrofobia e la sua innata capacità di disorientamento non appena rinunciava a guadagnare la meta un passo alla volta. Mamma era in grado di coprire molti chilometri a piedi animata dallo stesso senso misterioso che guida gli uccelli a ritrovare il nido dopo una lunga migrazione. Non appena saliva in bus oppure in corriera, però, smarriva ogni sicurezza; allora roteava lo sguardo oltre il finestrino cercando di riconoscere qualche punto di riferimento, statua o piazza, e se pure eravamo semplicemente di ritorno lungo la via dell’andata, pativa quei trasbordi come scommesse con l’ignoto; i percorsi ctonii delle metropolitane, poi, scanditi dalla visione claustrofobica d’un buio quasi uniforme, erano dal suo punto di vista appena meno rischiosi d’una roulette russa.
Dunque preferiva camminare perché a quel modo provava una sensazione di controllo sulla situazione, una tranquillità che altri generi di spostamenti invece le negavano.
Per noi, però, era diverso: quelle marce semi-forzate, nel loro svolgersi, erano prodighe di doni preclusi agli adulti. Com’è, come non è, noialtri piccoletti ci si adagiava nel palmo della nostra offerta educativa; camminavamo senza fare troppe storie, come altri bambini della nostra età facevano ogni giorno per andare a scuola o rifornirsi d’acqua a un pozzo fuori mano. Essenzialmente perché ci avevano insegnato così.
A fornirci la motivazione per partire era un innocente desiderio di bibite e carboidrati, ma lungo la via il nostro panorama mentale si apriva come non accadeva mai quando si era relegati in casa o confinati giù in cortile. «Arruolati in Marina, vedrai il mondo», lo slogan ben noto a zii e cugini che vestivano l’uniforme della Marina militare, per noi si declinava in versione domestica: «Esci a piedi con mamma, vedrai il circondario».
E a forza di conoscere passo passo i circondari, voi capite, si mettono insieme mappe mentali di dimensioni non disprezzabili, in grado di coprire interi quartieri, borghi e città.
Nel bosco ci si orienta con i segnavia, gli alberi più caratteristici o le radure, di notte con le stelle, ma per noi ognuno di quei punti di passaggio prendeva le sembianze di un fondale fantasmagorico, la tana di una storia che non avremmo mai immaginato se non ci fossimo spinti sul posto di persona.
In un certo luogo, all’improvviso ci appariva evidente un cavaliere in armatura, come quelli della Storia d’Italia a fumetti, che doveva aver sconfitto un drago; con ogni probabilità non era mai accaduto, ma per noi quello diventava «il posto del drago», un waypoint che restava unico e indimenticabile anche senza conoscere le sue coordinate.
In ambito urbano, l’arte di leggere il territorio si può basare più facilmente sui luoghi del desiderio – per noi, all’epoca, vetrine di articoli sportivi, gelaterie o negozi di modellismo – o su particolari più minuti che colpiscono la nostra attenzione: un’insegna pittoresca, una scritta particolarmente suggestiva tracciata a spray su un muro, un certo adesivo attaccato a una pensilina. E da quei piccoli segni, trascurati persino nelle tavole iperdettagliate di TuttoCittà, nascevano altre storie ancora: trame criminose che avevano come personaggi rapinatori e terroristi, di quelli che popolavano sotto forma di foto segnaletiche le pagine di cronaca nera dei giornali, e investigatori decisi come il tenente Stone e l’ispettore Keller della serie tv Le strade di San Francisco.
Pubblicato per Piemme
da Mondadori Libri S.p.A.
© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. Milano
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Enrico Brizzi
Source link





