La Russia vuole dedicare un’isola a Richard Sorge, una delle spie più celebri della storia del Novecento. Il luogo scelto non è casuale: un territorio disabitato dell’arcipelago delle Curili, nel Pacifico settentrionale, una delle aree più sensibili del rapporto tra Mosca e Tokyo. La decisione, annunciata dalla sezione di Sachalin della Società geografica russa e in attesa dell’approvazione formale del governo, è destinata a essere letta in Giappone come una provocazione. L’isola si trova infatti nella zona delle cosiddette Curili meridionali, rivendicate da Tokyo come Territori del Nord e amministrate dalla Russia dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Ma il nome scelto da Mosca racconta molto più di una disputa territoriale. Richard Sorge, raccontato dal giornalista e scrittore americano Owen Matthews in “La spia perfetta” (Edizioni Settecolori, 2025), non è soltanto una figura storica: è il simbolo di una certa idea russa dello spionaggio, fatto di sacrificio, fedeltà allo Stato e guerra combattuta nell’ombra. Una figura che il Cremlino di Vladimir Putin ha interesse a recuperare proprio mentre la Russia celebra sempre più spesso la continuità tra l’intelligence sovietica e quella contemporanea.
Nato nel 1895 a Baku, allora nell’Impero russo, da padre tedesco e madre russa, Sorge crebbe in Germania in una famiglia borghese. La sua trasformazione iniziò durante la Prima guerra mondiale. Arruolatosi volontario nell’esercito tedesco, venne ferito gravemente tre volte sul fronte occidentale. L’esperienza delle trincee distrusse il suo entusiasmo patriottico e lo spinse verso il comunismo rivoluzionario.
Negli anni Venti entrò nella rete internazionale del movimento comunista. Con lo pseudonimo di R. Sonter svolse missioni per conto del Komintern, l’organizzazione internazionale controllata da Mosca per coordinare i partiti comunisti stranieri. Nel 1929 fu reclutato dal servizio segreto militare sovietico, il 4° Ufficio dell’Armata Rossa, il futuro Gru, allora guidato dal generale lettone Pavel Berzin.
Fu in quel momento che nacque Ramsay, il nome con cui sarebbe entrato nella storia dello spionaggio.
La prima grande missione arrivò in Cina, nel pieno della guerra civile tra nazionalisti del Kuomintang e comunisti di Mao Zedong. A Shanghai Sorge costruì una rete informativa e dimostrò la sua qualità principale: la capacità di entrare negli ambienti più diversi, creare fiducia e trasformare relazioni personali in fonti di intelligence.
Ma la sua missione più importante sarebbe arrivata in Giappone. Per arrivare a Tokyo doveva costruirsi una copertura perfetta. E Sorge scelse una strada apparentemente folle: tornò nella Germania nazista, si avvicinò al nuovo regime e ottenne persino la tessera del Partito nazionalsocialista. Grazie alla sua conoscenza della Cina e alle sue capacità giornalistiche riuscì a farsi accreditare come corrispondente di diversi quotidiani tedeschi, tra cui la Frankfurter Zeitung.
Nel settembre 1933 arrivò in Giappone. La sua copertura era così efficace che riuscì a entrare nel cuore della comunità tedesca di Tokyo e soprattutto nell’ambasciata del Terzo Reich. Divenne amico dell’addetto militare Eugen Ott, che sarebbe poi diventato ambasciatore tedesco in Giappone. Sorge arrivò a scrivere parte dei rapporti che Ott inviava a Berlino sulla situazione nipponica, realizzando così una delle infiltrazioni più straordinarie della storia dell’intelligence. Dietro la facciata del giornalista tedesco mondano e filo-nazista, però, operava una rete sovietica composta da figure come il tecnico radio Max Clausen, il giornalista giapponese Hotsumi Ozaki e il giornalista jugoslavo Branko Vukelić.
Da Tokyo Sorge riuscì a ottenere informazioni che avrebbero potuto cambiare il corso della guerra. Nel 1941 avvertì Mosca che Adolf Hitler stava preparando l’invasione dell’Unione Sovietica. Le sue informazioni erano precise: indicò il numero delle divisioni tedesche schierate sul confine e persino la data dell’attacco, il 22 giugno. Stalin però non volle credergli. Aveva ricevuto altri rapporti simili e, convinto che Berlino avrebbe rispettato il patto di non aggressione nazista-sovietico del 1939, considerò quelle informazioni poco affidabili. L’Operazione Barbarossa dimostrò che Sorge aveva ragione.
Il suo contributo decisivo arrivò però qualche mese dopo. Attraverso la sua rete, in particolare grazie ai contatti di Ozaki nell’élite politica giapponese, scoprì che Tokyo aveva scelto la cosiddetta «Opzione Sud»: non avrebbe attaccato la Siberia sovietica, ma avrebbe concentrato le proprie ambizioni espansionistiche verso il Pacifico e il Sud-est asiatico. Quella informazione convinse Stalin. Le truppe sovietiche dislocate in Estremo Oriente furono trasferite verso il fronte occidentale e impiegate nella difesa di Mosca. Il fallimento tedesco davanti alla capitale sovietica, nell’inverno del 1941, rappresentò uno dei momenti decisivi della Seconda guerra mondiale.
Eppure l’uomo che aveva contribuito a salvare l’Unione Sovietica sarebbe stato abbandonato proprio dal Paese per cui aveva lavorato. Arrestato dalla polizia giapponese nell’ottobre 1941, Sorge fu torturato, processato e condannato a morte. Venne impiccato nel carcere di Sugamo, a Tokyo, il 7 novembre 1944, anniversario della Rivoluzione bolscevica. Mosca non fece nulla per salvarlo.
Per quasi vent’anni il suo nome rimase un tabù nell’Unione Sovietica. Celebrarlo avrebbe significato ricordare anche l’errore di Stalin, che aveva ignorato i suoi avvertimenti sull’invasione nazista e poi non aveva riconosciuto il valore della sua miglior spia. Solo nel 1964, durante la destalinizzazione di Nikita Chruščëv, la stampa sovietica raccontò ufficialmente la sua storia. Sorge fu proclamato Eroe dell’Unione Sovietica e trasformato in un simbolo nazionale.
Oggi il Cremlino recupera quella memoria in un contesto completamente diverso. La Russia utilizza sempre più spesso figure dell’intelligence sovietica come strumenti di legittimazione storica. Le spie del passato diventano modelli per il presente. La scelta di dedicare un’isola delle Curili a Richard Sorge arriva inoltre mentre il Giappone sta rafforzando la propria architettura di sicurezza con una nuova agenzia d’intelligence. Un dettaglio che rende il gesto ancora più significativo: Mosca non sta soltanto celebrando una spia del passato. Sta inviando un messaggio nel presente.
A quasi ottant’anni dalla sua morte, Richard Sorge resta una figura impossibile da ridurre a una sola definizione: fu un comunista idealista e un manipolatore, un giornalista e una spia, un uomo capace di cambiare la storia ma incapace di sfuggire alla macchina politica che aveva scelto di servire.
Ora il suo nome finirà su un’isola. Proprio come accade ai grandi simboli: non appartengono più soltanto alla storia, ma diventano strumenti del potere che li celebra.
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Gabriele Carrer
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