Mia madre, nata e cresciuta ad Alba, vedeva a volte, da piccola, Beppe Fenoglio, seduto con carta e penna in un caffè di piazza Duomo. Era la fine degli anni ‘40. Chissà cosa scrive il figlio di Amilcare il macellaio, pensava mia madre. Ha capito molto più tardi chi fosse davvero quel giovanotto, quali capolavori avesse scritto. In ogni caso continuava a chiamarlo per nome. «Beppe», diceva, come se fosse un amico. Ho qui con me una vecchia edizione de I ventitré giorni della città di Alba, segnata da punti esclamativi e dalla mia grafia adolescente, larga e panciuta – ora è affilata, quasi illeggibile. Chiedevo a mia madre: «Com’era?». Avevo dodici o tredici anni, ero innamorata di quei racconti, e mi sembrava che, grazie a lei, ai suoi ricordi, avrei potuto vederlo anch’io coi miei occhi, in quel caffè, e che lui fosse sul punto di alzare lo sguardo e farmi un cenno d’intesa.
Nel giugno del ‘59, mentre mia madre, quasi ventenne, si fidanzava, Fenoglio scrisse a Pietro Citati una lettera. Era in corso una brutta vicenda editoriale – brutta di certo per lui, o almeno sgradevole – legata allo Strega, vicenda che qui non riporto. Quello che conta è la lettera, un suo frammento in particolare: «Io non scrivo per competizione alla radice del mio scrivere c’è una primaria ragione che nessuno conosce all’infuori di me». Vorrei raccontarvi brevemente quanto, dal mio punto di vista, queste parole non parlino solo di Beppe Fenoglio, nato ad Alba più di cent’anni fa, anche se a rileggerlo in quest’estate torrida pare più vivo che mai, come se i suoi romanzi e racconti li avesse scritti da poco, pochissimo, e fosse già allora, tanti anni fa, sempre di un passo davanti a noi, nel futuro. Quelle parole dicono anche di un modo di guardare al mondo, alle cose del mondo e alla vita che viene da lì, dalle colline di Langa. Il passaggio che ho riportato ha in sé quella terra per come io la conosco. È un modo di guardare al mondo che arriva prima della scrittura e che poi, per alcuni, diventa scrittura. Dice di un certo destino, una maniera di essere – non solo per chi è di Langa, ci mancherebbe – che di quelle colline mi sembra la forma più autentica: un radicale pudore, unito al timore segreto dell’incomprensione che a un pudore così profondo spesso si lega, tradotto nella domanda: «Mi capiranno?». Timore fra l’altro quasi sempre infondato, ingiustificato, eppure frequente in chi è abituato a dire poco di sé e quindi tende a pensare: «A che servirebbe? Lasciamo stare», in una sorta di terra di mezzo fra parola e silenzio. Scrivendo, questa terra di mezzo diventa la bussola e insieme la strada: soltanto ciò che è strettamente necessario, nient’altro, comparirà sulla pagina.
Per quanto sia nata e viva altrove, anch’io, negli anni, in certi momenti ho pensato «lasciamo stare» – ora accade di meno. Quel tipo di sguardo dev’essere passato a me per via materna, una specie di eredità.
D’altronde, come ha scritto Pavese, quelle colline sono un terreno “perenne”. Era di Santo Stefano Belbo, Pavese, a una mezz’ora di macchina da o per Alba; per puro caso ci sono sempre arrivata in giornate di sole feroce, nella canicola, e sotto quel sole mi sono fermata davanti alla casa in cui nacque. «Le Langhe non si perdono», ha scritto in I mari del Sud, poesia di apertura della raccolta Lavorare stanca. Va’ dove vuoi, gira il mondo avanti e indietro, solca ogni mare: te le porti appresso. C’è da dire che le colline di Langa somigliano a un mare con le sue onde, in una Regione – il Piemonte – che mare non ha; pare che, sorvolandole in aereo, la somiglianza diventi molto evidente.
Mi preme ricordare anche un altro dei versi di I mari del sud, «Tacere è la nostra virtù», che mi riporta a Fenoglio. La virtù di chi è nato in quei posti. Che strana virtù sarebbe? Potrebbe in effetti mettere un po’ di tristezza, dando di quella terra un’immagine triste, dimessa. Ma vediamola in modo diverso: tacendo, cominci a sentire ogni cosa. Lo scorrere d’acqua di un fiume come il Tanaro o il Belbo, ad esempio. Le voci degli altri. Persino la vita, che pure ha un suono (la vita, cioè la mia grande questione, il mio più grande amore). Strana virtù, certamente, però so bene, sulla mia pelle, quanto Pavese dicesse il vero. Non servirebbe – lo faccio lo stesso – ricordare il biglietto che lui lasciò nella stanza dell’albergo Roma, in piazza Carlo Felice a Torino, il suo ultimo messaggio, concluso con una preghiera o forse un comando o entrambe le cose: «Non fate troppi pettegolezzi». Lasciate stare, non ne vale la pena.
Tacere vuol dire sentire. Significa anche, per chi è fatto così, non lamentarsi, non recriminare, non fare cinema né sceneggiate, darsi un contegno, non mettersi al centro del mondo (per carità!), col paradosso che ci si mette comunque al centro del mondo proprio restando in silenzio o quasi: un capolavoro di economia per gente abituata al risparmio. È un margine di segretezza, una zona d’ombra che ti circonda: nessuna luce può illuminarla una volta per tutte, pochi possono attraversarla con semplicità. È come un mistero, e che vuoi fare davanti al mistero?
In terra di Langa, molto cambiata da allora ma come allora votata al lavoro, a perseveranza e misura e serietà, quel margine di segretezza esiste ancora. Come un fondo alla fine di tutto: scavi e lo trovi. È quasi un orgoglio, direi. Vado a Dogliani e lo sento. Vado a Monforte e lo sento. A Santo Stefano, uguale. Ritorno ad Alba, dove mia madre mi portava spesso da piccola – era per lei, come per me, una personale Macondo – ed eccolo lì. È ben radicato, quel modo di vivere e dunque, per alcuni, di scrivere. A ognuno il suo, d’altra parte. Se devo dirvi, somiglia al mare in una Regione che mare non ha: non c’è, eppure a guardare bene lo vedi, tacendo abbastanza a lungo cominci a sentirlo. Quel mare potrebbe sembrarti un sogno. Forse lo è, forse no. Ed ecco la vera sorpresa: spesso quelli che tacciono sono impegnati a far questo, sognare. Vai a sapere cosa. Loro lo sanno, anche se non lo dicono. Se glielo chiedi, se insisti, se provi a puntare una luce su quel margine d’ombra pieno di sogni, capace che ti rispondano: «Lasciamo stare», gentili ma fermi. Ricordate il pudore di cui vi parlavo, quel timore, quella strana virtù nella poesia di Pavese? Sognano ciò che non c’è e persino quello che c’è. Poi, come Pavese e Fenoglio, seduto in un caffè di Alba con carta e penna mentre una bambina lo guarda, ti scrivono libri da togliere il fiato.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
ELENA VARVELLO
Source link


