Il nonno fissò la ruota finché non rallentò del tutto. Quando si arrestò, disse in modo quasi solenne: «Addio, cara».
«Non prende», piagnucolò Mauro.
«Ricalcolo percorso». Zia Lidia sbuffò e guardò il proseguimento della strada. «E se passasse qualcuno?». «Passerà qualcuno», disse Lorenzo.
Io notai che Lorenzo continuava a fissare il bosco. Mi girai anch’io e lo fissammo insieme, ovviamente in silenzio. «Dai, dai, non è successo niente. Adesso andiamo a vedere se c’è qualcuno a cui chiedere aiuto più avanti», propose poi Mauro, improvvisando una via d’uscita da quella bolla surreale.
Nessuno aveva alternative, quindi ci muovemmo senza discutere, camminando verso il bosco e lasciandoci dietro ciò che rimaneva dell’auto.
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Il bosco era attraversato da un vento leggero e coreografico. Camminammo lungo il margine della strada, in fila, senza chiederci dove stessimo andando, come se bastasse muoversi perché la cosa si cancellasse dall’elenco degli eventi della giornata. Il navigatore, dentro la macchina rovesciata, continuò a rantolare per un po’, ovattato.
«Ricalcolo percorso».
Quella voce non ci mollava. A un certo punto ebbi l’impressione che il vento se la fosse presa in carico, per poi spingerla nel bosco con noi fino a farla viaggiare tra i rami.
Dopo poche decine di metri comparve un sentiero che ci riportò sull’asfalto, dove passavano le auto. Davanti a noi vedemmo un capannone basso, con una serranda a metà e una luce accesa. Sopra c’era un’insegna sbiadita: GOMMISTA. Davanti alla serranda c’erano chiazze nere per terra, a strati, e la gomma era così presente che sembrava formare un’architettura a parte.
Mauro si fermò davanti all’ingresso.
«Buongiorno».
Ci fu un rumore di ferri. Poi uscì un uomo in tuta scura, le mani nere e la faccia che sembrava di gomma anche lei. L’uomo ci guardò uno per uno senza fretta, come se stesse soppesando i pro e i contro del disturbo. «Che è successo?», chiese placidamente. Mauro indicò la curva con un gesto breve. «Ci siamo ribaltati». L’uomo incassò la notizia senza fare un plissé. Poi azzardò un cenno con la testa, un meccanico tentativo di mostrare vicinanza. «Feriti?», aggiunse subito dopo, accorgendosi di non essere andato a segno. «No», ribatté zia Lidia, infastidita dai suoi tempi di reazione. L’uomo si avvicinò di qualche passo con la sua flemma e si stampò sulla faccia un sorriso a metà tra il buffo e l’inquietante. «Allora siete già fortunati». «Avremmo bisogno di far controllare l’auto», esclamò rigido Mauro, con una diplomazia che non gli apparteneva; dopo quel secondo incidente gli si era sgonfiato anche l’orgoglio. Il gommista si voltò verso il telefono a filo appeso dentro al capannone.
«Chiamo un amico», biascicò. «È fidato». Compose il numero con calma; il telefono fisso, una vecchia cornetta in bachelite, fece un suono che incuriosì il nonno. Probabilmente non vedeva aggeggi simili da decenni. L’uomo parlò lentamente, dando solo informazioni essenziali. «Nino? Ho un’auto ribaltata alla curva. Puoi passare? … No, niente feriti, stavolta. » Sembrava quasi dispiaciuto.
«Arriva», muggì, riattaccando. «Quanto ci mette?», chiese Lorenzo. «Boh. Dipende da dov’è», proseguì il gommista. In un altro momento Mauro gli sarebbe saltato al collo, ma lì si limitò a deglutire. L’uomo tornò dentro e cominciò ad armeggiare su un banco da lavoro, smaltendo la nostra presenza come se fossimo solo un altro ferro vecchio.
«Non prende», notò di nuovo Mauro, muovendo il telefono in aria come un bimbo con un aeroplanino.
«Qui prende male», fece notare il gommista, senza alzare la testa.
Capirlo era difficile: la voce diceva una cosa e il corpo un’altra. Le parole uscivano dritte, ma la prossemica le tradiva. Forse per questo mi stette subito simpatico.
Ripensai a quanto fosse eccessiva quella cattedrale di gomma: iniziava fuori e proseguiva dentro, tracciando una sorta di percorso. A occhio era più del doppio di quella di cui avrebbe mai avuto bisogno, dato il posto infelice in cui si trovava. Mauro rimise via il telefono con un gesto breve e impacciato, non da lui. Zia Lidia si sedette su un copertone della cattedrale nel modo in cui ci si siede a messa. Lorenzo rimase in piedi a guardare la curva e, ogni tanto, il bosco, come se questi fossero collegati da un filo che vedeva solo lui. Il nonno teneva d’occhio una catasta di copertoni dentro alla cattedrale, forse l’abside, che risentiva dell’incuria del Capitolo dei Canonici, capitolo ridotto a un solo sacerdote, ora raccolto davanti allo smontagomme, a officiare la sua messa di mastice e toppe. Il nonno se ne tornò vicino a me a far roteare i pollici, senza proferire parola. Infine, il gommista uscì di nuovo e si pulì le mani su uno straccio.
«Dove andavate?», ci chiese.
La domanda rimase sospesa. Per un attimo ce n, eravamo tutti dimenticati. Poi il nonno, a fatica, riuscì a tirar fuori dalla sua bocca la parola: «A un funerale».
Il gommista annuì, quasi l’avesse immaginato da qualcosa nell’aria.
«E adesso?» chiese con voce candida e fastidiosa. Ci furono cinque secondi di pigro silenzio.
«Adesso aspettiamo», replicò poi il nonno con distacco.
«E aspettate», ribatté il gommista, giusto per avere l’ultima parola in quell’improbabile conversazione. Seguì un minuto in cui passai in rassegna un centinaio di piccoli rumori, uno diverso dall’altro. Fu come contare le pecore e mi venne un sonno incredibile. Quella notte non avevo dormito niente e mi sarei appisolato volentieri da qualche parte, anche solo per velocizzare quell’attesa grottesca, ma mi sembrava inappropriato chiedere al gommista se potessi usare due copertoni come materasso.
Poi Mauro, senza guardare nessuno, rimise la puntina sul disco rotto.
«Che culo».
«Che culo», rispose zia Lidia. La sua voce non aveva gratitudine. Lorenzo si schiarì la voce: un raschio gutturale che graffiò il vinile.
Il gommista ci osservò un secondo e poi sentenziò: «Eh, qui succede».
«Qui? ». Mauro sembrava sul punto di piangere. «Alla curva», precisò il gommista. «È perché non si vede…», borbottò Mauro. «La gente arriva lunga. Poi c’è un po’ di ghiaino. Comunque succede». Ebbene Mauro aveva ragione. C’era ghiaino. Maledetto ghiaino. Nessuno commentò. Succede era abbastanza.
Da lontano arrivò un furgone bianco. Scese un ometto anonimo che sembrava la copia carbone del gommista, ma con cappellino a visiera e guanti da lavoro.
«Dov’è l’auto?», chiese. Il gommista indicò la curva. L’uomo ci guardò un attimo, pronto a lavorare.
«Nino, piacere. Di qui?». Annuimmo sincronicamente, perché il ritmo di Nino, ben diverso da quello letargico del gommista, ispirava puntualità.
Camminammo verso la macchina rovesciata. Vista da fuori sembrava più piccola, quasi innocua, al pari di un giocattolo rotto. Nino girò intorno alla carrozzeria. «Questa è segnata», disse. «Anche questa». Aprì il furgone e tirò fuori gli attrezzi con gesti puliti, inevitabili. Ogni gesto diceva si fa così. Mauro era ancora un po’ stordito e in cerca di conferme.
«Siamo vivi», azzardò piano. «Sì», rispose piatta zia Lidia. «Sentenza rimandata», disse Lorenzo. Poi toccò al nonno: «Non ci siamo fatti niente». Lo disse in modo poco spontaneo.
Nino lavorava senza alzare lo sguardo, con la sordità professionale di chi ha imparato a isolarsi dalle lagne dei clienti.
Lorenzo si spostò verso il margine del bosco, per poi fermarsi a guardare tra i tronchi. Nonostante fosse fatto per il 75% di cinismo, in quel pomeriggio strano qualcosa si stava smuovendo dentro di lui.
«Che fai?», chiese Mauro con un’impercettibile vena polemica.
«Mi sa che vado un attimo a sgranchirmi le gambe», replicò piatto Lorenzo. Fece due passi tra gli alberi e sparì.
«Questa viene via», disse Nino tra sé e sé, girando una chiave.
E quasi come se si sentisse escluso, il navigatore parlò ancora, ovattato.
«Ricalcolo percorso».
Nessuno fiatò. Mi sembrò la cosa più simile a una pernacchia che un’auto potesse fare.
Il gommista lo guardava fare e gongolava – segretamente, ma nemmeno tanto – di vedere che a sudare era un altro. Quando Nino finì, si raddrizzò. «Io non ce la faccio, qui serve il carro per tirarla su».
«Lo chiamo io», disse il gommista, e buttò la sigaretta. Rientrò nell’officina e digitò un numero. Poco dopo era già di nuovo fuori, ancora più baldanzoso.
«Arriva!».
Ci sistemammo come si poteva, dove era facile non sapere cosa fare. Zia Lidia chiese un copertone al gommista e se lo portò appresso. Mauro rimase in piedi. Io mi misi vicino al nonno senza dirglielo; lui continuava con i pollici, tanto per cambiare. Di solito, più lenti li faceva andare, più era teso. Ora però mi sembrava del tutto indecifrabile il suo comportamento.
Fu allora che zia Lidia si alzò e guardò oltre il capannone. «Guarda! C’è un bar».
«Dove?». Mauro era sempre più spento. Zia Lidia indicò l’insegna mezza coperta dall’edera. «Ma guarda che è chiuso», replicò Mauro. «Eh sì, è chiuso da anni», confermò il gommista. «Non sembra chiuso», bofonchiò la zia.
Nel vialetto comparve un uomo sui sessant’anni dal passo tranquillo. Aveva qualcosa del gommista e qualcosa di Nino, e nel dire questo mi riferisco proprio al principio costruttivo, come se da quelle parti gli uomini venissero da un unico stampo, colato con gradi diversi di fretta. In lui, il terzo, quella matrice era più definita che negli altri due, al punto che sembrava fatto della stessa materia del posto. Attraversò il cortile, aprì la porta di un bar chiuso da anni e accese le luci. Poi si mise dietro al bancone con la naturalezza di chi ha imparato un mestiere molto presto e l’ha portato avanti per tutta la vita. Zia Lidia si voltò prima verso Mauro, con aria di superiorità, ricevendo indietro un suo cenno con il capo che era una summa di indifferenza, e poi verso il gommista, con aria confusa, ma questi era già rientrato.
Da dentro il bosco arrivò un rumore secco, come un ramo spezzato. Il nonno sollevò la testa. Io guardai gli alberi e poi il bar acceso. Due strade, entrambe senza indicazioni.
E il navigatore, moribondo nella macchina rovesciata, si spense di colpo.
…
Zia Lidia partì per prima, con la borsa stretta al petto anche mentre camminava. Mauro la seguì non appena riuscì a mettere da parte il suo orgoglio, che, come la sciatteria di Lorenzo, non c’era modo di sradicare del tutto, nonostante il gran baccano che avevano dentro.
«Solo un attimo», disse al gommista, con quel tono da ci vado anche se non mi rispondi. Zia Lidia, a differenza del marito e del cognato, non dava segni di cedimento. Restava fedele alla linea come un chiodo ben battuto, colpo dopo colpo, fino a sparire nel muro.
Il gommista non rispose. Mauro, come il fratello, guardò verso il bar e poi verso la curva. Due direzioni che per lui avevano lo stesso peso e lo stesso torto. In fondo c’era lui al volante: il resto era un alibi. Il pirata stradale poteva anche averli centrati, ma Mauro si sentiva l’unico responsabile.
Io rimasi fermo un secondo. Dal bosco arrivò una sequenza di rumori. Guardai il nonno: anche lui fissava gli alberi. Non l’avevo mai visto così distante.
«Vado a vedere dov’è», disse tagliando corto, e poi entrò nel bosco a passi lenti, senza voltarsi.
Io decisi che avrei raggiunto Mauro e zia Lidia, perché avevo la gola secca e la vescica da svuotare. La porta del bar era di vetro sporco, con l’insegna mezza coperta dall’edera. La maniglia era fredda e un po’ appiccicosa, un primo assaggio che sarebbe bastato in altre circostanze a farmi tornare indietro. Dentro, due lampadari pendevano stanchi sputando una luce bianca, emicranica, su un bancone in legno di quercia, impastato di birra secca e disinfettante. Entrai e mi sedetti sullo sgabello accanto alla zia.
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MATTEO GHISLERI
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