Il mercato miliardario sottovalutato: come la riqualificazione urbana risolve la crisi degli investimenti in Germania
Il settore industriale tedesco è sottoposto a una pressione enorme: costi di costruzione alle stelle, lunghi processi di autorizzazione e prezzi energetici elevati spingono sempre più aziende a delocalizzare all’estero o le costringono ad adottare dolorose misure di riduzione dei costi. Ma al di là dell’onnipresente retorica di crisi, sta emergendo un cambiamento significativo che sta modificando radicalmente il modo in cui vengono effettuati gli investimenti in Germania. Invece di puntare su nuovi edifici prestigiosi su aree “greenfield”, le imprese nazionali si stanno rivolgendo a ciò che già esiste: la modernizzazione delle aree dismesse. La riqualificazione mirata di vecchi impianti e siti industriali si è evoluta da una tendenza di nicchia ecologica a una leva competitiva da miliardi di euro. Che si tratti di enormi parchi logistici su acciaierie dismesse o di modernissimi stabilimenti per la produzione di batterie in vecchi edifici industriali, l’ammodernamento di edifici e impianti esistenti spesso consente non solo di risparmiare fino al 90% dei costi, ma anche di evitare anni di ritardi burocratici. Il seguente articolo analizza in dettaglio perché la Germania deve imparare ad apprezzare le sue vecchie fabbriche e come la riqualificazione stia diventando forse la via d’uscita più pragmatica e importante dalla trappola degli investimenti.
La silenziosa trasformazione dei siti industriali della repubblica
Per anni, il dibattito pubblico sulla Germania come polo industriale è stato dominato da dati scoraggianti. La creazione di valore industriale è significativamente inferiore ai livelli del 2017, interi capannoni industriali sono vuoti e le aziende stanno spostando sempre più i propri investimenti all’estero. Ma al di là di questi dati, si sta verificando un cambiamento notevole nel modo in cui le aziende tedesche investono. Per la prima volta nella storia recente, i progetti di modernizzazione su siti industriali esistenti – i cosiddetti brownfield – superano il volume delle nuove costruzioni tradizionali su terreni vergini. Solo nella prima metà dell’anno, ben oltre la metà di tutti i nuovi spazi logistici e industriali è stata realizzata su ex siti industriali, con un aumento di dieci punti percentuali in un anno. Questo cambiamento non è casuale, né è semplicemente una tendenza estetica verso la sostenibilità. È una necessità economica, nata dalla scarsità di terreni, dai costi di costruzione alle stelle, dalle lunghissime procedure di autorizzazione e da un calcolo aziendale che, in molti casi, rende semplicemente non redditizie le nuove costruzioni. Ciò che sta emergendo è molto più di una semplice tendenza edilizia. Si tratta di un discreto riallineamento della logica degli investimenti tedeschi che, forse, dice di più sul futuro di questa zona di qualsiasi discorso domenicale sulla reindustrializzazione.
Il regolo calcolatore risolve la questione: perché l’ammodernamento è quasi sempre più economico
La convenienza economica della modernizzazione dei sistemi esistenti non è una questione di fede, ma può essere dimostrata con dati concreti. A titolo indicativo, il costo di un ammodernamento è pari a circa il cinquanta percento del prezzo di un nuovo sistema comparabile, mentre l’investimento si ripaga spesso entro un anno e mezzo. In casi particolarmente favorevoli, i risparmi sono significativamente maggiori. Un esempio concreto nel campo dell’aspirazione dell’aria e dell’impiantistica per edifici illustra l’entità dei risparmi: un sistema di aspirazione dell’aria costruito nel 2008 con una capacità di sessantamila metri cubi all’ora è stato valutato tecnicamente e in gran parte mantenuto, sostituendo solo i componenti usurati. La modernizzazione, compreso l’acquisto del sistema, è costata circa 71.000 euro, mentre una sostituzione completa sarebbe costata circa 300.000 euro, oltre quattro volte tanto. Tali risparmi non sono casi isolati, ma riflettono un modello strutturale: per macchine con una solida base meccanica, l’ammodernamento mirato della tecnologia di controllo, dei sensori e degli azionamenti può far risparmiare fino al novanta percento del costo di un sistema completamente nuovo. A ciò si aggiungono i costi accessori evitati, che vengono regolarmente sottovalutati quando si sostituiscono interi sistemi, come nuove fondamenta, processi modificati, formazione approfondita del personale e lunghi periodi di familiarizzazione con i nuovi sistemi. Un ammodernamento, d’altro canto, preserva la funzionalità di base del sistema, riducendo significativamente i requisiti di formazione per la forza lavoro ed eliminando la necessità di convalidare nuovamente i processi consolidati. Anche le tempistiche favoriscono la modernizzazione: mentre un nuovo progetto di costruzione, comprensivo di pianificazione, permessi e realizzazione, può facilmente richiedere dai dodici ai venti mesi, molti interventi di ammodernamento possono essere implementati in poche settimane, a volte anche durante le normali attività produttive senza interruzioni significative. Per le aziende che temono ulteriori tempi di inattività in mercati già sotto pressione, questo fattore è spesso più determinante del puro importo dell’investimento.
Quando il prato verde diventa una costosa illusione
Negli ultimi anni, in Germania, la classica costruzione di nuovi edifici su terreni non edificati, il cosiddetto progetto greenfield, ha perso notevolmente il suo appeal, per ragioni molteplici. In primo luogo, la disponibilità di terreni in posizioni strategiche, ben collegati dai trasporti e privi di problemi legati ai permessi di costruzione è diventata scarsa nella maggior parte delle regioni economiche, facendo lievitare i prezzi dei terreni e limitando drasticamente le opzioni di ubicazione. In secondo luogo, le procedure di autorizzazione per i nuovi impianti industriali in Germania si protraggono spesso per anni, mentre gli impianti esistenti su siti già edificati e approvati sono esenti da molti di questi ostacoli, poiché la destinazione d’uso commerciale di base è già consolidata. In terzo luogo, i costi di costruzione di impianti completamente nuovi sono aumentati in modo sproporzionato negli ultimi anni a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali, della carenza di manodopera specializzata nel settore edile e dei maggiori costi di finanziamento, ampliando ulteriormente il divario di costo rispetto alla ristrutturazione. Questo effetto è particolarmente evidente nel settore immobiliare logistico, considerato un indicatore precoce delle tendenze generali in materia di localizzazione: in regioni come la Ruhr, dove sono presenti numerosi siti brownfield, circa il novanta percento di tutti i nuovi spazi logistici viene ora costruito su ex terreni industriali. Un esempio emblematico è lo sviluppo di un parco commerciale di circa 72.000 metri quadrati sul sito di un ex laminatoio Thyssen a Gelsenkirchen, che ha conferito all’ex acciaieria una funzione economica completamente nuova. Questa tendenza è altrettanto evidente al di fuori del settore industriale pesante tradizionale: sul sito di una centrale termoelettrica a carbone dismessa a Lübbenau, è in costruzione un data center all’avanguardia per l’intelligenza artificiale, con un costo di circa undici miliardi di euro. Questo progetto sfrutta la rete elettrica esistente, l’infrastruttura di teleriscaldamento e l’area già edificata di una centrale a combustibili fossili, proiettandola verso il futuro digitale. Tali progetti dimostrano che la riqualificazione di aree dismesse non è più solo l’ultima risorsa per le medie imprese attente ai costi, ma rappresenta anche la scelta economicamente più vantaggiosa per le industrie lungimiranti e con ampie disponibilità di capitale.
Fabbriche di batterie, parchi chimici e la dimensione sottovalutata del mercato
La logica economica del retrofitting si manifesta appieno solo a livello macro, considerando la somma di tutte le esigenze di modernizzazione di interi settori industriali. Uno studio congiunto dell’Associazione tedesca degli ingegneri (VDMA) e di un’importante società di consulenza gestionale specializzata nella produzione di batterie fornisce dati impressionanti a riguardo: si prevede che il volume del mercato globale degli impianti di produzione di batterie raggiungerà un totale cumulativo compreso tra 250 e 280 miliardi di euro entro il 2035, di cui la sola modernizzazione degli impianti esistenti rappresenterà circa 135 miliardi di euro, quasi la metà del mercato totale. Ciò apre considerevoli nuove opportunità di business per l’ingegneria meccanica e impiantistica europea, e in particolare tedesca, poiché i primi grandi stabilimenti di produzione di batterie degli anni 2010 sono ormai tecnicamente obsoleti e necessitano di essere aggiornati con una chimica delle celle più moderna, una maggiore densità energetica e processi produttivi più efficienti, anziché essere completamente ricostruiti. Dinamiche simili si osservano nell’industria chimica, che tradizionalmente costituisce il fulcro del panorama industriale tedesco, ma che al contempo soffre in modo particolare degli elevati costi energetici e del basso tasso di utilizzo della capacità produttiva. I parchi chimici esistenti presentano ingenti investimenti già realizzati in sistemi di tubazioni, reti di vapore, infrastrutture di sicurezza e collegamenti logistici, che dovrebbero essere completamente rifinanziati per un nuovo sito ex novo. La modernizzazione mirata dei singoli componenti dell’impianto, ad esempio attraverso scambiatori di calore più efficienti, controllo di processo digitalizzato o azionamenti elettrici, consente alle aziende chimiche di aumentare significativamente la propria efficienza energetica senza abbandonare l’intero sistema integrato del sito, il cui valore supera di gran lunga la somma delle sue parti. Queste cosiddette strutture integrate, in cui un impianto utilizza il calore di scarto o i sottoprodotti di un altro come materia prima, sono difficili da replicare in una nuova sede, il che rende l’approccio di ammodernamento dei siti chimici esistenti ancora più interessante.
Tra pressione sui costi e delocalizzazione: il dilemma strutturale dell’industria tedesca
La crescente popolarità dei progetti di modernizzazione di aree industriali dismesse non può essere compresa se non nel contesto della crisi economica generale che sta colpendo l’industria tedesca. Sondaggi recenti mostrano che quest’anno oltre il 40% delle aziende industriali prevede di investire all’estero, un forte aumento rispetto all’anno precedente e il dato più alto degli ultimi vent’anni. Particolarmente allarmante è il cambiamento di motivazione: in passato, gli investimenti esteri avevano spesso ripercussioni positive sul mercato interno, come l’apertura di nuovi mercati, mentre oggi il fattore dominante è il puro risparmio sui costi, generalmente a scapito delle sedi nazionali. Prezzi elevati dell’energia, aumento del costo del lavoro, lunghe procedure di autorizzazione e un crescente carico fiscale si combinano per creare un livello di costi che sta diventando sempre meno attraente rispetto al confronto internazionale. Nell’indice dei costi di una classifica delle sedi ampiamente seguita, la Germania occupa ora una delle posizioni più basse tra le principali nazioni industrializzate. In questo contesto, la modernizzazione degli impianti esistenti sembra essere una delle poche strategie rimaste per le aziende per migliorare la propria competitività sul territorio nazionale senza dover sopportare l’intero rischio di un nuovo investimento ad alta intensità di capitale. Un terzo delle aziende industriali dichiara già di aver posticipato gli investimenti previsti nei propri processi chiave a causa degli elevati costi energetici, il che aumenta ulteriormente l’attrattiva degli approcci di modernizzazione volti al risparmio di capitale. Se non è possibile costruire nuovi grandi impianti, almeno bisogna utilizzare nel modo più efficiente possibile le infrastrutture esistenti: questa è la risposta pragmatica di molte aziende a un contesto che difficilmente consente la realizzazione di nuovi progetti edilizi su larga scala.
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Konrad Wolfenstein
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