Angela Missoni: “Amo mettere insieme ciò che mi dà allegria. I miei Bambi rappresentano emozioni”


I primi sporgono dalle mensole di un mobile disegnato da Gio Ponti. Poco più in là, lungo una vetrata, se ne allineano molti altri, come in un piccolo branco. Decine di cerbiatti, tutti in ceramica smaltata: alcuni ospitano giacinti e narcisi, altri sono bianchi, maculati, con gli zoccoli dorati. Angela Missoni – per venticinque anni direttrice creativa della maison fondata dai genitori Ottavio e Rosita – non ricorda quando ha cominciato a collezionarli. «Ciò che mi piace è riunirli: col tempo diventano come vere e proprie famiglie», dice, sedendosi nel soggiorno della sua casa-studio di Sumirago, a due passi da Varese. I suoi «Bambi», come li chiama lei, convivono in un’affollatissima stanza tra le opere di artisti internazionali (da Tracey Emin a Do-Ho Suh) e una fila di piante sintetiche illuminate al neon, comprate vent’anni fa in un grande magazzino di Cernobbio.


«Le gerarchie non mi sono mai interessate: ho sempre amato mettere insieme ciò che mi dà allegria». Del resto, precisa, «non sono una collezionista, semmai un’assemblatrice».

Qual è il discrimine?
«L’assenza di un metodo. I collezionisti d’arte sono professionisti, io no: compro ciò che mi emoziona. Frequento mostre e artisti fin da quando era ragazzina, sono un’appassionata di design ma amo innanzitutto scovare vecchi pezzi, provando ad adattarli a nuovi contesti. Prenda queste sedie: mi seguono da trent’anni. Sono le stesse dell’albergo di Ischia in cui andavo, da piccola, coi nonni».

Si collezionano i ricordi, oltre che gli oggetti?
«Sì e io, per fortuna, ne ho molti belli. Qualche anno fa ho comprato due tele di Roberto Crippa. Era un grande amico di papà: nella nostra casa c’erano delle sue opere e una col tempo si era purtroppo sbiadita».

Suo padre Ottavio ha acquistato molte tele di grandi artisti, da Mario Sironi a Bruno Cassinari.
«Gli piaceva regalarle a mamma, lui non ha mai avuto alcun interesse per gli oggetti. Amava invece dipingere: quando, nel 1971, ci siamo trasferiti a Sumirago, le pareti di casa erano spoglie. E visto che i denari erano stati spesi tutti per la casa, papà decise di fare acrilici, che realizzò proprio nello studio di Crippa».

Negli anni Settanta lui stesso espose i suoi lavori in una personale, a Venezia.
«Fu un’idea della Galleria del Naviglio. Un pomeriggio il suo proprietario, Renato Cardazzo, andò a trovare papà in ufficio mentre era sommerso dai fogli a quadretti su cui attaccava i suoi pezzetti di colore. Gli disse: “Voglio farci una mostra”. E mio padre: “Ma io cosa dovrei fare? ”. “Niente”, gli rispose Cardazzo. “Portami tutti questi fogli e noi li incorniciamo”. Così è stato».

Lo sguardo con cui si costruisce una collezione d’arte è lo stesso con cui si disegna una collezione di moda?
«No, sono due attività molto diverse. Quello dello stilista è un mestiere che ha dentro di sé tanti lavori diversi. I vestiti devi saperli fare – e dunque devi conoscere i tessuti, le forme, le tecniche della produzione – ma poi devi anche saperli raccontare».

In entrambi i casi, però, contano gli occhi.
«Sì e in questo sono stata fortunata: sin da ragazzina, mi sono resa conto di vedere a un livello di dettaglio, anche tecnico: non solo i grandi affreschi, i tessuti, i colori; pure i bulloni, le viti, gli ingranaggi, mi resta impresso tutto. Ricordo ancora la sfilata fiorentina di Palazzo Pitti, nel 1967. Avevo nove anni, ma ho ancora molto bene impresse le scarpe, le cerniere, il trucco e il parrucco».


È una dote innata o va educata?
«È un dono, che però si allena. Come con i quadrifogli».

Cosa c’entrano i quadrifogli?
«Oltre a essere una grande stilista, mia madre Rosita era una donna curiosissima e un’instancabile ricercatrice. Tra i suoi amici era famosa per trovare funghi e quadrifogli. Le dicevano: “Sei fortunata, io non troverò mai un quadrifoglio”. E lei rispondeva: “Non si nasce fortunati, la fortuna va cercata”».

Quel modo di guardare, sua madre, lo applicava anche alle persone?
«Sì. Fu lei, dopo aver visto una delle prime collezioni che avevo realizzato in autonomia, a chiedermi: “Hai mai pensato di prendere in mano Missoni?”. Risposi di no. E lei: “Dovresti, perché quello che stai facendo è quello che vorrei che fossimo oggi”»

Anche sua madre amava collezionare?
«Amava scovare oggetti improbabili e anche su questo andavamo d’accordo. Durante le trasferte di lavoro, eravamo sempre alla ricerca di mercatini dell’usato: Londra, Parigi, i piccoli borghi italiani».

Che cosa la convince oggi a comprare e a portare a casa un oggetto?
«Sono attratta da ciò che è nascosto o dimenticato, e soprattutto da ciò che sembra abbia perso il proprio posto nel mondo. Mi piace pensare che abbia bisogno di trovare una nuova casa».

Anche i luoghi finiscono dunque per educare lo sguardo?
«Certo. E la nostra storia familiare è qui a raccontarlo. Mia madre è nata a Golasecca, con il Monte Rosa davanti agli occhi. Lo vedeva dall’azienda che ha fondato con papà, dalla casa dove siamo andati a vivere e oggi lo vedo anch’io da qui. In famiglia, da sempre, ne siamo quasi ossessionati, è diventato persino lo scenario di una delle mie sfilate».

Per suo padre Ottavio era diverso?
«Da esule giuliano-dalmata – era nato a Ragusa di Dalmazia prima di trasferirsi a Zara – aveva perso il suo paesaggio; credo che arrivando qui, in questa terra, e in particolare nella famiglia di mia madre, abbia trovato il suo nido».

Quel nido, oggi, è cambiato. Da un paio di mesi la famiglia Missoni è uscita del tutto dall’azionariato dell’azienda, guidata dal fondo FSI.
«È stata una decisione sofferta, maturata per dare una prospettiva. Il nostro compito, oggi, non è più guidarla ma custodirne la storia».

E una storia come questa come si custodisce?
«Come si custodiscono tutte le cose a cui si è voluto bene; attraverso i ricordi, e anche attraverso gli oggetti: archivi, vestiti, manufatti. Sono loro la testimonianza più concreta e immediata della nostra storia».


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 FILIPPO MARIA BATTAGLIA

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