Servizi segreti, Italia solo quindicesima in Europa: «Gli italiani non hanno una cultura dell’intelligence»


C’è una classifica che, nel mondo dell’intelligence europea, fa più rumore di quanto sembri. Non perché i servizi segreti amino finire in graduatoria — anzi — ma perché a giudicarli non sono analisti da salotto, bensì sessanta professionisti del renseignement provenienti da 25 Paesi.

Il risultato premia senza sorprese il MI6 britannico, incorona la DGSE francese come primo grande servizio dell’Europa continentale e lascia l’Italia in una posizione scomoda: quindicesima, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.

Un verdetto severo, accompagnato da giudizi pesanti: “Roma ha una cattiva reputazione tra gli spioni”. E ancora, nelle parole attribuite a un ex ufficiale della CIA: “Gli italiani non hanno alcuna cultura dell’intelligence”.

Parole dure, forse persino brutali. Ma non prive di sfumature: perché, nello stesso dossier, viene riconosciuto un punto che pesa moltissimo per la sicurezza nazionale italiana. Quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.

Una graduatoria decisa dagli uomini dell’intelligence

La classifica è stata costruita raccogliendo le valutazioni di sessanta professionisti dell’intelligence, tra cui diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.

Il metodo scelto è semplice ma indicativo: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.

Non è una classifica ufficiale. Non potrebbe esserlo, per la natura stessa del settore. Ma è proprio per questo che pesa: misura la reputazione reale tra addetti ai lavori, cioè quella moneta invisibile che decide chi viene coinvolto nei dossier sensibili e chi resta ai margini.

MI6, il primato britannico nasce dalle fonti umane

Al primo posto c’è il MI6, il servizio segreto estero del Regno Unito. Il punteggio attribuito ai britannici è il più alto: 251 punti. Un distacco netto rispetto agli inseguitori.

La ragione principale è una: la capacità di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici. È il terreno più antico e più delicato dell’intelligence: il rapporto umano, la fonte interna, l’informazione che non arriva dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.

Il MI6 viene descritto come un servizio capace di giocare sul lungo periodo, puntando su una fonte anche per dieci anni prima di raccogliere davvero i frutti dell’operazione. Una mentalità da “grande gioco”, ereditata dalla tradizione britannica e affinata nei teatri più complessi.

Russia, Cina, Turchia, Iran: sono questi alcuni degli scenari citati. Tra i casi più significativi emerge quello di Alireza Akbari, ex viceministro della Difesa iraniano, indicato come una fonte manipolata dai britannici fino al 2019.

Un ex dirigente della DGSE ha sintetizzato così il metodo inglese: capacità di giocare nel tempo lungo, scommettere sulle fonti e coltivare operazioni sporche quando necessario. Nel linguaggio dell’intelligence, non è una critica. È quasi un complimento.

Il peso dell’Ucraina nella reputazione britannica

Il prestigio del MI6 non nasce solo dalla storia. Negli ultimi anni è stato rafforzato dal ruolo britannico nel dossier ucraino.

L’intelligence di Londra, insieme alla CIA, aveva messo in guardia i partner sull’imminenza dell’invasione russa dell’Ucraina già nell’autunno 2021. Da allora, il Regno Unito è considerato uno degli attori più attivi nel sostegno informativo a Kiev.

Un ex responsabile CIA per Europa ed Eurasia, Ralph Goff, ha indicato i britannici come avanti sul dossier ucraino, con gli Stati Uniti immediatamente dietro. Una frase che spiega bene il livello di credibilità raggiunto dal MI6 sul fronte più importante della sicurezza europea contemporanea.

DGSE seconda: la Francia resta la potenza continentale

Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Il giudizio che ricorre è chiaro: la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.

La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.

La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo. Proprio l’Africa rappresenta uno dei terreni dove Parigi conserva una profondità informativa che molti partner le riconoscono.

Prigozhin, Africa e controterrorismo: i dossier forti di Parigi

La DGSE è considerata molto forte su Africa, Libano, controterrorismo e contro-proliferazione.

Un episodio citato nel dossier riguarda il giugno 2023. Attraverso le sue reti africane, l’intelligence francese avrebbe appreso che Evgenij Prigozhin, fondatore della Wagner, stava preparando il suo tentativo di colpo di mano contro Vladimir Putin. Una segnalazione che avrebbe poi ricevuto l’attenzione della CIA.

Resta, però, una macchia rilevante: il febbraio 2022, quando la Francia non colse con la stessa nettezza di britannici e americani l’imminenza dell’invasione russa dell’Ucraina. Un errore pesante, ma non sufficiente a compromettere la posizione della DGSE nel giudizio complessivo dei professionisti consultati.

Paesi Bassi terzi: piccoli, affidabili, decisivi

Il terzo posto va ai Paesi Bassi, con 97 punti. Una posizione che conferma quanto nell’intelligence non conti soltanto la dimensione geopolitica di un Paese, ma il rapporto tra risorse, risultati e affidabilità.

Gli olandesi vengono descritti come il servizio con il miglior ritorno sull’investimento. Hanno una reputazione di grande serietà, ispirano fiducia nei partner e sono considerati centrali nelle cooperazioni europee.

Il loro ruolo non è marginale. I servizi dei Paesi Bassi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.

Altra operazione chiave: l’infiltrazione del gruppo hacker Cozy Bear, legato al renseignement russo, che permise di avvertire gli americani.

Il centro europeo antiterrorismo ospitato dagli olandesi

Un altro elemento rafforza il peso dell’Aia: dall’inizio degli anni Venti, l’intelligence olandese ospita un centro europeo di renseignement antiterrorismo, con esperti distaccati dai Paesi dell’Unione Europea e anche da Regno Unito, Norvegia e Svizzera.

È un nodo di cooperazione delicatissimo: supporto alle indagini complesse, scambio di dati classificati, verifiche su profili sospetti, attività post-attentato.

In un’Europa dove il terrorismo jihadista resta una minaccia e dove la fiducia tra servizi non è mai automatica, ospitare una struttura simile significa avere credibilità politica e operativa.

Ucraina quarta: la guerra ha trasformato Kiev in una potenza clandestina

Al quarto posto compare l’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento che sarebbe stato impensabile prima del 2014 e ancora più prima dell’invasione russa del 2022.

I servizi ucraini vengono premiati per innovazione, ingegnosità e propensione al rischio. La guerra ha accelerato tutto: reclutamento, operazioni speciali, sabotaggi, uso di droni, penetrazione del territorio nemico, guerra informativa.

Tra le operazioni attribuite o associate a Kiev nel dibattito internazionale compaiono sabotaggi, attacchi con droni contro asset russi e omicidi mirati di funzionari e ufficiali legati a Mosca.

Un direttore di un servizio europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.

Il dubbio sulle infiltrazioni russe

Il giudizio su Kiev, però, non è solo elogiativo. Alcuni professionisti restano prudenti per il rischio di penetrazione russa negli apparati ucraini.

È una preoccupazione comprensibile: l’Ucraina nasce da una storia sovietica condivisa, con strutture, reti e culture operative che per decenni sono state intrecciate con Mosca. Per questo, alcuni partner occidentali collaborano molto con Kiev, ma non condividono necessariamente tutto.

L’Ucraina è quindi vista come un servizio in fortissima ascesa, molto efficace sul piano operativo, ma ancora osservato con cautela su quello della sicurezza interna e della protezione delle informazioni più sensibili.

Germania quinta: analisi eccellenti, operazioni più prudenti

Il BND tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza è l’analisi: metodica, strutturata, documentata.

La Germania viene consultata sui grandi dossier internazionali proprio per la capacità di leggere con precisione i cambiamenti politici ed economici. È un’intelligence meno “romantica”, meno spettacolare, più vicina alla cultura istituzionale tedesca: prudenza, dossier, procedure.

Ma qui nasce anche il limite. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio tagliente, che fotografa una percezione diffusa: la Germania analizza molto, agisce meno.

Una riforma è in corso, proprio per rafforzare la capacità operativa all’estero. Anche perché un dato citato nel dossier è pesante: solo una quota minima delle allerte terroristiche in Germania arriverebbe direttamente dal BND, mentre una parte molto rilevante proverrebbe dalla CIA.

I nordici e i baltici: piccoli Paesi, grande attenzione alla Russia

Dietro il gruppo di testa emerge il blocco nordico-baltico, spesso definito NB8: Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania, con Islanda nel quadro politico più ampio della cooperazione nordica.

Il loro tratto comune è la minaccia russa. Per questi Paesi, il renseignement non è un esercizio astratto, ma una questione di sopravvivenza nazionale.

La Svezia, sesta con 40 punti, viene apprezzata per una capacità più ampia rispetto agli altri partner nordici, inclusa una tradizione di intelligence umana spesso in cooperazione con MI6 e CIA.

La Norvegia, settima con 34 punti, è forte su mare, Artico e dossier legati alla presenza russa nel Nord.

L’Estonia, ottava con 27 punti, è indicata come eccellente nel cyber e nell’Osint, cioè l’intelligence basata su fonti aperte. I suoi report annuali sulla Russia sono considerati tra i più attesi dalle agenzie partner.

Polonia nona: ottime reti sulla Russia, ma pesa la politica

La Polonia si colloca al nono posto, con 22 punti. È un Paese che, per storia, geografia e cultura strategica, dispone di competenze importanti sulla Russia.

Tuttavia il suo potenziale viene frenato dalla percezione di una forte politicizzazione degli apparati. Il giudizio riportato è netto: la Polonia fa parte dei Paesi in cui i servizi sarebbero strumentalizzati politicamente, e questo spinge i partner alla prudenza.

È un problema cruciale. Nell’intelligence, la qualità delle informazioni conta, ma conta anche la garanzia che quelle informazioni non vengano usate per lotte interne o finalità politiche immediate.

Romania, Spagna e Svizzera: punti di forza molto diversi

La Romania, undicesima con 15 punti, riceve giudizi positivi per la capacità di inserire fonti a Mosca. Alcuni la considerano tra i migliori Paesi europei nel campo dell’intelligence umana. Il limite indicato riguarda invece il cyber, dove sarebbe meno avanzata.

La Spagna, dodicesima con 13 punti, viene riconosciuta competente su America Latina, Marocco e terrorismo, ma non convince nella gestione complessiva del sistema. Il problema indicato è la frammentazione: troppe informazioni trattenute dalle diverse strutture, poca circolazione verso il livello decisionale.

La Svizzera, tredicesima con 11 punti, pur avendo un budget ridotto, riesce a pesare attraverso cooperazioni mirate. I suoi canali in ambienti bancari, diplomatici e alberghieri di alto livello sono considerati utili dai partner, in particolare dai francesi.

Italia quindicesima: il piazzamento che fa discutere

Poi arriva l’Italia. Quindicesimo posto, 9 punti, insieme a Belgio e Repubblica Ceca.

È qui che il dossier diventa più scomodo. Il giudizio non è soltanto basso in classifica: è basso nella reputazione. E nell’intelligence la reputazione vale spesso più dei comunicati ufficiali.

La frase più dura è attribuita a un ex ufficiale della CIA: “Gli italiani non hanno alcuna cultura dell’intelligence”.

Non è un giudizio tecnico su una singola operazione. È una critica sistemica. Significa mettere in discussione metodo, mentalità, selezione dei quadri, capacità di proteggere le informazioni, continuità strategica, autorevolezza nei rapporti con i partner.

Il precedente dell’uranio in Niger

Nel dossier viene richiamata una vicenda che ha pesato a lungo sull’immagine italiana: i falsi documenti sulla presunta volontà dell’Iraq di procurarsi uranio in Niger, circolati negli anni precedenti alla guerra in Iraq.

Secondo la ricostruzione, negli anni Duemila i quadri della DGSE francese avrebbero avuto il divieto di parlare con i colleghi italiani dopo quella vicenda. Una rottura di fiducia gravissima, perché tra servizi alleati il danno più serio non è l’errore in sé, ma il sospetto che una filiera informativa non sia affidabile.

Nel mondo dell’intelligence, un documento falso che entra in circolazione non è mai solo un incidente archivistico. Può orientare decisioni politiche, cambiare rapporti tra Stati, compromettere fonti, aprire crisi diplomatiche e lasciare cicatrici per anni.

Nepotismo, corruzione e una reputazione difficile da riparare

Il dossier attribuisce a un’esperta della CIA un giudizio ancora più pesante sull’Italia: “È un Paese dove c’è molto nepotismo, corruzione”.

Anche in questo caso, il tema non riguarda soltanto il comparto intelligence in senso stretto. Riguarda l’immagine complessiva del sistema Paese quando viene valutato da apparati stranieri abituati a misurare affidabilità, impermeabilità e rigore istituzionale.

Il punto è chiaro: un servizio segreto può avere professionisti eccellenti, ma se il contesto politico-amministrativo viene percepito come fragile, permeabile o condizionato da logiche di appartenenza, la fiducia dei partner diminuisce.

La fiducia, nel renseignement, non si proclama. Si accumula. E si perde rapidamente.

La nota positiva: sul Nord Africa l’Italia resta centrale

Dentro un quadro molto severo, però, c’è un riconoscimento importante: l’esperienza italiana in Nord Africa è reale.

La frase chiave arriva da un ex direttore di un servizio segreto del Benelux: “Se volete sapere che succede in Libia, bisogna chiedere agli italiani”.

È un passaggio fondamentale. Perché la Libia non è un dossier periferico per Roma: è una linea diretta con la sicurezza nazionale. Energia, migrazioni, terrorismo, milizie, influenza russa, presenza turca, stabilità del Mediterraneo centrale, rotte criminali, controllo delle coste: tutto passa da lì.

L’Italia ha costruito negli anni una rete di relazioni, conoscenze e contatti che i partner evidentemente riconoscono. Questo non cancella il piazzamento basso, ma impedisce una lettura semplicistica: Roma non è irrilevante. È forte dove i suoi interessi vitali sono più esposti.

La Libia come banco di prova della credibilità italiana

Il dossier libico è anche il vero test della postura italiana. Nessun altro Paese europeo ha lo stesso livello di esposizione diretta sul Mediterraneo centrale.

Per questo la competenza italiana in Libia non è un dettaglio, ma un asset strategico. Sapere cosa accade tra Tripoli, Bengasi, Misurata, Fezzan e Cirenaica significa anticipare crisi migratorie, leggere movimenti di potenze straniere, capire l’equilibrio tra milizie e valutare rischi per infrastrutture energetiche e interessi nazionali.

Se i partner continuano a rivolgersi agli italiani su quel fronte, significa che un patrimonio informativo esiste. Il problema è capire se quel patrimonio venga valorizzato a livello politico e se basti a compensare una reputazione generale molto più debole.

Belgio e Repubblica Ceca con l’Italia a quota 9

L’Italia condivide la quindicesima posizione con Belgio e Repubblica Ceca, due casi molto diversi.

Il Belgio punta sulla propria posizione di capitale europea. Bruxelles è sede di istituzioni UE e NATO, e questo consente ai servizi belgi di svolgere un ruolo di raccordo, di “ponte” tra partner. Non è necessariamente una potenza operativa, ma è un nodo diplomatico e informativo.

La Repubblica Ceca ha competenze riconosciute nella penetrazione di ambienti russi, ma la reputazione dei suoi apparati è stata più volte indebolita da scandali e tensioni interne.

Per l’Italia, essere nello stesso gruppo significa una cosa precisa: nel giudizio dei professionisti consultati, Roma non viene percepita come una potenza di primo piano del renseignement europeo, nonostante il peso geopolitico del Paese, la posizione nel Mediterraneo e l’appartenenza al G7.

I bocciati: Ungheria, Bulgaria e Slovacchia

In fondo al quadro compaiono tre Paesi descritti con giudizi particolarmente negativi: Ungheria, Bulgaria e Slovacchia.

L’Ungheria viene accusata di aver strumentalizzato l’apparato di intelligence sotto il lungo governo di Viktor Orbán. Il dossier richiama anche il piano, emerso nell’ottobre dello scorso anno, di spiare le istituzioni europee.

La Bulgaria viene giudicata vulnerabile all’influenza russa, con élite considerate permeabili e una storia recente segnata da episodi che hanno irritato i partner occidentali.

Il giudizio più duro riguarda però la Slovacchia, descritta come il caso peggiore per un mix di nepotismo, incompetenza e vicinanze russe. Viene citato anche l’episodio del capo dell’agenzia esterna, Pavol Gaspar, coinvolto in un incidente con una vettura sportiva mentre guidava in tongs: un dettaglio quasi grottesco, ma usato nel dossier come simbolo di una reputazione disastrata.

Le classifiche dei servizi segreti vanno prese sul serio, ma con cautela

Una graduatoria dei servizi segreti è sempre un oggetto imperfetto. L’intelligence non si misura come il PIL, il ranking FIFA o il numero di carri armati.

Molte delle operazioni decisive restano coperte per decenni. Alcuni successi non saranno mai raccontati. Alcuni fallimenti, invece, diventano pubblici subito e marchiano un’intera struttura.

Eppure questa classifica va presa sul serio perché non misura solo l’efficacia operativa. Misura la fiducia tra pari. E la fiducia, in questo ambiente, determina lo scambio di informazioni, l’accesso ai tavoli ristretti, la possibilità di partecipare alle operazioni più sensibili.

Se un servizio viene considerato affidabile, riceve di più e pesa di più. Se viene considerato fragile, politicizzato o poco professionale, viene tenuto a distanza.

Per Roma il problema non è la classifica, è la percezione

Il punto, per l’Italia, non è indignarsi per il quindicesimo posto. Il punto è capire perché una parte della comunità internazionale dell’intelligence percepisca Roma in questo modo.

L’Italia ha una posizione geografica centrale, interessi diretti nel Mediterraneo, una lunga esperienza nella gestione di crisi complesse, una storia di cooperazione con partner occidentali e un patrimonio informativo importante su Nord Africa e Medio Oriente.

Eppure, nella classifica, tutto questo non basta a portarla nella fascia alta.

La spiegazione è probabilmente nella differenza tra competenza specifica e reputazione complessiva. Sulla Libia, l’Italia viene ascoltata. Sul sistema generale, invece, il giudizio resta freddo.

La vera sfida: trasformare l’esperienza mediterranea in peso strategico

Il messaggio che emerge è semplice: l’Italia non parte da zero, ma deve decidere quanto vuole contare davvero nel mercato europeo dei segreti.

Il Mediterraneo allargato, il Nord Africa, la Libia, il Sahel, le rotte migratorie, l’energia e la presenza russa nel Sud globale sono dossier in cui Roma può avere un vantaggio competitivo reale.

Ma il vantaggio geografico non basta. Serve continuità politica, protezione delle strutture, selezione meritocratica, investimenti tecnologici, cultura del segreto, capacità di analisi e soprattutto credibilità verso i partner.

Perché il lavoro dell’intelligence resta invisibile, ma la reputazione no. E oggi, almeno secondo questa classifica, la reputazione italiana nel mondo degli spioni europei è molto più fragile di quanto Roma vorrebbe ammettere.

🎥 Segui InfoDifesa anche su YouTube!

Approfondimenti, notizie, interviste esclusive e analisi sul mondo della difesa, delle forze armate e della sicurezza: iscriviti al canale ufficiale di InfoDifesa per non perdere nessun aggiornamento.


🔔 ISCRIVITI ORA

Unisciti alla community di InfoDifesa: oltre 30.000 utenti già ci seguono!

📲 Unisciti al canale WhatsApp di Infodifesa!

Vuoi ricevere aggiornamenti, notizie esclusive e approfondimenti direttamente sul tuo smartphone?
Iscriviti ora al nostro canale ufficiale WhatsApp!


✅ Iscriviti su WhatsApp

Senza spam. Solo ciò che ti interessa davvero.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Andrea Valenti

Source link

Di