Prompt – istruzioni – rivolte direttamente all’intelligenza artificiale e scritte in bianco su bianco, in caratteri da 2.25 pt, tanto da essere illeggibili all’occhio umano: più piccoli di una virgola in un testo normale, per intenderci. È quello che ha scoperto e raccontato in un post di pochi giorni fa su X che in pochi giorni ha raggiunto quasi tre milioni di visualizzazioni una ricercatrice dell’università di Stanford, in California, alla ricerca di un collaboratore per il suo laboratorio.
Un posto, centoquarantaquattro curricula ricevuti in otto giorni, in tre la stessa curiosa anomalia: in cima, al testo le istruzioni invisibili, istruzioni inserite dai candidati all’unico fine di chiedere al sistema di intelligenza artificiale eventualmente utilizzato per la preselezione di prescindere dal contenuto e dalla sua totale corrispondenza ai parametri e requisiti della ricerca e di suggerire il proprio curriculum come il migliore.
Tre casi su centoquarantaquattro, significa un’abitudine diffusa in oltre il 2% dei candidati. Un dato che benché abbia sorpreso la ricercatrice, non sorprende gli addetti ai lavori; basta leggere quanto raccontato da Manpower, una delle più grandi agenzie di selezione del personale al mondo, al New York Times, in un’inchiesta pubblicata a dicembre dello scorso anno: centomila curricula con lo stesso trucchetto identificati ogni anno, il 10% di quelli complessivamente esaminati dall’agenzia annualmente.
L’ANALISI
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È la risposta di chi è alla ricerca di un posto di lavoro al ricorso, ormai sistematico, dei datori di lavoro e delle agenzie di ricerca del personale, a soluzioni di preselezione dei curricula basate sull’intelligenza artificiale. Sono queste soluzioni, infatti, ormai, le prime a “leggere” i curricula e a decidere se arriveranno o meno sulla scrivania del responsabile del processo di assunzione.
In giro per il mondo accade nell’87% dei casi contro il 26% di appena due anni fa. In Italia, per ora, la percentuale è del 60% ma con un incremento del 14% rispetto all’anno scorso e pare destinata ad allinearsi alla media globale nei prossimi mesi.
E se per essere selezionati per un posto di lavoro bisogna, innanzitutto, convincere l’intelligenza artificiale, nessuna sorpresa che chi vuole quel posto di lavoro si preoccupi, innanzitutto, di piacere all’intelligenza artificiale e scriva il proprio curriculum prima per persuadere gli algoritmi e solo dopo i selezionatori umani ai quali non è detto arriverà mai. È questa la ragione di quelle istruzioni in font quasi invisibile e in bianco su sfondo bianco protagonisti del post della ricercatrice di Stanford e, ormai, presenti in milioni di curricula ovunque nel mondo.
Che poi il sistema funzioni è un altro paio di maniche. E, forse, a ben vedere, non è il punto.
L’opinione
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Gualtiero Carraro*
, sostituendosi a noi in un numero crescente di attività lavorative, quello che sta accadendo è che l’intelligenza artificiale, verosimilmente, sta negando un posto di lavoro a milioni di persone che, invece, lo meriterebbero, semplicemente leggendo e interpretando il loro curriculum secondo parametri viziati da bias e fattori discriminatori di ogni genere. Più che posti di lavoro rubati, insomma, posti di lavoro ingiustamente negati.
Secondo uno Studio di Harvard Business School e Accenture datato 2021, nei soli Stati Uniti, all’epoca, 27 milioni di persone, pur essendo qualificate per i posti di lavoro per i quali avevano fatto domanda, non hanno avuto il lavoro per colpa di un algoritmo e il 75% dei curricula presentati non era mai arrivati sulla scrivania dei responsabili del processo di reclutamento. Un’autentica tragedia dei lavori negati.
E sono dati vecchi di cinque anni, un’epoca nella quale gli strumenti di preselezione delle domande di lavoro basati sull’intelligenza artificiale era enormemente meno diffusa di oggi. Poi, per carità, guai a negare che, magari, le soluzioni di oggi sono più evolute di quelle di ieri ma, difficile, immaginare che il problema sia stato risolto. Ma, forse, i lavori ingiustamente negati dall’intelligenza artificiale non sono neppure il problema maggiore che è, invece, rappresentato dall’amaro destino della dignità umana se una persona che si candida a un posto di lavoro che avrebbe tutte le carte in regola per ottenere è costretta a ricorrere a una specie di moderno “inchiostro simpatico” del tipo che si usava un tempo e a trucchi e trucchetti, verrebbe da dire infantili, nell’illusoria speranza di persuadere non il suo possibile datore di lavoro di esser la persona giusta per quel posto, ma un cumulo di codice e algoritmi.
Possibile che sia davvero questo il nostro destino e quello della nostra dignità? Certo, il famoso, AI Act, il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale qualifica anche le soluzioni di intelligenza artificiale applicate alla preselezione del personale come a alto rischio e ne subordina l’impiego a una serie di misure e garanzie, il Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (GDPR) ne restringe significativamente l’utilizzabilità e riconosce, comunque, all’interessato – il candidato a un posto di lavoro in questo caso – il diritto non solo a conoscere la logica di funzionamento del sistema ma anche a ottenere una revisione umana della decisione e, da ultimo, lo schema di decreto di attuazione della disciplina nazionale sull’AI approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri lo scorso dieci luglio prevede, tra l’altro, che questo genere di sistemi siano utilizzati “nel rispetto della dignità e della riservatezza del lavoratore e del principio di non discriminazione” e che nessuna decisione sia adottata esclusivamente sulla base dell’indicazione algoritmica.
Ma cosa sta succedendo davvero nel nostro Paese? Quante persone si sono già viste negare un posto di lavoro solo per colpa di un algoritmo? Quante si sono ritrovate indotte a ricorrere a trucchi, trucchetti ed espedienti diversi nel tentativo, nella più parte dei casi, peraltro, vano, di impressionare positivamente un algoritmo? Sarebbe importante capirlo, sarebbe importante avviare una massiccia attività di indagine in questa direzione, verificare come stanno le cose nel mercato del lavoro.
* Esperto di IA e cultura digitale
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Guido Scorza*
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