quando l’eccessiva sicurezza politica incontra il potere del capitale globale



Il ciclismo in Formula 1: l’ingenuo piano dell’Unione Europea sull’intelligenza artificiale

Miliardi contro miliardi: perché l’Europa sta perdendo la battaglia per l’intelligenza artificiale

L’Unione Europea ha proclamato un obiettivo ambizioso: con circa dieci miliardi di euro di finanziamenti pubblici, il mercato interno dovrebbe diventare il primo vero “continente dell’IA” al mondo. Ma chiunque metta a confronto la retorica politica con la realtà economica si trova di fronte a un divario inquietante. Mentre i giganti tecnologici americani e cinesi investono da tempo centinaia di miliardi di euro in enormi data center e affermano l’intelligenza artificiale come il nuovo sistema operativo dominante dell’economia globale, il progetto europeo sembra un disperato tentativo di competere in una gara di Formula 1 in bicicletta. Questo articolo analizza senza mezzi termini le debolezze strutturali del mercato dei capitali europeo, l’effetto soffocante dell’eccessiva regolamentazione e il pericolo storico dell’autocompiacimento politico. L’Europa rischia di perdere definitivamente la più importante rivoluzione industriale del nostro tempo?

L’illusione europea dell’IA: perché 10 miliardi di euro non bastano per raggiungere la vetta della classifica mondiale

Con l’annuncio del piano di finanziamento di sette gigafactory europee per l’intelligenza artificiale, con un contributo statale fino a dieci miliardi di euro, la Commissione europea ha ancora una volta delineato l’immagine dell’Europa come leader emergente nel settore. Il Presidente della Commissione ha affermato che l’Europa dovrebbe diventare il primo continente dell’IA, che questa tecnologia costituirà la spina dorsale della sanità, dei trasporti e di innumerevoli altri settori, e che il finanziamento pubblico iniziale dovrebbe mobilitare almeno venti miliardi di euro di capitali privati. Questo calcolo si traduce in un totale di circa trenta miliardi di euro, distribuiti su diversi anni e in molteplici sedi in tutta l’UE. Il messaggio politico è chiaro: l’Europa non solo vuole partecipare alla tecnologia più importante del secolo, ma vuole anche assumere un ruolo di primo piano.

Questa ambizione, tuttavia, è in netto contrasto con i flussi di capitale effettivi che attualmente plasmano l’industria globale dell’IA. Un confronto diretto delle cifre rivela rapidamente un divario tra la retorica politica e la realtà economica che difficilmente potrebbe essere più ampio. È proprio qui che nasce la giustificata critica secondo cui la classe politica europea non avrebbe compreso la portata della corsa tecnologica o l’avrebbe deliberatamente minimizzata per fini di autopromozione politica.

La portata della corsa globale agli armamenti per la potenza di calcolo

Per contestualizzare i finanziamenti europei, vale la pena considerare il capitale che le principali aziende tecnologiche americane stanno investendo nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale in un solo anno. Le quattro maggiori aziende tecnologiche statunitensi hanno aumentato drasticamente le proprie spese di investimento negli ultimi anni. Meta ha incrementato le proprie spese di investimento da circa 72 miliardi di dollari nel 2025 a ben 135 miliardi di dollari quest’anno, mentre Google ha più che raddoppiato la propria spesa, passando da 91 miliardi di dollari a ben 185 miliardi di dollari. Complessivamente, i principali colossi del settore hanno stanziato quasi 700 miliardi di dollari quest’anno per l’espansione dei data center, come ha pubblicamente sottolineato l’amministratore delegato di Nvidia, e persino questa somma gigantesca è da lui esplicitamente descritta non come il punto di arrivo, ma come una fase intermedia.

Il quadro diventa ancora più eclatante se si considera il cosiddetto progetto Stargate, un’iniziativa di investimento privato di OpenAI, Oracle, SoftBank e altri partner che mira a investire fino a 500 miliardi di dollari nella costruzione di data center per l’intelligenza artificiale solo negli Stati Uniti. Già a settembre dello scorso anno, questo consorzio si era assicurato impegni di investimento per oltre 400 miliardi di dollari per una capacità di circa sette gigawatt, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere i 500 miliardi di dollari necessari per una capacità di calcolo di dieci gigawatt entro la fine dell’anno. Per fare un paragone, una capacità di dieci gigawatt equivale all’incirca alla potenza di dieci grandi centrali nucleari, utilizzata esclusivamente per il calcolo di modelli di intelligenza artificiale.

L’enorme ritmo di crescita è evidente anche a livello di mercato. La spesa globale per le infrastrutture di intelligenza artificiale è più che raddoppiata, passando da 153 miliardi di dollari nel 2024 a 318 miliardi di dollari nel 2025, e gli analisti di mercato prevedono che questa cifra supererà i 1.000 miliardi di dollari entro il 2029. Se si considerano solo gli investimenti complessivi del settore privato americano negli ultimi due o tre anni, il risultato è una cifra che supera di oltre cento volte i 10 miliardi di euro di finanziamenti europei. L’analogia di una bicicletta che si avvia verso la Formula 1 illustra perfettamente questa discrepanza.

La Cina come terzo attore nella corsa globale

Insieme agli Stati Uniti, anche la Cina ha ampliato enormemente il proprio coinvolgimento statale nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato la scorsa estate, il governo cinese sta preparando un programma di investimenti di circa 295 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per costruire una rete nazionale di data center interconnessi, con l’obiettivo di promuovere fornitori nazionali come Huawei per ridurre la dipendenza dai produttori di chip americani. In precedenza, Pechino aveva già istituito un fondo nazionale per l’IA di oltre 8 miliardi di dollari e, contemporaneamente, fornito programmi di finanziamento a lungo termine per diverse centinaia di miliardi di dollari all’intero settore dell’IA attraverso banche statali. La spesa totale cinese per ricerca e sviluppo ha raggiunto la cifra record di 569 miliardi di dollari lo scorso anno, pari al 2,8% del prodotto interno lordo cinese.

Ciò rivela uno schema chiaro: sia gli Stati Uniti che la Cina considerano l’intelligenza artificiale una questione strategica infrastrutturale di importanza nazionale, paragonabile alle precedenti rivoluzioni industriali, e stanno mobilitando capitali pubblici e privati ​​su una scala tale da far apparire i programmi di finanziamento europei come una semplice irrisoria. L’Europa, d’altro canto, discute pubblicamente di singoli miliardi di euro, mentre altrove l’attenzione è già rivolta ai gigawattora e ai trilioni di dollari.

Perché la riluttanza europea ha ragioni strutturali

Sarebbe troppo semplicistico attribuire la discrepanza unicamente alla mancanza di volontà politica o all’ingenuità. In realtà, la riluttanza dell’Europa deriva da diversi fattori strutturali che si sono consolidati nel corso dei decenni. Il mercato dei capitali europeo è significativamente più frammentato di quello americano; manca una vera e propria unione dei mercati dei capitali che consentirebbe agli investitori istituzionali di mobilitare capitale di rischio con la stessa velocità e nella stessa misura dei fondi pensione americani, dei fondi sovrani mediorientali o dei venture capitalist specializzati. Allo stesso tempo, all’Europa mancano aziende comparabili come Microsoft, Alphabet, Meta o Amazon, che possono investire centinaia di miliardi di euro in infrastrutture utilizzando i propri flussi di cassa operativi senza dipendere da finanziamenti esterni.

Inoltre, esiste una differenza nella cultura politica per quanto riguarda la gestione del debito pubblico e la politica industriale. Mentre gli Stati Uniti e la Cina sono disposti a convogliare enormi somme pubbliche e private in tecnologie strategiche senza lasciarsi scoraggiare da considerazioni di costi-benefici a breve termine, la politica fiscale europea è tradizionalmente caratterizzata da prudenza, rispetto delle regole e preoccupazione per una cattiva allocazione delle risorse. Sebbene tale prudenza possa essere fiscalmente comprensibile, in una corsa in cui velocità e volume di capitale determinano la leadership tecnologica, essa comporta uno svantaggio strutturale che difficilmente può essere compensato da annunci simbolici.

La logica economica alla base dei miliardi dei data center

Per comprendere perché le dimensioni differiscano così drasticamente, è necessario considerare il nucleo economico dell’attuale ondata di intelligenza artificiale. A differenza delle precedenti ondate di digitalizzazione, basate principalmente su software ed effetti di rete, lo sviluppo odierno dell’IA è soprattutto una questione di infrastrutture fisiche: fabbriche di semiconduttori, chip ad alte prestazioni, alimentazione elettrica, sistemi di raffreddamento e data center su una scala che supera di gran lunga i precedenti cicli di investimento nell’economia digitale. Chiunque voglia tenere il passo nella ricerca di base, nell’addestramento di modelli linguistici complessi e nella fornitura di capacità di inferenza necessita di infrastrutture fisiche che non possono essere realizzate con pochi miliardi di sussidi, ma richiedono piuttosto investimenti continui nell’ordine delle centinaia di miliardi all’anno.

Questa elevata intensità di capitale spiega anche perché negli Stati Uniti si sia sviluppata una stretta interrelazione tra produttori di chip, fornitori di servizi cloud e investitori, dove una singola azienda di semiconduttori può agire contemporaneamente come investitore, fornitore e partner tecnologico. Una base industriale così strettamente integrata non esiste in Europa in una forma comparabile, poiché il continente dipende quasi interamente da fornitori extraeuropei per i chip avanzati per l’intelligenza artificiale e, anche con le gigafactory pianificate, deve fare affidamento in larga misura sull’hardware di fornitori americani.

L’intelligenza artificiale come nuovo sistema operativo dell’economia globale

La tesi centrale secondo cui l’intelligenza artificiale diventerà il sistema operativo fondamentale su cui si baserà praticamente ogni funzione economica e sociale in futuro merita un esame più approfondito. Storicamente, tecnologie di uso generale come la macchina a vapore, l’elettricità o Internet seguono uno schema simile: inizialmente, la nuova tecnologia viene utilizzata in nicchie specifiche, poi si diffonde gradualmente in tutti i settori dell’economia e, infine, trasforma la struttura di intere economie nazionali. Con l’intelligenza artificiale, vi sono forti indicazioni che questo processo di penetrazione sia significativamente più rapido rispetto alle precedenti ondate tecnologiche, poiché i modelli di IA non sono vincolati a impianti di produzione fisici, ma possono essere integrati nei processi aziendali esistenti in modo pressoché istantaneo tramite interfacce software.

Se l’intelligenza artificiale dovesse davvero diventare un livello infrastrutturale centrale dell’economia globale, paragonabile alle reti elettriche o a Internet, allora il significato geopolitico della potenza di calcolo cambierebbe radicalmente. I Paesi e le regioni economiche che possiedono proprie capacità di calcolo sovrane, insieme ai modelli, ai dati e ai talenti associati, saranno in grado di organizzare i propri processi economici e sociali su una base tecnologica autodeterminata. Le regioni economiche prive di tali capacità, al contrario, rimarranno permanentemente dipendenti da fornitori stranieri, sia in termini di costi di calcolo che di standard tecnici e normativi.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Konrad Wolfenstein

Source link

Di