Virus che viaggiano con vettori sempre più diffusi, malattie animali che cambiano geografia e un sistema di sorveglianza chiamato a intercettare i rischi prima che arrivino all’uomo.
I cambiamenti climatici hanno portato in Italia vettori che fino a pochi anni fa non c’erano. La globalizzazione, con l’enorme flusso di merci, container e persone che si muove ogni giorno nel mondo, accelera ulteriormente la diffusione delle malattie infettive su scala globale. West Nile, Chikungunya, ma anche patologie animali come la Lumpy Skin Disease stanno ridisegnando la geografia del rischio sanitario in Europa. Su questi temi, e sul ruolo cruciale della sorveglianza veterinaria nel prevenire il salto di specie dei patogeni, abbiamo raccolto la testimonianza di Nicola D’Alterio, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale”.
I casi di West Nile virus sono più che raddoppiati negli ultimi tre anni e il virus ha raggiunto una diffusione geografica senza precedenti. Quali fattori stanno alimentando questa crescita?
I cambiamenti climatici hanno portato vettori che prima non erano presenti nel nostro territorio, e questo nuovo assetto si deve anche ad altri fattori, come la globalizzazione e l’estrema quantità di merci e persone che girano per il mondo. Non sono più fenomeni da considerarsi episodici. Il vettore è diventato endemico anche nel nostro territorio e veicola il virus senza nessun problema.
Bisogna dire che uno dei motivi per cui si parla così tanto di questi virus è perché noi li cerchiamo: c’è un’efficace attività di sorveglianza che fa sì che il virus venga diagnosticato e rilevato sul territorio, sia per i casi umani che per quelli sui volatili.
Dopo la pandemia il concetto di zoonosi è entrato nel linguaggio comune. Oggi siamo davvero più preparati a intercettare il salto di specie di nuovi patogeni rispetto a sei anni fa?
Io direi di sì. Il Covid ci ha insegnato una lezione importante, siamo tutti molto più vigili. Direi che non bisogna essere allarmisti, tanto meno superficiali, ma siamo assolutamente vigili e attenti a quello che succede.
L’ultimo caso del virus Hantavirus non era un grosso problema dal punto di vista epidemico, però c’è stata tanta comunicazione e sono stati attivati tutti i canali. C’è molta più attenzione all’eventuale sviluppo di una nuova pandemia, che speriamo non accada, e magari non accadrà nell’arco dei prossimi anni.
Nel monitoraggio delle malattie emergenti, quali specie animali rappresentano le principali sentinelle epidemiologiche?
C’è un riferimento che dice che il 70% delle malattie infettive umane viene dagli animali. Sempre da loro deriva l’80% delle nuove malattie emergenti. Quindi è giusta la domanda, nel senso che bisogna tenere sempre sott’occhio quello che succede nel regno animale.
Ma i problemi più grossi si verificano dove c’è promiscuità tra animali selvatici, domestici e uomo: queste situazioni si rilevano soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, in particolare il West Africa, il Camerun e i Paesi di quella zona, l’Estremo Oriente, Vietnam, Thailandia, e i Paesi dove ci sono ancora zone inesplorate come le foreste vergini dell’Amazzonia.
Lì, purtroppo, la deforestazione, con la sottrazione di territorio alle aree mai antropizzate prima, fa sì che gli animali con il loro viroma, con le loro condizioni dal punto di vista microbiologico e virologico, vadano in contatto con specie assolutamente nuove. In quei casi è molto più facile che si realizzi lo spillover. Un altro fattore fondamentale è il cambiamento climatico, che sta modificando anche la geografia delle infezioni.
Quali malattie che fino a pochi anni fa consideravamo esotiche rischiano di diventare sempre più presenti in Italia?
Oltre a quelle che ho già citato, il West Nile e la Chikungunya, ci sono malattie degli animali come la Bluetongue, l’encefalite emorragica del cervo, che una volta non erano presenti nel nostro territorio. Oggi particolare attenzione si rivolge anche alle malattie emorragiche come la Crimean-Congo Hemorrhagic Fever, la febbre emorragica del Congo, che non è presente ancora, e per fortuna, nel nostro territorio, ma è una malattia particolarmente attenzionata.
Un’altra malattia zoonotica seguita con grande attenzione è la Rift Valley Fever, che viene da una zona a sud del Sahara, ma che sta risalendo tutto il continente africano. Ce ne sono ancora altre, come la Lumpy Skin Disease, la dermatite nodulare del bovino, che ha creato grossi problemi soprattutto in Francia, ma anche in Italia. Anche questa è una malattia che viene dal sud del Sahara e oggi è ancora presente in Francia.
Gli istituti zooprofilattici svolgono un ruolo cruciale nella sorveglianza degli animali domestici e da allevamento. Quanto è importante per la salute umana?
Noi siamo le sentinelle sul territorio. Gli istituti zooprofilattici sono dieci, con novanta sedi periferiche in quasi tutte le provincie italiane: un presidio epidemiologico unico a livello internazionale. Il mio istituto è anche centro di referenza per le malattie infettive esotiche, e offriamo sorveglianza anche nei Paesi da cui ci aspettiamo che le malattie partano.
Sto per partire per Gaborone, in Botswana, dove abbiamo una rete con trenta istituzioni dei Paesi sub-sahariani. È importante che i nostri colleghi nei Paesi meno attrezzati siano in grado di fare sorveglianza per noi, rappresentando un campanello d’allarme
Veniamo al tema dell’antibiotico-resistenza: quali progressi sono stati fatti negli allevamenti e quali criticità restano aperte?
L’antibiotico-resistenza riguarda entrambi i mondi. Spesso si parla degli allevamenti come se il problema fossero gli antibiotici presenti negli alimenti, ma questo non corrisponde alla realtà. I controlli effettuati dimostrano che gli alimenti di origine animale rispettano i tempi di sospensione previsti e risultano sostanzialmente privi di residui antibiotici.
Negli ultimi anni sono stati fatti progressi enormi. Uno degli strumenti più importanti è la ricetta elettronica veterinaria, che consente una tracciabilità completa dell’utilizzo dei farmaci. Grazie a questi sistemi l’impiego di antibiotici negli allevamenti è diminuito in modo significativo, in alcuni comparti anche di oltre il 50%.
Resta comunque una sfida fondamentale. I batteri resistenti rappresentano una minaccia crescente e sarà necessario continuare a investire nella ricerca, nell’uso appropriato dei farmaci e nelle strategie preventive, a partire dalle vaccinazioni negli animali.
L’Italia dispone di un sistema di sorveglianza sufficientemente robusto per affrontare nuove emergenze infettive?
Siamo tra i Paesi più avanzati al mondo sotto questo profilo. Uno dei punti di forza è l’integrazione tra sistema veterinario e sistema sanitario, entrambi inseriti all’interno del ministero della Salute. Questo consente una collaborazione continua tra servizi veterinari, Asl e Istituti Zooprofilattici.
Naturalmente esistono margini di miglioramento, ma disponiamo di strumenti molto avanzati, dalla tracciabilità degli animali alla ricetta elettronica veterinaria, che in molti Paesi ancora non esistono. Sono elementi che ci permettono di rispondere rapidamente alle emergenze e che rappresentano una base molto solida per affrontare le sfide future.
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Luisa Vittoria Amen
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