Fino a poco tempo fa uno dei passatempi preferiti di Donald Trump era denunciare le interferenze straniere nelle elezioni americane. Su questa storia ha costruito campagne elettorali e comizi, e una parte consistente della sua carriera politica. Con insolito spirito democratico e senso delle istituzioni si prodigava in lunghi interventi in cui denunciava la vulnerabilità del voto, dicendo che è soggetto a complotti, manipolazioni e governi ostili. Nel 2018 fu proprio lui a firmare un ordine esecutivo che obbligava le agenzie d’intelligence a valutare pubblicamente, dopo ogni elezione federale, se potenze straniere avessero tentato di alterarne l’esito. Eppure, da quando è tornato alla Casa Bianca, rema nella direzione opposta, facendo di tutto per smantellare quel sistema. I report d’intelligence vengono ritardati o bloccati, gli uffici specializzati vengono ridimensionati, ogni valutazione e ogni racconto viene edulcorato o alterato per adeguarsi alla versione dei fatti raccontata dal presidente.
Da oltre un anno, Trump sta progressivamente trasformando l’intelligence degli Stati Uniti da organismo indipendente chiamato a produrre conoscenza a strumento della propria battaglia politica. «Trump sta chiaramente cercando di distorcere informazioni classificate dell’intelligence per manipolare gli elettori americani», scrive David D. Kirkpatrick in un lungo saggio pubblicato sul New Yorker. È molto peggio di una semplice ossessione personale. Le interferenze straniere sono diventate il linguaggio attraverso cui Trump continua a mettere in discussione la legittimità della propria sconfitta nel 2020. Ogni riferimento alla Cina, alla Russia o ai presunti complotti elettorali riconduce sempre allo stesso punto: dimostrare che la vittoria di Joe Biden non fu davvero una vittoria. È per questo che il tema ritorna continuamente.
Kirkpatrick fa una lunga introduzione che riavvolge il nastro al 2016. Ricorda che per quasi un decennio la paura delle interferenze straniere ha rappresentato uno dei pochi punti di consenso della politica americana, in un’epoca di polarizzazione estrema. Dopo le operazioni russe del 2016, democratici e repubblicani avevano accettato almeno un principio: individuare e rendere pubblici i tentativi di manipolare il voto era diventato un interesse nazionale. Non si poteva derubricare a una questione di partito.
Ma negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha rinviato la pubblicazione dei rapporti previsti dalla legge, ha ridimensionato il Foreign Malign Influence Center – l’ufficio incaricato di monitorare le campagne di influenza straniere – e ha affidato alcuni degli incarichi più delicati della sicurezza nazionale a figure scelte soprattutto per la loro lealtà politica. Non si tratta, scrive il New Yorker, di decisioni isolate: fanno parte di un disegno più ampio, in cui il problema non è più raccogliere informazioni attendibili, ma controllare quali informazioni diventino ufficiali.
Per questo la lunare conferenza stampa di metà luglio – di cui avevamo parlato qui – è così significativa. Trump ha sostenuto che la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020, evocando documenti segreti e prove destinate a ribaltare la storia recente degli Stati Uniti. Ma in realtà i documenti desecretati dalla sua stessa amministrazione dicono altro. Nel senso che riconoscono delle vulnerabilità nel sistema elettorale, ma non dimostrano che Pechino, Mosca, Teheran o Pyongyang abbiano alterato il risultato del voto.
Questa, secondo Kirkpatrick, è la novità più significativa del secondo mandato. Per anni Trump ha delegittimato media, magistratura, università e istituzioni democratiche accusandole di far parte del cosiddetto deep state. Oggi il bersaglio si è spostato verso l’idea stessa che possa esistere un’informazione prodotta dall’intelligence indipendentemente dalla volontà del presidente. Perché se la realtà non coincide con la sua interpretazione, allora va corretta. O almeno va raccontata in un altro modo.
L’analisi del New Yorker dialoga idealmente con quella pubblicata pochi giorni fa su Strategikon. Martedì riportavamo le parole dello storico Calder Walton, docente alla Harvard Kennedy School e autore del volume “Spies: The Epic Intelligence War Between East and West”, il quale descrive una Casa Bianca diventata bersaglio privilegiato per i servizi d’intelligence stranieri. L’imprevedibilità del presidente, la centralità di Mar-a-Lago, le nomine ai vertici della sicurezza nazionale fondate più sulla fedeltà personale che sull’esperienza e la crescente politicizzazione dell’apparato avrebbero reso la Casa Bianca più vulnerabile alla raccolta di informazioni da parte di alleati e avversari. Adesso abbiamo anche l’altra faccia della medaglia, quella che completa il quadro: nel tentativo di piegare l’intelligence alle proprie esigenze politiche, l’amministrazione Trump rischia di indebolire quegli anticorpi istituzionali costruiti dopo il trauma del 2016.
L’intelligence americana non è mai stata neutrale e oggettiva in senso assoluto, ammesso che qualcuno o qualcosa lo sia davvero. Ma dopo gli scandali della Guerra Fredda e le polemiche sull’Iraq aveva costruito un sistema di contrappesi pensato proprio per limitare l’influenza della politica sulle sue valutazioni. Serviva per impedire che un presidente opportunista potesse scegliere quali informazioni rendere credibili e quali cancellare.
Dopo le elezioni del 2020, milioni di americani finirono per credere alla balla di Trump e dei trumpiani che parlavano di un voto manipolato. E non perché fossero emerse prove convincenti, ma perché la ripetizione continua di accuse infondate aveva progressivamente eroso la fiducia nelle istituzioni incaricate di certificare il risultato. Oggi, suggerisce Kirkpatrick, quel meccanismo sembra compiere un passo ulteriore: non basta mettere in discussione le conclusioni dell’intelligence, bisogna produrne di nuove, più compatibili con il racconto politico della Casa Bianca.
Ma le democrazie si reggono anche sull’esistenza di istituzioni che producono fatti condivisi, sulle sentenze dei tribunali, sulle opinioni di autorità indipendenti, o sui dati degli uffici statistici e delle banche centrali, e le informazioni dei servizi di intelligence. Materiale che l’amministrazione Trump sta cercando di rimuovere per sostituirlo con un minestrone di falsità e inesattezze da far digerire agli elettori.
Alla fine, però, il punto non è stabilire se gli americani crederanno ancora una volta alle teorie del complotto di Trump. Piuttosto, quel che conta è capire cosa accade quando un presidente usa l’intelligence come strumento per riscrivere la realtà a piacimento. Il saggio cita a proposito una frase di Jim Himes, il deputato democratico che guida la Commissione Intelligence della Camera: «Ricordate il 6 gennaio. Trump non ha bisogno di convincere il quaranta per cento degli americani che le elezioni siano truccate. Gli basta convincerne una piccola percentuale, purché sia disposta a fare cose terribili».
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Alessandro Cappelli
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