Ci sono sere d’estate che passano. E poi ce ne sono alcune che restano. Restano nelle fotografie, nei racconti, nei ricordi di chi c’era. Restano nella voce di un anziano che, anni dopo, racconta a un bambino di quella musica arrivata da lontano, di quei costumi, di quella piazza improvvisamente diventata mondo.
A Baselice, l’11 agosto, accadrà ancora
Alle 20.30 la piazza principale del paese tornerà a riempirsi di suoni, colori, passi e memorie per la ventesima edizione del Festival Internazionale del Folklore.
Ma sarebbe riduttivo chiamarlo soltanto festival
Perché ci sono manifestazioni che appartengono al calendario e altre che, lentamente, finiscono per appartenere all’identità di un luogo. Questa appartiene a Baselice.
Vent’anni sono una lunga misura del tempo. Abbastanza lunga perché un bambino che guardava il palco oggi possa essere adulto. Abbastanza lunga perché un volto possa scomparire dalle fotografie e una nuova generazione possa raccogliere il testimone. Abbastanza lunga, soprattutto, per comprendere che una tradizione non è tale perché si ripete, ma perché continua ad avere qualcosa da dire.
E il Festival di Baselice, dopo vent’anni, qualcosa da dire lo ha ancora.
Lo dice attraverso la danza. Lo dice attraverso la musica. Lo dice attraverso i costumi. Lo dice attraverso la presenza di popoli che arrivano da continenti lontani e che, per una notte, depongono sulla stessa piazza il proprio patrimonio di memoria.
Stati Uniti, Brasile, Georgia, Perù e Italia
Cinque Paesi. Cinque mondi. Cinque storie. Eppure nessun muro.
Perché la cultura popolare ha una caratteristica che la storia ufficiale spesso dimentica: non ama i confini.
Una melodia può attraversare un oceano. Un ritmo può sopravvivere a una guerra. Una danza può passare dai piedi di una generazione a quelli della successiva.
Un costume può raccontare, senza pronunciare una sola parola, la geografia, il lavoro, la religione, le feste, le sofferenze e le speranze di un popolo.
Il folklore è la storia quando smette di essere raccontata dai potenti e comincia a essere raccontata dalla gente.
È il mondo visto dal basso. Dalle case. Dai cortili. Dalle campagne. Dalle piazze.
È la storia delle persone comuni che, senza sapere di compiere un atto di resistenza culturale, hanno continuato a cantare le proprie canzoni, a ballare le proprie danze, a indossare i propri abiti, a tramandare gesti.
Hanno continuato a ricordare. E ricordare, oggi, è diventato quasi un atto rivoluzionario.
Viviamo in un tempo che consuma tutto rapidamente. Le immagini durano pochi secondi, le notizie poche ore, le mode una stagione. Il folklore procede invece con un passo diverso. Un passo lento. Ostinato. Quasi testardo.
È il passo della memoria. E forse non è casuale che ad aprire la manifestazione sia, ancora una volta, la Sfilata della Pace.
In un mondo attraversato da guerre, contrapposizioni, paure e incomprensioni, cinque culture si incontreranno a Baselice per ricordare una cosa elementare e insieme difficilissima: si può essere diversi senza essere nemici.
Anzi. È proprio nella diversità che può nascere la conoscenza. La pace non è soltanto l’assenza di guerra. È anche la capacità di ascoltare il racconto dell’altro. Di guardare un costume e domandarsi quale storia custodisca. Di ascoltare una musica e provare a comprenderne l’anima. Di vedere una danza e accettare che esistano modi diversi di celebrare la vita.
La Sfilata della Pace sarà dunque molto più di un’apertura. Sarà un manifesto.
Una dichiarazione affidata non alle parole dei diplomatici, ma ai corpi dei danzatori. E quale messaggio potrebbe essere più potente? Uomini e donne provenienti da Paesi diversi che camminano insieme.
Non per cancellare le proprie identità. Ma per mostrarle. Perché la pace non chiede di diventare uguali. Chiede di riconoscersi. In questo viaggio dentro la memoria, Baselice non è uno sfondo. È protagonista.
Un piccolo paese che, per una notte, dimostra quanto possa essere grande un luogo quando possiede qualcosa da raccontare.
Qui il festival è cresciuto grazie alla passione della storica AGB, in collaborazione con il Gruppo Murgantia, il Comune di Baselice e la Pro Loco.
Dietro una serata di spettacolo ci sono mesi di lavoro. Ci sono persone che preparano, organizzano, accolgono, attendono, costruiscono.
Ci sono mani che spesso non finiscono nelle fotografie, ma senza le quali nessuna fotografia potrebbe esistere. Ci sono comunità che investono tempo e passione nella convinzione che la cultura non sia un lusso, ma una necessità.
A sostenere la manifestazione sono BCC, Le Janare, IVPC e Chiusolo Costruzioni, mentre il patrocinio della Federazione Italiana Tradizioni Popolari ne conferma il valore nel panorama della cultura folkloristica nazionale.
A condurre la serata sarà il giornalista e autore televisivo Maurizio Varriano.
Ma il vero presentatore, quella sera, sarà il tempo. Sì, il tempo
Perché sarà il tempo a mettere davanti agli occhi del pubblico tutto ciò che vent’anni di festival hanno costruito. Vent’anni di incontri. Vent’anni di ritorni. Vent’anni di volti. Vent’anni di musica. Vent’anni di memoria.
E vent’anni sono abbastanza per capire che una manifestazione può diventare patrimonio non soltanto quando viene riconosciuta dalle istituzioni, ma quando entra nel cuore delle persone.
Quando qualcuno dice: “Io quella sera c’ero.” Quando un bambino conserva un ricordo che non sa ancora spiegare. Quando una fotografia, anni dopo, torna fuori da un cassetto. Quando una musica riaccende improvvisamente un’estate.
È così che nasce la memoria collettiva. Non nei grandi monumenti. Ma nei piccoli dettagli.
Forse, mentre sulla piazza cominceranno a muoversi i gruppi folkloristici, qualcuno guarderà soltanto la bellezza dei costumi.
Qualcun altro ascolterà la musica. Qualcuno batterà le mani. Qualcuno sorriderà.
Ma ci sarà anche chi, magari senza rendersene conto, sentirà arrivare da quelle danze qualcosa di molto antico. La propria storia.
Perché il Perù, il Brasile, la Georgia, gli Stati Uniti e l’Italia non sono soltanto Paesi.
Sono migliaia di storie individuali. Sono nonni. Sono madri. Sono bambini. Sono partenze e ritorni. Sono lavori, feste, dolori, speranze. Sono uomini e donne che hanno cercato, in ogni epoca, un modo per dare un senso al proprio stare al mondo.
E hanno trovato nella musica e nella danza uno dei linguaggi più antichi per farlo.
Per questo il folklore emoziona
Perché prima ancora di essere spettacolo, è riconoscimento. Riconosciamo nell’altro qualcosa che appartiene anche a noi. Il bisogno di festeggiare. Il bisogno di piangere. Il bisogno di ricordare. Il bisogno di stare insieme.
Baselice, allora, per una notte non sarà soltanto un paese del Sannio.
Sarà un piccolo punto luminoso su una mappa immensa.
Una piazza nella quale cinque Paesi verranno a raccontarsi.
E forse sarà proprio questo il senso più profondo di una manifestazione nata vent’anni fa e capace ancora oggi di rinnovare il proprio incanto.
Resistere all’oblio
In tempi nei quali tutto corre, il festival sceglie di fermarsi. Di ascoltare. Di ricordare. Di dare ancora valore a ciò che viene da lontano.
Perché una comunità che perde la memoria perde anche una parte della propria capacità di immaginare il futuro. E allora bisogna custodire. Custodire le danze. Custodire le musiche. Custodire le parole. Custodire i costumi. Custodire le storie. Non per vivere nel passato. Ma per non arrivare al futuro senza sapere da dove veniamo.
L’11 agosto, quando la piazza sarà piena e la musica comincerà a salire, Baselice celebrerà dunque i suoi vent’anni.
Ma in realtà celebrerà qualcosa di ancora più grande. Celebrerà la possibilità che la memoria continui ad avere un corpo. Un corpo che danza. Celebrerà la possibilità che un piccolo paese possa ancora diventare luogo d’incontro. Celebrerà la possibilità che cinque popoli possano raccontarsi senza sopraffarsi. Celebrerà la pace come gesto concreto di incontro.
E quando l’ultima nota si perderà nella notte e le luci cominceranno lentamente a spegnersi, resterà ciò che nessun palco può cancellare. Resterà la memoria. Quella che non fa rumore. Quella che si deposita piano. Quella che, magari dopo molti anni, torna improvvisamente a galla attraverso una musica, un’immagine, un profumo, un passo.
E allora qualcuno dirà: “Io quella sera c’ero”
Ed è proprio lì che un festival diventa storia. Perché le manifestazioni finiscono. Le feste finiscono. Le musiche finiscono. Ma se qualcuno le ricorda, non sono mai davvero finite.
A Baselice, da vent’anni, la memoria continua a danzare.
L’11 agosto tornerà a farlo. E forse, guardando quella piazza, capiremo ancora una volta che le radici non sono ciò che ci tiene fermi. Sono ciò che ci permette di riconoscere il vento.
E di andare lontano, senza dimenticare mai da dove siamo partiti.
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