La trappola piΓΉ pericolosa per i leader: quando la sicurezza si trasforma in autoinganno
Superare la visione a tunnel: perchΓ© le soluzioni interne falliscono quasi sempre
Ogni imprenditore e manager conosce questo momento: pieni di motivazione, si lancia un nuovo progetto, si introducono processi innovativi o si definisce una strategia lungimirante, ma dopo poche settimane la vita quotidiana ha giΓ inghiottito tutte le buone intenzioni. CiΓ² che spesso viene frettolosamente liquidato come mancanza di disciplina o di forza di volontΓ Γ¨, in realtΓ , un problema psicologico e strutturale profondamente radicato. Il potere dell’abitudine e la conseguente visione a tunnel sono forse i rischi piΓΉ sottovalutati per il successo economico. Cerchiamo i difetti nella concorrenza, nel mercato o nelle condizioni generali, mentre il vero nemico giace latente, inosservato, nelle nostre stesse routine.
Quando l’abitudine divora il successo e perchΓ© persino una volontΓ di ferro si spezza sotto il peso della propria routine
Esiste un paradosso che raramente viene discusso apertamente nei seminari di management: il piΓΉ grande nemico del successo imprenditoriale non Γ¨ la concorrenza, il mercato o la pressione competitiva dall’estero. Il piΓΉ grande nemico Γ¨ la nostra stessa abitudine. Γ silenziosa, paziente e straordinariamente persistente. Non aspetta proteste rumorose; aspetta il momento di disattenzione. Proprio in quel momento, quando l’attenzione cala, lo stress aumenta o la vita quotidiana riprende, ritorna e riprende il controllo come se nulla fosse accaduto. Questa osservazione si ritrova in quasi ogni ambito dell’attivitΓ umana e organizzativa, ma libera tutto il suo potenziale economico solo quando si fonde con le decisioni imprenditoriali. Un manager che si propone di modernizzare i processi, un team che adotta metodi di lavoro agili, una media impresa che vuole digitalizzarsi: tutti falliscono piΓΉ spesso a causa della propria inerzia che per resistenza esterna. Questa analisi esamina perchΓ© l’abitudine Γ¨ piΓΉ forte della motivazione, perchΓ© diventa un rischio strutturale per le aziende e perchΓ© una via d’uscita non si trova quasi mai solo dall’interno.
L’effetto yo-yo come lezione di economia
Pochi fenomeni illustrano il potere dell’abitudine in modo cosΓ¬ vivido come il fallimento dei cambiamenti alimentari. Le persone che vogliono perdere peso spesso seguono piani alimentari eccellenti, possiedono solide conoscenze nutrizionali e un sincero desiderio di cambiare. Ciononostante, nella maggior parte dei casi, il peso perso viene recuperato, spesso anche di piΓΉ. I nutrizionisti spiegano questo fenomeno con l’enorme frequenza di ripetizione del comportamento alimentare: una persona di cinquant’anni, che consuma tre pasti al giorno, ha giΓ mangiato circa cinquantamila volte, e la stragrande maggioranza di queste decisioni sono state prese non consapevolmente, ma per abitudine. Una dieta modifica questo comportamento solo per un periodo limitato, senza riprogrammare realmente le risposte automatiche sottostanti. Non appena il controllo cosciente diminuisce, ad esempio a causa dello stress, della stanchezza o semplicemente per abituarsi al nuovo stato, i vecchi schemi neurali si riattivano e il comportamento ritorna al suo corso originale.
Questo meccanismo puΓ² essere applicato direttamente alle operazioni aziendali. Un’azienda che si propone di digitalizzare i processi di vendita, cambiare la cultura delle riunioni o semplificare il processo decisionale Γ¨ per molti versi simile a una persona a dieta. L’inizio Γ¨ euforico, i primi successi sono motivanti e le risoluzioni sono documentate in dichiarazioni di intenti e manuali di processo. Ma non appena la vita quotidiana, con le sue scadenze, la pressione del tempo e la routine, riprende il sopravvento, i vecchi schemi comportamentali ritornano. Il venditore ricorre al familiare foglio di calcolo Excel invece del nuovo sistema CRM, il manager prende decisioni da solo invece che in team e il reparto ritorna alla sua consueta mentalitΓ a compartimenti stagni. Non per mancanza di volontΓ , ma perchΓ© l’abitudine Γ¨ una funzione di risparmio energetico profondamente radicata nel sistema nervoso che si attiva ogni volta che il controllo cosciente diminuisce.
PerchΓ© la sola disciplina non basta
Γ facile attribuire il fallimento dei processi di cambiamento alla mancanza di disciplina o a una forza di volontΓ insufficiente. Tuttavia, questa spiegazione Γ¨ troppo semplicistica e persino dannosa, perchΓ© oscura la vera causa. Studi di psicologia comportamentale dimostrano che le decisioni restrittive, paradossalmente, rafforzano proprio il comportamento che intendono prevenire. Non appena qualcosa viene etichettato come proibito o come una routine da interrompere, acquisisce importanza nella nostra coscienza. La tensione mentale creata dall’astinenza cerca uno sfogo, e questo sfogo Γ¨ solitamente una ricaduta nel vecchio comportamento familiare. Queste ricadute non hanno nulla a che vedere con la debolezza di carattere. Sono la prevedibile conseguenza di un sistema che si basa sul controllo a breve termine piuttosto che sul cambiamento comportamentale a lungo termine. Chiunque creda di poter combattere abitudini profondamente radicate con la sola forza di volontΓ sottovaluta sistematicamente il potere degli automatismi neurali non appena l’attenzione cosciente diminuisce.
Per le aziende, questo significa che un programma di cambiamento basato esclusivamente su appelli, obiettivi e buona volontΓ Γ¨ strutturalmente svantaggiato fin dall’inizio. Sottovaluta il potere delle routine consolidate e sopravvaluta la capacitΓ delle persone di agire in modo coerente contro le proprie reazioni automatiche. Un cambiamento di successo, quindi, non richiede piΓΉ disciplina, ma una diversa architettura del contesto decisionale, in cui il nuovo comportamento diventi la via piΓΉ conveniente, non quella piΓΉ faticosa.
La cecitΓ organizzativa come equivalente dell’abitudine
CiΓ² che a livello individuale viene definito un’abitudine, a livello organizzativo assume una denominazione specifica: cecitΓ organizzativa. Questo termine descrive una modalitΓ di lavoro routinaria, non piΓΉ soggetta ad autocritica e in cui non si intravede alcuna possibilitΓ di cambiamento. La cecitΓ organizzativa non si sviluppa improvvisamente, ma gradualmente, solitamente nel corso di anni di processi aziendali stabili, in cui le procedure non vengono piΓΉ messe in discussione in modo fondamentale, ma semplicemente considerate corrette sulla base dell’esperienza passata. La frase “Abbiamo sempre fatto cosΓ¬” diventa il principio guida inconscio di un’intera organizzazione.
Da un punto di vista psicologico, la cecitΓ organizzativa Γ¨ una forma di cecitΓ nei confronti dei problemi. GiΓ negli anni ’40, alcuni esperimenti dimostrarono che le persone abituate a una strategia di successo continuano a utilizzarla anche quando un’altra strategia sarebbe significativamente piΓΉ efficiente. La soluzione familiare non viene scelta perchΓ© Γ¨ la migliore, ma perchΓ© ha funzionato in passato e viene quindi percepita come sicura. Questo senso di sicurezza, molto soggettivo, Γ¨ il fondamento su cui si diffonde la cecitΓ organizzativa all’interno delle aziende. Vendite stabili, relazioni consolidate con i clienti e una forza lavoro che collabora da anni possono apparire punti di forza a prima vista, ma contengono al contempo i semi della stagnazione strutturale. PiΓΉ a lungo un’organizzazione rimane bloccata in schemi consolidati, piΓΉ difficile diventa per essa persino percepire approcci alternativi. La cecitΓ si intensifica con ogni anno che passa inosservata.
Le pratiche di reclutamento interno amplificano ulteriormente questo effetto. Quando le aziende, per ragioni di costo, costruiscono la propria forza lavoro principalmente internamente ed evitano costose gare d’appalto esterne, gli stessi schemi mentali, esperienze e punti ciechi circolano nelle stesse menti per anni. Sebbene ciΓ² possa risultare piΓΉ economico nel breve termine, a lungo andare crea una bolla cognitiva chiusa, in cui l’innovazione ha poche possibilitΓ di svilupparsi perchΓ© non c’Γ¨ piΓΉ nessuno in grado di osservare i processi consolidati con una prospettiva imparziale.
Quando la sicurezza diventa autoinganno
Una caratteristica particolarmente insidiosa della cecitΓ organizzativa Γ¨ la sua capacitΓ di mascherarsi. Le organizzazioni che sono diventate cieche ai propri difetti spesso non si percepiscono come stagnanti, bensΓ¬ come stabili e di successo. I problemi che emergono non vengono interpretati come sintomi di debolezze strutturali interne, ma attribuiti a fattori esterni, come clienti impazienti, banche restrittive o condizioni competitive sleali. Questa attribuzione esterna offre un sollievo, ma impedisce qualsiasi seria autoanalisi. FinchΓ© l’azienda crede che tutto funzioni a meraviglia, dal suo punto di vista, non c’Γ¨ bisogno di cambiare. Il vero rischio risiede proprio in questa ferma e incrollabile convinzione di essere nel giusto, perchΓ© ritarda gli aggiustamenti necessari fino a quando lo svantaggio competitivo non Γ¨ giΓ misurabile e, in molti casi, praticamente insormontabile.
Inoltre, vige una cultura in cui contano solo i risultati, senza lasciare spazio all’apprendimento, alla sperimentazione o a un feedback onesto. Senza una cultura che accetti gli errori in modo positivo, le opinioni dissenzienti e i feedback critici da parte dei dipendenti non vengono piΓΉ espressi perchΓ© percepiti come un ostacolo al regolare flusso di lavoro. La mentalitΓ a compartimenti stagni aggrava il problema, poichΓ© i singoli reparti possono operare secondo la propria logica interna, perdendo di vista il quadro generale. In definitiva, questo crea un sistema che si autoalimenta, perchΓ© non permette piΓΉ che stimoli esterni mettano in discussione questa percezione di sΓ©.
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Β Konrad Wolfenstein
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