Castelli Notizie c’era. A Roma, davanti al Ministero della Cultura, a seguire ancora una volta da vicino una battaglia che riguarda direttamente il territorio dei Castelli Romani e il suo futuro. Lo ha fatto con la sua inviata di punta, Piera Lombardi, che da svariati mesi – e, più in generale, da anni sui temi ambientali e culturali del territorio – segue in prima linea la mobilitazione di associazioni, comitati e cittadini impegnati nel tentativo di fermare quello che per i suoi oppositori è un vero e proprio ecomostro calato alle porte dei Castelli Romani.
Un impianto progettato a Santa Palomba, a una manciata di metri da via Cancelliera e proprio ai piedi dei Colli Albani: il grande Inceneritore di Roma, infiocchettato come un necessario termovalorizzatore, contro il quale si è sviluppata una mobilitazione quotidiana fatta di presidi, sopralluoghi, esposti, denunce, accessi agli atti e di un monitoraggio pressoché costante del cantiere.
E c’è un paradosso che, da queste parti, appare ancora più evidente. Mentre Comuni e cittadini dei Castelli Romani raggiungono percentuali sempre più elevate di raccolta differenziata, continuando a investire sulla separazione e sul recupero dei rifiuti, alle porte del territorio si lavora alla realizzazione di un impianto destinato alla combustione dei rifiuti. Il tutto in un quadrante che continua, peraltro, a fare i conti con l’altra faccia inaccettabile della gestione dei rifiuti: le discariche abusive che ancora pullulano lungo i cigli delle strade, gran parte delle quali proprio nelle aree prossime al futuro impianto.
Futuro, però, è una parola che oggi va utilizzata con prudenza. Il condizionale, quando si scrive che lì “dovrebbe sorgere” l’inceneritore, è diventato più che mai d’obbligo. E lo è proprio grazie a quelle persone che, giorno dopo giorno, stanno combattendo una battaglia che non riguarda soltanto loro, ma un intero territorio. Anche chi non partecipa ai presidi. Anche chi non segue gli sviluppi del cantiere. Persino chi, di fronte a questa vicenda, continua a voltarsi dall’altra parte.
Perché proprio dal lavoro incessante di controllo svolto sul territorio sono emersi quei ritrovamenti archeologici che hanno aperto un nuovo fronte e che martedì sono arrivati direttamente sui tavoli del Ministero della Cultura.
FOTOGALLERY – “La Storia non si distrugge”: la battaglia contro l’inceneritore di Santa Palomba arriva al Ministero della Cultura
Ed è da qui che parte il racconto della nostra Piera Lombardi, che ringraziamo pubblicamente per la sua presenza al secondo sit-in “La Storia non si distrugge”, in una giornata che potrebbe rappresentare uno spartiacque nella lunga battaglia contro l’inceneritore di Santa Palomba. Per la prima volta, infatti, una delegazione dell’Unione dei Comitati è stata ricevuta ad alto livello al Ministero della Cultura, consegnando il dossier costruito in mesi di monitoraggio del cantiere.
Di seguito il suo resoconto integrale.
“La Storia non si distrugge”: il secondo sit-in organizzato martedì 5 agosto a Roma…
di Piera Lombardi
“La Storia non si distrugge”: il secondo sit-in organizzato martedì 5 agosto a Roma dall’Unione dei Comitati contro l’Inceneritore, davanti al Ministero della Cultura, potrebbe segnare una svolta nella lunga vertenza sull’Inceneritore di Santa Palomba.
Per la prima volta dall’avvio della mobilitazione, una delegazione composta dal portavoce Alessandro Lepidini, con l’ex consigliere regionale Tonino D’Annibale e l’archeologo Fabio Mestici, è stata ricevuta ai massimi livelli del Ministero dal Capo di Gabinetto del ministro Alessandro Giuli, Valentina Gemignani, insieme al Capo del Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale e alla Soprintendente speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, Daniela Porro.
Al centro dell’incontro, il dossier predisposto dall’Unione dei Comitati contro l’Inceneritore sui ritrovamenti archeologici emersi nell’area del cantiere, puntualmente denunciati dagli attivisti. L’apertura di un confronto istituzionale pare l’inizio di una nuova fase della vertenza, caratterizzata per la prima volta da un’interlocuzione diretta con il Ministero della Cultura e nella quale le verifiche istituzionali potrebbero incidere sugli sviluppi del progetto.
“Finalmente le istituzioni ci ascoltano, istituzioni che hanno voce in capitolo”, ha dichiarato Lepidini, annunciando ulteriori sviluppi nei prossimi giorni.
Arrivo degli attivisti
Poco prima di mezzogiorno, gli attivisti dell’Unione dei Comitati contro l’Inceneritore provenienti sia da Roma che dai Castelli Romani hanno raggiunto via del Collegio Romano, davanti alla sede del Ministero della Cultura, dove hanno allestito il presidio con striscioni.
Intorno alle 13, la delegazione è stata ricevuta da un team di alto profilo istituzionale “per la rilevanza delle questioni poste”.
Nel corso dell’incontro di circa un’ora, i rappresentanti dell’Unione hanno consegnato un dossier contenente documenti, fotografie e una planimetria, realizzato in questi intensi mesi di incessante monitoraggio del cantiere.
Secondo i Comitati, proprio l’attività di vigilanza svolta ha consentito di portare all’attenzione pubblica i ritrovamenti archeologici emersi nell’area interessata dai lavori.
“Qui ci sono tutte le prerogative perché, come previsto anche dal Paur, il progetto possa essere abbandonato. Chiediamo che il patrimonio archeologico rinvenuto venga tutelato ai sensi del Codice dei Beni Culturali”, ha dichiarato Lepidini pochi minuti prima dell’inizio dell’incontro, nel corso di una diretta Facebook.
L’incontro, il Codice dei Beni Culturali oltrepassa i poteri speciali
Durante l’incontro, definito da Alessandro Lepidini “un imprevisto positivo perché è stato coinvolto l’organismo di tutela per eccellenza”, i delegati hanno esposto il quadro complessivo della vicenda del cantiere dell’inceneritore di Santa Palomba e portato all’attenzione degli interlocutori istituzionali la documentazione raccolta in questi mesi, i principali passaggi della vicenda e le questioni legate alla tutela prevista dall’articolo 9 della Costituzione, con particolare riferimento al patrimonio storico-archeologico, al paesaggio e all’ambiente.
“Abbiamo chiarito che il Codice dei Beni Culturali, in quanto attuativo dell’articolo 9 della Costituzione, rappresenta anche per Gualtieri un perimetro invalicabile. Abbiamo consegnato gli esposti, le denunce, le note con cui chiedevamo che fossero dichiarati beni culturali sia il tratto di strada con il basolato romano sia, soprattutto, l’acquedotto. Abbiamo presentato anche la planimetria: tutto materiale che ha fatto comprendere che qualcosa non ha funzionato”, ha spiegato Lepidini.
Gli attivisti si erano rivolti al Ministero fin dal primo danneggiamento del basolato, dopo le ripetute richieste di intervento rivolte alle forze dell’ordine mentre erano in corso i lavori nell’area del fontanile antico.
A quel primo episodio sono seguiti ulteriori ritrovamenti archeologici, ai quali l’Unione dei Comitati ha risposto con denunce, istanze ed esposti.
Questione rischio archeologico “declassato” di un grado
Gli attivisti hanno ricostruito le presunte anomalie procedurali e sottoposto al Ministero la questione della valutazione preventiva del rischio archeologico.
“Gli archeologi operano nella fase preliminare dei lavori. Noi, invece, li abbiamo trovati sul campo quando erano già in azione trivelle, ruspe ed escavatori. Di norma, gli archeologi svolgono un’attività preventiva tant’è che, se emergono ritrovamenti, il cantiere si ferma”, ha spiegato Alessandro Lepidini, riferendo di aver riscontrato anche lo stupore della Soprintendente di fronte alle criticità evidenziate.
Secondo la ricostruzione dell’Unione dei Comitati, la valutazione del rischio archeologico elaborata dal soggetto privato indicava inizialmente un livello elevato, successivamente ridotto di un grado nel passaggio alla Soprintendenza. Il rischio è diventato medio-alto e, proprio in seguito a questa riclassificazione, non sarebbero stati effettuati i sondaggi archeologici preventivi.
Per gli attivisti, proprio l’assenza di questi passaggi spiegherebbe il susseguirsi dei ritrovamenti archeologici durante l’avanzamento del cantiere.
“Abbiamo scoperto anche un altro elemento molto significativo. Google ha recuperato un’immagine satellitare del febbraio 2025. Dall’esame della documentazione risulta che le comunicazioni tra la Soprintendenza, gli archeologi e la ditta incaricata sono della metà di aprile. Questo ci porta a ritenere che per circa due mesi siano stati eseguiti lavori all’interno del sito senza assistenza archeologica. Dalle immagini si vede che il terreno era ancora integro; successivamente sarebbero stati danneggiati circa 200 metri di basolato antico e, con ogni probabilità, anche l’acquedotto e la canalizzazione”, ha riferito Lepidini.
FOTOGALLERY – “La Storia non si distrugge”: la battaglia contro l’inceneritore di Santa Palomba arriva al Ministero della Cultura
Richieste alle istituzioni: sospendere il cantiere, abbandonare il progetto
La delegazione dell’Unione dei Comitati contro l’Inceneritore ha chiesto ai rappresentanti del Ministero della Cultura e della Soprintendenza la sospensione dei lavori del cantiere, ritenendo che le numerose criticità emerse rendano necessario accertare l’entità dei danni arrecati al patrimonio archeologico.
Gli attivisti hanno inoltre chiesto di verificare tutte le lavorazioni già eseguite e quelle ancora in corso, nella convinzione che possano emergere ulteriori reperti archeologici.
Hanno quindi sollecitato la dichiarazione di interesse culturale sia del tratto di basolato romano sia dei ritrovamenti emersi nella parte centrale del cantiere, con la conseguente applicazione del vincolo di inedificabilità e della fascia di rispetto di tre metri prevista dalla normativa.
“Abbiamo consegnato una planimetria che mostra come le principali aree archeologiche ricadano proprio al centro del cantiere. A questo punto abbiamo chiesto al Ministero di valutare l’applicazione della norma che prevede l’abbandono del progetto qualora non sia possibile garantire la tutela del patrimonio archeologico”, ha spiegato Lepidini.
Le risposte istituzionali
Acquisito il dossier, il Ministero della Cultura procederà ad avviare verifiche e accertamenti.
“C’è un impegno serio a lavorare sulla vicenda. La Soprintendente ci ha spiegato che, essendo in periodo di ferie, i tempi potrebbero allungarsi leggermente”, ha riferito Alessandro Lepidini.
Secondo il portavoce dell’Unione dei Comitati, gli approfondimenti richiesti potrebbero far emergere lacune e omissioni nella valutazione preventiva del rischio archeologico.
“Mancava il ‘pezzo da novanta’ di quel territorio, il santuario IBM. Restiamo fiduciosi: è la prima volta che abbiamo un’interlocuzione di alto livello su questioni che possono essere decisive sotto il profilo dell’applicazione della normativa”, ha affermato.
La Soprintendente Daniela Porro predisporrà una relazione da trasmettere al Capo di Gabinetto del ministro, impegnandosi – secondo quanto riferito dai Comitati – a verificare che tutte le disposizioni previste dalla normativa di tutela siano rispettate.
La delegazione ha inoltre ribadito la richiesta di valutare l’applicazione della norma che prevede l’abbandono del progetto qualora la salvaguardia del patrimonio archeologico non sia compatibile con la prosecuzione dei lavori.
L’Unione dei Comitati ha ottenuto anche la disponibilità a un nuovo incontro, previsto per settembre, e ha annunciato che già nelle prossime ore invierà al Ministero una nota di riepilogo con le richieste formulate e la documentazione ritenuta più significativa.
“Abbiamo lasciato un dossier in cui è tutto nero su bianco. Il ruolo del Ministero è fondamentale ai fini del rispetto della legge, anche se non è il soggetto che realizza il cantiere”, ha spiegato Lepidini.
Il portavoce ha infine annunciato nuovi sviluppi: “Le prossime informazioni che renderemo pubbliche faranno molto rumore, potranno agevolare anche il lavoro di verifica avviato dal Ministero”.
Un ruolo di “supplenza” istituzionale
Nel gruppo di lavoro dell’Unione dei Comitati contro l’Inceneritore, al termine dell’incontro, è prevalso un clima di soddisfazione, pur nella consapevolezza che la battaglia è ancora lunga e complessa.
“Il lavoro che abbiamo svolto in questi tre mesi ha un valore inestimabile per la costanza, la serietà e per quel ruolo di supplenza che, nostro malgrado, abbiamo dovuto esercitare nei confronti delle istituzioni. Ricordo le tante telefonate con cui chiedevamo interventi immediati: ci veniva sempre risposto che era tutto autorizzato. Ma i reati non si autorizzano, sono materia del Codice penale”, ha dichiarato Alessandro Lepidini.
Secondo il portavoce dell’Unione, la documentazione consegnata al Ministero consentirà ora alle istituzioni di verificare le criticità evidenziate nel corso di questi mesi.
“Abbiamo portato l’evidenza dei fatti, adesso spetterà agli organi competenti svolgere tutte le verifiche necessarie. La nostra missione resta la stessa: arrivare alla realizzazione del Parco archeologico Ettore Ronconi. Per noi non esistono alternative”.
Lepidini ha infine espresso soddisfazione per l’incontro e i suoi esiti, e per gli impegni assunti dall’istituzione.
“Ora ci sarà un seguito. Attendiamo fiduciosi la relazione della Soprintendente e i prossimi sviluppi”.
La convinzione diffusa è che questa interlocuzione rappresenti l’inizio di una nuova fase della vicenda.
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