Milano non è una città per frasi di circostanza. E il generale Burgio, candidato sindaco per Futuro Nazionale, non sembra intenzionato a offrirne. Due mesi dopo la sua partecipazione al seguitissimo vodcast di InfoDifesa, Burgio torna con un’intervista in anteprima per InfoDifesa.it, accettando un confronto senza rete: sicurezza, periferie, immigrazione, Polizia locale, Roberto Vannacci, alleanze e gestione del potere comunale. Domande pungenti, alcune persino scomode. Risposte immediate, nette, senza arretramenti. Il risultato è un’intervista che fotografa una candidatura destinata a dividere: ordine, identità, Stato e una promessa politica chiara — riportare Milano sotto il pieno controllo delle istituzioni.
Generale Burgio, perché dopo una vita nell’Arma dei Carabinieri decide di scendere in politica proprio a Milano? È una nuova missione?
«Ritengo che, negli ultimi anni, si stia lentamente perdendo di vista una serie di valori, come l’italianità, il primato della giustizia. Che una parte politica si creda investita della verità e di apodittica ragione su tutti i temi d’interesse di una Nazione. E che si abbia il dovere, fino a che si può, di sostenere e riproporre i messaggi e i valori di quella parte del Popolo Italiano, negletto, in forza di un antifascismo di maniera».
Vannacci l’ha scelta come candidato sindaco di Futuro Nazionale: che cosa vi unisce sul piano politico e ideale? Si considera il candidato di Vannacci o un candidato civico aperto a tutta l’area alternativa alla sinistra?
«Credo nel messaggio dell’Amico Roberto, del quale fin da subito ho voluto sottolineare il mendace intervento dei media per costruire di lui immagine falsata, costantemente negativa. Peccato che non abbiano mai trovato – e Dio sa quanto l’abbiano cercato – un solo antico dipendente che testimoniasse del suo essere omofobo, razzista, sessista e antifemminista. Come le accuse di aver rubato soldi pubblici, anche questa ricerca è fallita miseramente. Il fatto che vi sia stata mi ha portato, per amore di giustizia, a confutare tesi facili e infondate. Come lui ritengo che l’italiano vada rimesso al centro dell’attenzione delle istituzioni di governo, locale e nazionale, e che non gli siano tolti o preclusi diritti, a favore degl’immigrati. Men che meno se trattasi d’immigrati irregolari o addirittura criminali. Per molti versi condividiamo aspirazioni e determinazioni della destra di governo. Siamo pronti a collaborare e a dare il nostro contributo. Personalmente mai appoggerò la sinistra, che reputo responsabile del progressivo abbattimento di un mondo che ha formato le nostre generazioni. Non amiamo “pannicelli caldi”. Riteniamo si possano operare interventi efficaci e risolutori a favore degli italiani».
Lei è percepito come il candidato della sicurezza: ma qual è la sua visione complessiva per Milano?
«Frequento Milano assiduamente da circa 15 anni. Non ci si trova solo davanti a episodi, perché abbiamo perduto il conto di aggressioni, accoltellamenti, machete branditi e coltelli costituenti ordinario corredo d’abbigliamento. Lo Stato deve recuperare la padronanza della situazione, e un’amministrazione comunale che non perde mai occasione per eccepire sul lavoro delle Forze dell’Ordine, non fa l’interesse dei milanesi e della sicurezza».
C’è chi dirà che un generale a Palazzo Marino rappresenta una svolta “militare” nella gestione della città. Cosa risponde?
«Desidero premettere che la gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica, in Milano, come in tutto il territorio italiano, competa a Prefetto e Questore, con l’essenziale collaborazione delle FF.P. a competenza nazionale. Il Sindaco, e le sue specifiche risorse – la Polizia Locale – devono essere valido e fattivo contributo. Non mi sogno di sostituirmi alle autorità che la legge ha incaricato delle specifiche competenze, del resto ho comandato due comandi provinciali, Trapani e Caserta, e operato a Cagliari. So come funziona il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, che – ove questa candidatura si concluda con esito positivo – rispetterò sempre. Un militare è un funzionario dello Stato che opera nell’ambito delle leggi, e non mi sogno di dirigere un comune secondo i parametri di un’organizzazione alquanto diversa. Certamente sono per l’efficienza, il risparmio, la giustizia e la lotta a ogni forma di favoritismo legato a convergenze ideologiche spesso tramutatesi in affarismo. Il militare, il comandante militare, “serve” il suo reparto, prima di tutto. Non se ne serve. Sono un militare vero, non uno di quelli che a qualcuno fa comodo inserire in filmetti di terza categoria».
Milano oggi è una città sicura o esistono zone in cui lo Stato ha arretrato? Il buonismo ha prodotto degrado e serve tolleranza zero?
«Domanda di maniera. Le statistiche, i talk show coi maranza sfrontati a spiegare che “se vedo una cosa che mi piace la devo avere”, ci dicono che Milano sicura non è. Personalmente ritengo ovvio il problema sorto con le seconde generazioni. Se i padri conoscevano da dove erano fuggiti e baciavano in terra, i figli sanno di non avere gli stessi mezzi dei coetanei italiani, e in loro s’ingenera anche rabbia. Si sapeva, e per questo era opportuno attendere a concedere la cittadinanza, verificando come avessero fatto venir su i figli. Oggi non escludo che si studi come cacciare dal suolo nazionale chi odia l’Italia, i suoi cittadini, e la nostra cultura. Abbiamo ceduto su troppo. Un anno fa dava fastidio il crocifisso, 10 mesi fa il presepe, un mese addietro il Natale … però il Ramadan andava festeggiato. Un giorno ci sarà chi riterrà giusto togliere il crocifisso dal frontale delle chiese, sempre per non disturbare l’immigrato islamico che vuol passeggiare senza immagini iconoclaste. E allora, credo, sia ora di invertire la rotta. Difficile la tolleranza “0”, però, sarebbe bello già “0,5”».
Se domani fosse sindaco, qual è il primo intervento che farebbe a Rogoredo e nelle altre aree critiche di Milano?
«Chiederei a Sua Eccellenza il Prefetto che disponga un Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, cui mi faccia partecipare. E in quella sede garantirei il pieno supporto del Comune, con la Polizia locale e le altre articolazioni amministrative, per interventi a massa nelle aree critiche. Con un minimo di senso dell’umorismo che il cittadino milanese comprenderà, spiegherei che tali interventi a massa con estesa attività di controllo, altro non sono che gli aborriti rastrellamenti o i graditi (per gli amici del PD) servizi concentrati nel tempo e nello spazio indicati dal signor Prefetto Gabrielli, già capo della polizia. L’unica differenza credo sarebbe in un solo aspetto procedurale. Per me chi fugge va inseguito e catturato, per la parte opposta sarà indicato – credo – di rilevare il numero di targa, rinviando ad altro momento la cattura di potenziale omicida, ladro, spacciatore, corriere, rapinatore. Un dettaglio».
La sicurezza nelle periferie si costruisce solo con le uniformi o anche con servizi, scuole, trasporti, lavoro e recupero sociale?
«A Milano i problemi non sono solo criminali, ma considerata l’estensione, sono anche sociali. E questi si affrontano col lavoro di tutti gli attori. Fra i quali però non dimenticherei la famiglia e la scuola. Chiaramente, nelle more che l’intervento complessivo frutti, le uniformi devono dare il primo segnale, ed essere sostenute».
Immigrazione e sicurezza sono temi spesso trattati con propaganda o ipocrisia: come si affrontano in modo concreto ed equilibrato?
«Non è ricetta esclusivamente di Futuro Nazionale. Oggi molti paesi stanno cambiando atteggiamento, abbandonando criteri permissivi, insostenibili. No all’immigrazione irregolare. Allontanare subito criminali e soggetti affetti da tare mentali che li rendono pericolosi. No ai sussidi a pioggia che rendono conveniente all’immigrato vivere sul territorio nazionale. Ma non per razzismo o astio, bensì perché non è giusto che certi vantaggi non possano essere attribuiti agli italiani, per ovvia scarsità di risorse. No al welfare indiscriminato, con assegni, bonus, ricongiungimenti che fanno sbarcare mogli, genitori, suoceri, cui poi verranno corrisposte pensioni e ulteriori regalìe. In un ciclo senza fine, ahimè insostenibile. Per la sicurezza, penso sia prioritario rivedere l’istituto della legittima difesa e soprattutto dell’uso legittimo delle armi, sì da conferire maggiore incisività alle possibilità di difendere sé stessi e compiere la propria missione. Penso che debbano essere eliminati i risarcimenti a coloro che subiscono qualsiasi danno nel corso della perpetrazione del crimine. Son infine convinto che il danno arrecato alle vittime vada risarcito dal criminale anche attraverso l’obbligo del lavoro coatto».
La Polizia locale va potenziata, riorganizzata o rifondata? Servono più agenti in strada, più tecnologia o entrambe le cose?
«Non conosco la situazione degli organici, né posso esprimere una valutazione sulla affidabilità della Polizia Locale. Ove desse risultati negativi, comporterebbe ciò che si definisce forse frettolosamente “rifondazione”. Ritengo però che l’ipotesi sia estrema e poco realistica. La più parte è sana, come sempre, e possano esistere delle “mele marce”. Capita ovunque. Oggi l’attività di prevenzione richiede tecnologie, come telecamere, ma in questo settore non si può prescindere dall’uomo sul terreno, unico vero elemento di deterrenza, rilevamento immediato di emergenze, intervento e “normalizzazione”».
Come utilizzerebbe la nuova Centrale Operativa della Polizia locale nel controllo del territorio e nella prevenzione del degrado urbano?
«Non avendone conoscenza diretta, dovrei prima studiarla, comprenderne le criticità e la possibilità, e individuare coi responsabili ipotesi migliorative, se necessarie. Dovrebbe essere in costante e integrato collegamento con quelle delle FFP a competenza nazionale».
Milano è la locomotiva economica del Paese: come si concilia una città attrattiva con una città più sicura, vivibile e accessibile?
«Non credo che i due aspetti siano antitetici, al contrario. Maggiore sicurezza, vivibilità e accessibilità aumentano l’attrattività».
Piccole e medie imprese, commercio e artigiani denunciano tasse, burocrazia, costi e insicurezza: che cosa direbbe loro e quali misure proporrebbe?
«Della sicurezza ho già parlato: si fornisce operando maggiormente sul terreno. L’aspetto tributario richiede, credo un intervento dello Stato. Tasse e burocrazia non sono problema esclusivo di Milano. Tuttavia, per quelle che sono le specifiche competenze del Comune di Milano disporrò la costituzione di un gruppo di lavoro che, in regime di contraddittorio e collaborazione, individui misure che possano soddisfare le istanze dei cittadini e le possibilità delle casse comunali. Chi produce e lavora va rispettato».
Casa, affitti e periferie: Milano è ancora una città per lavoratori, famiglie e giovani?
«Purtroppo non mi pare. Milano è città ove il percettore di uno stipendio medio fatica a sopravvivere, ove viva da solo».
Bilancio comunale: dove taglierebbe e dove investirebbe più risorse?
«Investirei sullo sport in periferia. Lo sport allontana dal crimine e dà delle regole. Taglierei decisamente consulenze e spese voluttuarie e di rappresentanza, e darei la priorità nell’erogazione di sussidi ai cittadini italiani, attribuendo adeguato valore agli anni di permanenza sul suolo nazionale. Troppo spesso immigrati regolari possono lasciare le consorti a casa, a svolgere il lavoro di mamme e donne di casa, grazie a sussidi, bonus e bollette pagate. Privilegio che, chissà perché, non compete alle coppie italiane. Si cerchino un lavoro anche tali signore, tutte. Molte del resto già lo fanno, e ad esse va il mio massimo rispetto. Il Comune ha delle professionalità, il mercato delle consulenze pubbliche è sovente solo un sistema clientelare per assicurare prebende a professionisti estranei all’amministrazione. In quanto alle spese “di rappresentanza”, si tratta di mio personale modo di vedere le cose. Lo Stato produce servizi per i cittadini, non apericene. Una cerimonia si può concludere senza l’assalto alla diligenza e al Pan-Brioche. Magari non consente un risparmio sensibile, ma dà immagine di economia e decoro».
Ambiente e traffico: Area B, Area C e Piano Aria e Clima vanno confermati, corretti o superati?
«Tutto è perfettibile. Ho letto tante proteste, verificherò se esiste la possibilità di vessare meno l’automobilista e l’utente di mezzo pubblico. Ad un primo esame è difficile conciliare tanti divieti di muovere in auto, e il prezzo più alto dei mezzi urbani. Ma, ripeto, il problema va verificato, studiato da chi ne ha le responsabilità, me compreso, e risolto attraverso soluzioni da adottare senza troppe perdite di tempo».
Che squadra immagina intorno a sé: tecnici, politici, amministratori, uomini delle istituzioni?
«Avendo ricevuto ieri l’investitura, non ufficiale, ancorchè per vecchia pratica del mio mondo con le stellette non ritenga che vi siano ripensamenti – fra soldati amiamo scherzare ma non riusciamo ad esibirci in veste di pagliacci – non escludo nessuna delle professionalità citate. Tutte possono dare un contributo. E la diversità aiuta nell’individuazione delle scelte».
Futuro Nazionale correrà da solo o lei punta a costruire un’alleanza più ampia?
«Futuro Nazionale ha una sua ben precisa fisionomia. D’altro canto è forza di destra, e così come molti elettori che si son voluti unire a questo progetto, desiderano che non si “aiutino” le sinistre, stessa cosa mi pare accada nei partiti in atto al governo. Bisogna pensare in grande e a medio lungo termine, e gli appuntamenti di rilievo sono le politiche del 2027 e l’elezione del Presidente della Repubblica del 2029. Perdere le prime, per la destra, significa perdere le seconde. Credo sia interesse di tutti condurre un dialogo serio. Magari discutere, litigare e accapigliarsi, ma tenendo conto di quale sia la road map. La politica è mediazione, sia perché più interessi possono collidere, sia perché ci si può avvedere che l’interlocutore sia nel giusto. E fare un passo indietro spesso è sintomo d’intelligenza, più che di debolezza. Se dovessi correre da solo, per FN, lo farò. Usavo dire – per celia – ai miei collaboratori dell’Arma preoccupati – che non vi fosse da preoccuparsi, visto che non ci stava sparando nessuno. Quindi seguirò con fedeltà l’impegno assunto con il Partito e gli elettori/sostenitori. Ritengo tuttavia – scusi la banalità – che l’importante sia vincere, più che partecipare. Per quanto ergersi a Leonida possa essere romantico, e abbia un indiscusso fascino, auspico che tutte le forze di destra, nell’interesse dei propri sostenitori, trovino la maniera per vincere. E per primo son pronto a sacrificare il mio interesse per quello della squadra: se questa vince ho vinto anche io. Quindi – scusi e perdoni la battuta – mi conviene e non compio alcun atto eroico».
Un generale sa cosa significa disciplina, ma la politica richiede anche pazienza e mediazione. Quale dote le servirà di più?
«Lo stereotipo della disciplina “pronta, cieca e assoluta” è tramontato già durante i primissimi anni della mia avventura con le stellette, iniziata nel 1972. Nella via vita militare ho in genere dovuto mediare e discutere, soprattutto quando v’era da stilare un piano operativo, e se questo avrebbe potuto comportare il rischio della vita umana. Già nella precedente vita mi è stata più utile la capacità di far convergere le diverse idee in una, che quella d’imporre rigidamente e ottusamente la mia. Son giunto al grado di vertice, e ora son qui, grazie ai miei collaboratori, che è difficile immaginare quante volte mi hanno dato la dritta giusta. Ribadisco che le Forze Armate non sono “Il Tromba” e il “Colonnello Buttiglione”».
Dopo una vita nell’Arma, qual è il valore che non è disposto a sacrificare in politica?
«La mia onestà. È veramente difficile mercanteggiarla, costa rischi e fatica, e alla mia età sono diventato pigro e tremebondo».
Tra cinque anni, su quale risultato concreto vuole essere giudicato dai milanesi?
«Auspico di riconquistare la piena fiducia delle istituzioni dello Stato preposte a garantire la sicurezza. Senza che si debba discutere per un meritato premio da conferire a chi rischia la vita per noi cittadini, o si elevino artificiose critiche pur di raggranellare voti e sostegno da parte di malviventi e persone ideologicamente “contro” lo Stato. Di cui il Sindaco è solo un piccolo ingranaggio. E tale riconquista passa per una reale capacità di operare in stretta e fruttuosa cooperazione, convinti che l’avversario sia sempre e solo dall’altra parte, e che l’obiettivo di chi porta un’uniforme sia garantire l’ordinato svolgimento della vita sociale».
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Andrea Valenti
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