Lunedì 10 agosto 2026 alle ore 18,45, nella sala Giovanni Paolo II, a Stigliano, sarà presentato il libro “Pio Rasulo, l’uomo e l’opera”di Angelo Colangelo.
Interverranno: Franco Micucci Sindaco di Stigliano, Antonio Fornabaio Presidente ANSPI, Maria e Cetty Rasulo, Antonio Basile Antropologo, Giovanni Caserta storico e critico letterario, Franco Villani Editore, Angelo Colangelo Autore.
Prefazione di Giovanni Caserta
Il mio primo incontro e conoscenza con Pio (Pietro Antonio) Rasulo avvenne agli inizi degli anni 1960. Avvenne nei locali della BMG, giovane tipografia che si avventurava anche nel mondo della editoria. Fu così chiamata, essendo stata coraggiosamente fondata da tre giovani, che portavano il cognome di Basile, Madio e Giannatelli. Non so se doveva essere il 1966, anno in cui pubblicai il mio saggio su Rocco Scotellaro, cercando di ravvivarne la memoria a distanza di tredici anni dalla morte. Credo che si fosse già in via Emanuele Duni. Ricordo che Pio mi fece dono delle sue raccolte di poesie – Acqua passata e Il canto del Basento -, oltre che della prosa della Lunga notte della civetta, relazione di un suo viaggio per i paesi della Lucania di allora.
La disponibilità generosa e innocente di un fanciullo, quale fu sempre la caratteristica di Pio, mai nome così appropriato, gli fece subito dire che, con la sua Seicento, poteva accompagnarmi almeno fino a Stigliano. Gli avevo detto che avevo in programma un mio viaggio verso Alianello, dove risiedeva Franco Mattatelli, mio compagno di scuola all’Istituto Magistrale “Tommaso Stigliani” di Matera. Mi sarebbe stato facile, disse, da Stigliano, arrivare, attraverso il Sauro, al borgo di Alianello. Raggiungemmo, infatti, Stigliano e dormii a casa sua. Il giorno dopo, partendo di buon mattino, raggiunsi Aliano e, da Aliano, prelevato da Franco Mattatelli, a piedi, raggiunsi Alianello. Se non ricordo male, si era nel mese di dicembre.
Tutto, in verità, a distanza di tanti anni, mi si svolge nel ricordo in modo confuso; ma la confusione è vaghezza che rende più suggestivo e carico di significato il gesto di Pio, dal sorriso buono che gli si era stampato in volto per natura, ma che, probabilmente, era anche il risultato di una educazione familiare protrattasi negli Istituti religiosi, dove, dopo la scuola elementare, da ragazzo intelligente e volenteroso qual era, fu mandato a continuare gli studi. É storia di tanti giovani lucani di quegli anni, durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. I passaggi attraverso gli istituti religiosi erano una necessità ai fini di un destino diverso. Ci passarono, fra gli altri, Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli. A Stigliano, in particolare, ragguardevole è il numero dei ragazzi salvatisi grazie soprattutto all’opera di alcuni barnabiti, i fratelli Giuseppe e Salvatore De Ruggiero prima e Padre Vincenzo Cilento poi, apprezzato filosofo e docente universitario. Molto contribuì anche il fratello di quest’ultimo, Nicola, storico e medievalista, che insegnò e fu Rettore dell’Università di Salerno. Grazie ai due fratelli, di fatto, Stigliano divenne terra di valorosi professori, che tennero alto il livello della scuola nella provincia materana.
Dopo quel primo incontro e prima conoscenza e viaggio a Stigliano, ospite a casa sua, non è che il ricordo di Pio si faccia più netto, sicuro e preciso. Mai, invece, venne meno la manifestazione di reciproca stima, che ci portò a scambiarci lettere e qualche telefonata. Ricordo che una volta, invitato da lui, fui a Lizzano, per una conferenza su Rocco Scotellaro. Trovo annotata la data del dieci novembre 1973. Altra volta fu lui a venire a Matera, dall’ Associazione Italiana di Cultura Classica, AICC, chiamato a parlarci di Giovanni Pascoli, che tanto gli assomigliava per carattere e bontà naturale. Un altro incontro, allo stesso tavolo, ci fu a Montemurro, nel 1982, credo per la ricorrenza del primo anniversario della morte di Leonardo Sinisgalli. Finché mi giunse lettera, con cui mi annunziava che aveva avuto un incarico di docente di Estetica presso l’Università di Lecce. Era collega di Pietro Leone, nativo di Pisticci, che sedeva sulla cattedra di Civiltà bizantina, silenzioso e severo, scarso al sorriso, molto diverso da Pio. Mi invitava, bontà sua, a tentare, come lui aveva fatto, la carriera universitaria.
Seppi, verso gli ultimi anni della sua vita, della tragica morte del nipote Alessandro. Mi esprimeva tutto il suo dolore inconsolabile. Capii che, da tanto dolore, si sarebbe ripreso soltanto trovando consolazione e conforto nella poesia e nella fede religiosa, oltre che nella convinzione di non aver in nulla sbagliato, avendo affrontato la vita sempre col sorriso e l’umiltà di chi sapeva, sin dal tempo del suo lavoro di maestro elementare, che da tutti, anche dai “piccoli”, si può imparare e che, ai “piccoli”, tutto bisogna dare. Ne è documento quanto si legge attraverso le pagine di Angelo Colangelo e attraverso il ricordo di un ragazzetto, Dante Maffia, destinato ad essere poeta.
Furono, gli ultimi, gli anni del ritorno alla poesia, che sembra aprire e chiudere l’attività letteraria di Pio Rasulo. Furono gli anni o i mesi di Asfodelo, il fiore della morte, nato in margine alla scomparsa del caro nipote. Fra l’inizio e la fine si collocano, invece, impegnative opere di riflessione sociale, ma anche su problemi di letteratura e cultura, soprattutto dopo l’assunzione dell’incarico universitario. Sono gli anni delle Classi sociali nel pensiero di Karl Marx, Il revisionismo nella filosofia della storia, o degli studi di estetica, alcuni particolarmente nuovi, quali L’estetica di Mario Pagano, L’estetica di Ingarden, L’oggetto estetico contemporaneo, Sociologia dell’arte di massa. Sul loro carattere molto si ferma il saggio di Colangelo.
Notevole è l’approdo del suo pensiero estetico, personale, che lo colloca in una condizione di particolare originalità. Il suo pensiero è come un filo rosso che percorre le opere dedicate al concetto di Estetica, da Rasulo considerata non “luogo” a sé, rivolto al solo studio dell’arte, ma concepita come “campo largo”, come momento integrante della filosofia e integrato nella filosofia, disciplina filosofica. L’Estetica, a suo parere, studio del Bello ovunque sia, è aperta a tutta la Vita, all’uomo e alla natura, alla scienza e alla morale, al paesaggio e alla politica…
Bello può essere il mare, può essere il cielo, o la luna, ma bello è anche un gesto umano, un evento storico o politico, se esprime “coerenza”, generosità, o, come diceva De Sanctis, se è “amore di sé e amore degli altri”. Esiste la bella campagna, piena di colori e di suoni festosi, si può leggere nel saggio Per una estetica del paesaggio; ma esiste la “bella” persona, il “bell’evento”, in cui, forse reminiscenza dell’antico greco, si incontrano, e devono incontrarsi, in armonia, il bello e l’onesto. Talché, a dirla in maniera secca, e per stringersi all’arte, alla quale generalmente l’Estetica si riferisce, il poeta, se tale vuol essere, ha da essere onesto, cioè sé stesso; e, se è onesto, non può non essere bello. In definitiva, se ricerca della Estetica è il bello, il suo oggetto è un nuovo “paesaggio” largamente inteso, ed esteso.
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