Un villino lasciato alla città quasi un secolo fa per assistere chi aveva bisogno rischia oggi di diventare un altro bene da “valorizzare”. La domanda è inevitabile: che fine ha fatto la Firenze della solidarietà, mentre sul caso Montedomini si prova a spegnere l’indignazione?

 

C’è una casa, anzi un villino. E dentro quella casa c’è una storia che racconta molto più di un patrimonio immobiliare, di una convenzione disdetta o di un possibile progetto di alienazione. C’è la storia di Ugo Frilli professione argentiere. Un fiorentino che quasi un secolo fa decise di lasciare qualcosa alla propria città perché diventasse strumento di assistenza. Non un investimento. Non una rendita. Non un affare. Un aiuto.
Ed è proprio per questo che oggi la vicenda di quel villino merita di essere raccontata. Perché quando un bene nasce dalla volontà precisa di aiutare i più fragili, la domanda non può essere soltanto quanto valga sul mercato. La domanda dovrebbe essere: quanto vale per la comunità la ragione per cui è stato donato?

La storia, documentata dalla stessa ASP Montedomini – e ricordiamo che Asp significa assistenza pubblica alla persona – comincia con il testamento olografo di Ugo Frilli, fu Giuseppe, datato 31 dicembre 1923. Da quella volontà nacque la Casa di Rifugio Emilia Picone, intitolata alla moglie di Frilli. L’Opera Pia venne poi riconosciuta come Ente Morale nel 1926.

Lo scopo era chiarissimo: provvedere, nei limiti delle proprie possibilità, al ricovero, al mantenimento, all’educazione morale e fisica e all’istruzione delle bambine povere cattoliche più derelitte e abbandonate del Comune di Firenze. Parole che appartengono a un’altra epoca, certamente, ma dietro quelle parole c’è un concetto sorprendentemente moderno: il patrimonio non come fine, ma come strumento per prendersi cura delle persone.

Ed è questo il punto che oggi dovrebbe far riflettere. Per decenni quella struttura è stata utilizzata per finalità assistenziali e ha accolto anche donne con disabilità poi qualcosa è cambiato. La struttura è rimasta vuota, la convenzione con l’associazione che vi operava è stata disdetta e, secondo quanto emerge dalla vicenda, Montedomini ha commissionato anche un parere per verificare la possibilità di superare il vincolo di destinazione sociale in vista di una possibile alienazione. E qui il semplice destino di un immobile diventa una questione politica.

Perché se c’è una città italiana che dovrebbe avere qualche difficoltà a dimenticare cosa significhi la parola misericordia, quella città è proprio Firenze. La storia della Misericordia fiorentina affonda le proprie radici nel 1244, quando nacque la Compagnia di Santa Maria della Misericordia, impegnata nell’assistenza ai bisognosi.
Nel corso dei secoli quella tradizione si è trasformata in una delle più longeve esperienze di volontariato e assistenza della storia italiana. Durante la peste del 1348, i confratelli della Misericordia prestarono soccorso agli appestati e si occuparono della sepoltura dei morti. Nel 1478, per il trasporto sanitario, venne introdotto il cataletto. Insomma, Firenze non ha scoperto ieri la solidarietà. L’ha inventata, organizzata, istituzionalizzata e tramandata. La città dei grandi palazzi e dei grandi capolavori è anche la città di chi, per secoli, ha tirato su una barella, accompagnato un malato, assistito un povero, soccorso un ferito. È una parte del patrimonio fiorentino che non compare nei cataloghi turistici, ma forse vale più di qualche palazzo trasformato nell’ennesima struttura ricettiva.

La tradizione non è rimasta confinata al Medioevo. Firenze e la Toscana hanno costruito nel tempo una rete straordinariamente articolata di associazioni, Misericordie, pubbliche assistenze, organizzazioni di protezione civile, realtà sociali e volontari. È una Firenze che spesso non fa rumore. Non inaugura grandi opere. Non taglia nastri. Non produce comunicati con fotografie istituzionali. Semplicemente c’è.

C’è quando qualcuno cade. C’è quando arriva un’alluvione. C’è quando una persona anziana ha bisogno di essere accompagnata. C’è quando una famiglia non riesce più a farcela da sola. È quella Firenze che continua a praticare, spesso senza telecamere, l’antica idea secondo cui una comunità è davvero tale soltanto quando non lascia indietro chi è più fragile. E allora la storia di Ugo Frilli diventa quasi una cartina di tornasole.

Il problema non è stabilire oggi se un immobile possa, sotto il profilo giuridico, essere venduto. Il problema è molto più profondo.
Può un bene nato per uno scopo sociale perdere quella funzione semplicemente perché, quasi cento anni dopo, qualcuno ritiene che quella funzione non sia più necessaria? E soprattutto: chi decide quando il bisogno è finito?
Perché il rischio è quello di trasformare un’eredità morale in una semplice voce di bilancio: un immobile entra un immobile esce. Una stima stabilisce quanto vale. Un atto dispone. Un altro atto vende. E la storia? La storia resta fuori dalla porta. Proprio come le persone per le quali quella casa era stata pensata.

E qui arriviamo alla parola che a Firenze, periodicamente, torna a fare capolino. Questione morale. Non è un’invenzione di oggi. Nel 2009, durante lo scandalo SAS, la USB parlava apertamente di una “questione morale” fiorentina e denunciava il rischio di un rapporto perverso fra amministratori pubblici e società private. Nel 2014 fu addirittura il Partito Democratico toscano a organizzare a Firenze un incontro dal titolo inequivocabile: Come affrontare la questione morale oggi e nel 2025, proprio sul caso Montedomini, il tema è tornato prepotentemente nel dibattito politico.

Paolo Bambagioni, presidente della Commissione Controllo del Comune di Firenze, ha parlato esplicitamente di una “questione morale” riferendosi alla serie di nomine e rapporti che ruotano attorno a Montedomini e ad altri incarichi. Insomma, la questione morale sembra avere una caratteristica curiosa: a Firenze va in letargo, ma non muore mai. Ricompare quando qualcuno solleva un tappeto e sotto il tappeto, guarda caso, spesso c’è parecchia polvere.

Ed è qui che la vicenda di Ugo Frilli si incrocia con quella più ampia di Montedomini. Perché se un’istituzione pubblica nata per occuparsi delle persone fragili finisce al centro di polemiche su patrimonio, nomine, rapporti personali e destinazione degli immobili, sarebbe un errore liquidare tutto come una semplice guerra fra partiti.
La domanda è un’altra. Montedomini sta ancora svolgendo fino in fondo la funzione sociale per la quale è nato e per la quale nel tempo ha ricevuto patrimoni, immobili, lasciti e risorse? È una domanda legittima e non significa accusare qualcuno di un reato. Significa chiedere conto alla politica e all’amministrazione di una cosa molto più semplice: qual è la missione di un patrimonio pubblico destinato alla cura delle persone? Perché se la risposta è “fare assistenza”, allora ogni scelta sul patrimonio dovrebbe partire da lì. Non dal valore di mercato.

Ed eccoci alla parola magica che spesso accompagna queste vicende: valorizzazione. Una parola elegante, pulita, quasi profumata.
Talmente elegante che riesce a far sembrare nobile persino la vendita di qualcosa che qualcun altro aveva lasciato alla collettività per aiutare i più poveri.
Peccato che valorizzare non significhi necessariamente vendere. Un bene può essere valorizzato anche restituendogli una funzione. Può diventare un centro per persone fragili, uno spazio per associazioni, un luogo per il volontariato, un presidio sociale, un centro di formazione.
Insomma un luogo nel quale quella vecchia idea di Ugo Frilli possa continuare a vivere nel XXI secolo. Sarebbe una forma di valorizzazione decisamente meno redditizia per i bilanci, ma forse molto più redditizia per la città.

Forse, allora, bisognerebbe tornare a quel testamento del 1923. A quel fiorentino che decise di destinare il proprio patrimonio a chi aveva meno. Non conosceva le ASP. Non conosceva le società partecipate. Non conosceva le strategie patrimoniali. Non conosceva le parole “governance”, “valorizzazione” o “dismissione”.
Conosceva una parola molto più semplice: aiutare. E forse è proprio questa la parola che rischiamo di aver dimenticato. Perché Firenze può anche continuare a raccontarsi come capitale della cultura, dell’arte, del Rinascimento e del turismo, ma il vero patrimonio della città è anche quello costruito da persone come Ugo Frilli e da migliaia di volontari che, da secoli, hanno scelto di occuparsi degli altri. Quello è un patrimonio che non dovrebbe essere messo in vendita.

Non sappiamo ancora quale sarà il destino definitivo del villino e proprio per questo sarebbe importante che ogni passaggio fosse pubblico, trasparente e facilmente comprensibile ai cittadini perché qui non si tratta soltanto di capire quanto vale una casa. Si tratta di capire quanto vale una promessa fatta quasi cento anni fa. Una promessa semplice: questo bene deve servire a chi ha bisogno.

Se oggi quella promessa non vale più, qualcuno dovrebbe avere il coraggio di spiegare perché. E magari anche di dirlo guardando negli occhi i fiorentini che ogni giorno fanno volontariato, assistono gli anziani, aiutano i disabili, trasportano malati, raccolgono fondi e tengono in piedi pezzi interi della nostra comunità. A loro sarebbe difficile raccontare che la solidarietà è un patrimonio, ma soltanto finché non arriva una buona occasione immobiliare.

Ecco perché il caso Montedomini è una domanda sul tipo di città che vogliamo essere. Quella di Ugo Frilli, che quasi un secolo fa lasciava un bene alla comunità pensando ai più fragili. Oppure quella in cui, prima o poi, anche la solidarietà finisce sul mercato. Con tanto di perizia, naturalmente.


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 Nadia Fondelli

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