Vincenzo Biancamano, fondatore di VBH Restauri, ha sviluppato una riflessione progettuale preliminare dedicata alla Chiesa di Santa Maria d’Irsi, nel territorio di Irsina, oggi in condizioni di abbandono, con l’obiettivo di riportare attenzione sul bene e sul suo possibile futuro.

La proposta nasce come contributo spontaneo: non si tratta di un progetto già programmato o autorizzato, ma di un’ipotesi di conservazione e valorizzazione attraverso cui provare a mostrare come questo patrimonio potrebbe essere tutelato e, in prospettiva, nuovamente reso fruibile per attività culturali compatibili.

Di seguito il report integrale

Chiesa di Santa Maria d’Irsi abbandonata, l’architetto Vincenzo Biancamano propone un’ipotesi di recupero e valorizzazione

Una riflessione preliminare di VBH Restauri per riportare l’attenzione sul manufatto storico, conservarne le tracce e immaginare una futura fruizione culturale compatibile con il luogo

Nel paesaggio rurale di Irsina, tra campi coltivati e percorsi che attraversano una delle parti meno conosciute del territorio materano, la Chiesa di Santa Maria d’Irsi continua a imporsi come una presenza silenziosa. Il Comune di Irsina ricorda che l’edificio fu ricostruito nel 1756 e lo descrive oggi come un luogo completamente abbandonato, ma di notevole interesse storico e paesaggistico. È proprio da questa condizione sospesa – tra permanenza materiale e rischio di perdita – che nasce una proposta spontanea dell’architetto Vincenzo Biancamano, fondatore dello studio VBH Restauri, dedicato alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale.

L’iniziativa non deriva da un incarico professionale e non rappresenta un progetto già approvato o autorizzato. Si tratta, piuttosto, di una riflessione preliminare: un tentativo di utilizzare il progetto come strumento per rendere nuovamente visibile un bene che rischia di scomparire dal dibattito pubblico. Le immagini elaborate da VBH Restauri affiancano lo stato attuale del manufatto ad alcune prefigurazioni di una possibile futura conservazione e riattivazione, con l’obiettivo di mostrare che l’abbandono non è necessariamente l’unico destino possibile.

La chiesa conserva ancora una forte riconoscibilità architettonica. La facciata, segnata dal tempo e dalla perdita di ampie porzioni di finitura, è caratterizzata da un portale lapideo ad arco e da un’apertura circolare soprastante. Le murature, in più punti direttamente esposte, mostrano la materia costruttiva dell’edificio e il rapporto profondo con il paesaggio rurale circostante. All’interno, nonostante le condizioni di degrado, sono ancora leggibili la successione degli spazi voltati, l’apparato dell’altare e vaste tracce di decorazione parietale. Sono elementi che, prima ancora di qualsiasi ipotesi di riuso, rendono evidente la necessità di un percorso di conoscenza e conservazione.

La documentazione catastale consultata individua il manufatto come “fabbricato diruto”. È una definizione amministrativa che restituisce in modo sintetico la condizione attuale, ma che non esaurisce naturalmente il valore storico, architettonico e paesaggistico del bene. La stessa collocazione territoriale contribuisce alla sua specificità: Santa Maria d’Irsi è immersa nei campi di grano irsinesi ed è inserita tra i luoghi intercettati dal Sentiero CAI 401 segnalato dal Comune. Il Borgo di Santa Maria d’Irsi è stato inoltre interessato dalle Giornate FAI di Primavera del 2024, un precedente che dimostra come questo paesaggio e le sue testimonianze siano già capaci di attirare attenzione e curiosità.

La proposta sviluppata da VBH Restauri parte da un principio semplice: prima di attribuire una nuova funzione a un edificio storico è necessario comprenderlo e conservarlo. Un eventuale percorso futuro dovrebbe quindi iniziare con un rilievo geometrico e materico accurato, una documentazione fotografica sistematica, la lettura delle tecniche costruttive, lo studio delle superfici e degli apparati decorativi, oltre a indagini diagnostiche e verifiche strutturali capaci di definire in modo puntuale vulnerabilità, fenomeni di degrado e priorità di intervento.

Solo sulla base di questa fase conoscitiva sarebbe possibile delineare un progetto di conservazione coerente. Tra le azioni da valutare rientrerebbero la messa in sicurezza delle parti maggiormente vulnerabili, il controllo delle infiltrazioni e delle acque meteoriche, la verifica delle coperture, il consolidamento localizzato delle murature e delle strutture voltate ove necessario, nonché la conservazione degli intonaci e delle decorazioni superstiti. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di cancellare le tracce dell’abbandono attraverso una ricostruzione integrale, né di restituire artificialmente una presunta immagine originaria, ma di preservare la materia autentica ancora esistente e renderne leggibile la stratificazione.

È proprio su questo punto che le prefigurazioni progettuali acquistano significato. Le immagini non vogliono anticipare una soluzione definitiva, ma rendere percepibile una possibilità: immaginare l’edificio nuovamente accessibile, con interventi misurati e compatibili, lasciando che siano le murature storiche, le volte, le superfici consumate e l’apparato d’altare a rimanere protagonisti dello spazio. Anche gli eventuali elementi contemporanei necessari alla fruizione dovrebbero essere limitati, reversibili e chiaramente distinguibili dall’esistente.

Accanto alla conservazione, la riflessione affronta il tema del riuso. Un bene isolato e privo di una funzione difficilmente può essere tutelato nel lungo periodo attraverso il solo intervento materiale. Per questo viene ipotizzata una possibile destinazione culturale leggera e non invasiva: visite, piccole esposizioni temporanee, incontri, attività di conoscenza del territorio o iniziative capaci di mettere in relazione architettura, paesaggio e comunità. Non un museo tradizionale né un contenitore sovraccarico di nuove funzioni, ma un luogo nel quale l’esperienza principale resti quella dell’edificio stesso.

Il rapporto con il paesaggio è, infatti, uno dei temi centrali della proposta. Santa Maria d’Irsi non può essere letta come un oggetto isolato. La sua forza deriva anche dalla posizione, dal silenzio dei campi, dalla percezione del manufatto a distanza e dalla relazione con il sistema rurale che lo circonda. Qualsiasi ipotesi di valorizzazione dovrebbe quindi evitare trasformazioni invasive dell’intorno e lavorare, piuttosto, sulla riconoscibilità degli accessi, sulla sicurezza della visita e sulla possibilità di inserire il bene all’interno di percorsi culturali e paesaggistici più ampi.

“Il senso di questa riflessione – spiega l’architetto Vincenzo Biancamano – non è presentare un progetto come già deciso, ma provare a far vedere che dietro un edificio oggi abbandonato esiste ancora un patrimonio che può essere conosciuto, conservato e rimesso in relazione con il territorio. Il progetto, in questa fase, serve soprattutto ad aprire una domanda: quale futuro possiamo immaginare per Santa Maria d’Irsi?”

L’approfondimento del tema richiederebbe naturalmente il confronto con la proprietà, con il Comune di Irsina, con gli enti competenti in materia di tutela e con tutti i soggetti che hanno responsabilità o interesse rispetto al bene. Allo stesso tempo, la conoscenza della chiesa potrebbe essere arricchita attraverso il contributo della comunità locale: fotografie storiche, documenti familiari, testimonianze e memorie possono offrire elementi utili per ricostruire vicende, usi e trasformazioni che spesso non emergono dalla sola documentazione tecnica.

In questo senso la divulgazione della proposta assume un valore preciso. Non si tratta soltanto di mostrare un possibile “prima e dopo”, ma di riportare il bene dentro una conversazione pubblica e provare a generare attenzione intorno alla sua condizione. La storia della conservazione del patrimonio dimostra che molti percorsi di recupero iniziano proprio da una nuova presa di coscienza: vedere, documentare, raccontare e riconoscere il valore di ciò che rischia di essere perso.

Santa Maria d’Irsi continua oggi a raccontare la propria storia attraverso muri consunti, superfici decorate, aperture, volte e tracce di uso. La proposta di VBH Restauri prova a partire da queste permanenze, senza nascondere l’abbandono ma trasformandolo in una domanda progettuale. Tra lo stato attuale e le immagini di una possibile nuova vita esiste un percorso complesso, fatto di ricerca, tutela, autorizzazioni, risorse e scelte condivise. Rendere visibile questa possibilità può essere, tuttavia, un primo passo per evitare che il silenzio intorno al bene diventi definitivo.

VBH Restauri – Arch. Vincenzo Biancamano –

Restauro · Conservazione · Valorizzazione del patrimonio culturale

Sala Consilina (Salerno) –  www.vbhrestauri.site

 

 

 


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