C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, GPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.

Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: diciottomila miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.

Su un piano, il crollo è persino un’occasione. L’impianto fisico che gli americani stanno costruendo – in perdita per i loro stessi azionisti, tanto che la spesa dei cinque maggiori gruppi è passata dal 12-18 per cento dei ricavi del 2024 verso il 48 previsto nel 2026 – non svanisce con la bolla: resta, e diventa a buon mercato. È esattamente la ragione per cui chi comprò le reti in fibra dopo il crollo ci guadagnò, mentre chi le posò per primo fallì. Per l’infrastruttura la posizione del compratore paziente è quella giusta, e l’Europa la occupa naturalmente.

Ma qui finisce l’analogia, e comincia il problema. Un modello di frontiera non è il cemento del data center: è dato proprietario, know-how di ricerca, una pipeline di addestramento e allineamento, un capitale umano scarso e concentrato. Se l’impianto va all’asta, i pesi di Claude non sono nell’inventario, e non varrebbero nulla senza chi li ha costruiti. Quando un laboratorio salta, semmai, i giganti se ne prendono le persone: la concentrazione aumenta, non si diluisce. L’asset che decide chi incassa il valore è precisamente quello che nessun crollo mette in saldo. Il boom regalerà all’Europa hardware a poco prezzo e una dipendenza duratura da una manciata di proprietari di ciò che non si replica. Puoi affittare il cemento. Il modello no.

Non è, per onestà, un fortino eterno, ed è qui che l’analisi di Pietro Maggi su questo giornale mette in guardia: chiedersi «chi sta vincendo la corsa» porta fuori strada. La capacità scende di livello con un ritardo – i modelli a pesi aperti, da Mistral a DeepSeek a Qwen, inseguono la frontiera con uno o due anni di scarto e a costo quasi nullo; il 2026 AI Index Report di Stanford HAI dà il miglior sistema americano a un margine del 2,7 per cento sul primo concorrente cinese, e Kimi K3 si scarica a un terzo del costo del modello di punta di Anthropic. La frontiera è mobile e tallonata – solo che a inseguire, coi pesi aperti, non è un piccolo laboratorio ma la seconda potenza mondiale. Ciò che si democratizza è però la capacità di ieri; ciò che resta concentrato – il modello migliore, l’integrazione, il canale che lo porta a un miliardo di utenti – è il valore di oggi. Una rendita che si sposta in avanti ogni diciotto mesi, e per questo non si esaurisce da sola.

Il punto vero, però, è un altro e riguarda l’Europa più di qualunque classifica. La partita non si vince costruendo la chatbot migliore: si vince infilando un modello «abbastanza capace» dentro un apparato produttivo che si possiede già. La Cina realizza in interi settori strategici il 70 per cento della produzione mondiale, usa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e nella Hyperfactory di Xiaomi settecento robot fanno uscire un’automobile ogni 76 secondi. Gli Stati Uniti hanno i modelli; la Cina ha le fabbriche in cui metterli. L’Europa non ha né gli uni né le altre – ed è la ragione per cui la sua sovranità non si gioca sulla frontiera della ricerca, che non raggiungerà, ma sulla capacità di diffondere l’intelligenza artificiale nel proprio tessuto produttivo e di regolare ciò che diffonde.

E intanto la macchina fa ciò per cui è costruita: sostituire lavoro con capitale, alla luce del sole. In otto mesi Amazon ha cancellato 30.000 posizioni mentre metteva a bilancio 200 miliardi di investimenti quasi tutti in infrastruttura per l’intelligenza artificiale: il costo del lavoro esce dal conto economico, la capacità di calcolo entra nello stato patrimoniale. Il guadagno di produttività è reale ed enorme – in Italia, stima il Politecnico di Torino con Anitec-Assinform, può liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro l’anno. Ma non si distribuisce da solo. Nel Novecento lo distribuivano la contrattazione collettiva e il fisco; oggi entrambe logore: la copertura contrattuale italiana è scesa dall’85 per cento del 2010 al 70, la quota dei salari sul Pil di quattro punti in vent’anni, e il valore si forma dove il lavoro non c’è. Se l’asset chiave non si replica e le leve della distribuzione sono rotte, il risultato non è una fase: è la conversione, in chiaro, di una società salariale in una società di rendita, in cui chi possiede i modelli incassa e chi li usa paga il canone. Un cambiamento costituzionale che nessun Parlamento ha votato.

Il conto lo paga Davide, 35 anni, al sesto contratto a termine, più produttivo ogni anno e con la stessa busta paga. Lo paga la piccola impresa brianzola che versa ogni mese in dollari il canone del suo cloud e non ha un’alternativa europea. Lo paga la pensione di domani, finanziata su contributi da lavoro mentre il valore migra al capitale. E quando i guadagni si concentrano e i costi restano diffusi, la reazione non è la rivendicazione salariale: è il rifiuto. Chi ha visto crescere la produttività del proprio settore senza vederne un euro non chiede una quota, chiede protezione – e la chiede a chi promette di fermare il mondo.

È il meccanismo che ha già riscritto il consenso in mezza Europa, e l’intelligenza artificiale è il primo shock tecnologico che lo incontra a democrazie già indebolite. La tensione, del resto, non è solo nostra: perfino la Cina, avverte l’Economist, rischia di distruggere posti di lavoro con l’automazione prima che il calo demografico crei scarsità di braccia. Chi paga la transizione non conosce confini né sistemi politici. È qui che tutto si tiene. Tecnologia senza fisco è concentrazione: il valore si forma dove le imposte non arrivano. Fisco senza welfare è gettito che non torna a nessuno. Welfare senza formazione è assistenza che non riapre nessuna porta. E tutto questo senza sovranità digitale è una trattativa condotta da chi non possiede il tavolo. Tutto si tiene, o niente regge.

La risposta ha due gambe. La prima è distributiva: il dividendo dell’automazione appartiene anche a chi l’automazione la subisce e va prelevato dove il valore si forma – sul calcolo, sui modelli, sul capitale immateriale, non sull’ennesima busta paga – e vincolato per legge a formazione continua, sostegno al reddito nei passaggi di lavoro, riqualificazione nelle piccole e medie imprese. Non è punire l’innovazione: è il patto che la rende sostenibile.

La seconda è di sovranità e impone di correggere l’istinto: comprare data center crollati è utile ma insufficiente, perché l’asset che conta non è l’infrastruttura: sono i modelli – e i modelli non si comprano a saldo. Significa estendere ad essi l’obbligo di portabilità che il Data Act, dal settembre 2025, impone solo al cloud; fare dell’ecosistema a pesi aperti una politica industriale e non un progetto di ricerca; costruire una capacità pubblica europea che tenga il passo della frontiera invece di raccattarne gli scarti, coi bond comuni indicati dal rapporto Draghi e mai emessi. E, come insegna la Cina, portarla davvero nelle fabbriche e negli uffici: il valore non sta nel modello, ma in ciò che il modello fa quando entra nella produzione.

Gli investimenti rallenteranno – la spesa dei giganti crescerà del 76 per cento nel 2026, del 6 nel 2028 – e si vedrà quali data center avevano davvero clienti. Molti impianti resteranno, come è restata la fibra, e diventeranno di tutti. I modelli no: quelli resteranno di chi li possiede, a meno che una scelta politica non decida il contrario, adesso, finché la frontiera è ancora mobile e la rendita non si è ancora sedimentata. Perché un guadagno di produttività che nessuno distribuisce non è progresso. È un trasferimento: e stavolta, per la prima volta, sappiamo in anticipo verso chi.


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 Paolo Costanzo

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