Tunisino suicida nel Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio, intervento Network Giovani Movimento 5 Stelle Basilicata. Di seguito la nota integrale.
La morte di Lasued Dhoui, cittadino tunisino di 30 anni, precipitato dal tetto del CPR, Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, impone interrogativi gravissimi sulle condizioni di vita e sul senso stesso di queste strutture.
Lasued Dhoui si trovava nel CPR da pochi giorni. Secondo le prime ricostruzioni, il giovane avrebbe compiuto il gesto dopo aver appreso la proroga del periodo di trattenimento. L’ipotesi del gesto volontario resta, allo stato, quella maggiormente accreditata, ma saranno gli accertamenti dell’autorità giudiziaria e l’autopsia, prevista per il 13 agosto, a dover chiarire definitivamente dinamica e responsabilità.
Non possiamo però attendere l’esito degli accertamenti per porci una domanda politica e civile: che cosa sta accadendo dentro i CPR italiani?
Subito dopo la morte di Dhoui, all’interno della struttura è scoppiata una rivolta, sedata dalle forze dell’ordine, che ha portato all’arresto di otto persone. Palazzo San Gervasio torna così al centro della cronaca nazionale, a due anni dalla morte ancora avvolta da interrogativi del giovane marocchino Oussama Darkauoi, avvenuta nello stesso CPR.
La vicenda di Darkauoi è ancora oggetto di accertamenti e indagini; proprio per questo è indispensabile che sulla morte di Dhoui ogni circostanza venga accertata con la massima trasparenza e senza lasciare zone d’ombra.
I CPR sono luoghi di privazione della libertà che non possono diventare zone franche dei diritti, sono luoghi nei quali persone che non stanno scontando una condanna penale vengono private della libertà personale in funzione di un procedimento amministrativo legato al rimpatrio.
È proprio questa condizione a rendere ancora più urgente una verifica radicale delle condizioni materiali, sanitarie, psicologiche e umane nelle quali avviene il trattenimento. La privazione della libertà, anche quando ha natura amministrativa e non penale, non può mai tradursi nella privazione della dignità.
Una persona trattenuta non cessa di essere titolare di diritti fondamentali. Per questo le condizioni dei CPR devono essere sottoposte a un controllo effettivo, indipendente e trasparente, anche alla luce degli obblighi costituzionali, europei e internazionali in materia di dignità umana, libertà personale e tutela dei diritti fondamentali. Non è sufficiente chiamare questi luoghi “centri di permanenza” per cancellare la realtà della reclusione.
Se una persona è chiusa dentro una struttura dalla quale non può liberamente uscire, siamo davanti a una forma di privazione della libertà che richiede garanzie rigorose, controlli effettivi e condizioni compatibili con la dignità della persona.
E’ questa l’ennesima occasione per interrogarsi sul fallimento della politica migratoria del governo Meloni. Dopo anni di annunci, emergenze costruite come campagne permanenti e promesse di “controllo dei flussi”, l’Italia continua a essere priva di una strategia organica capace di affrontare il fenomeno migratorio con strumenti di programmazione, accoglienza, integrazione, cooperazione internazionale e canali legali.
Al posto della progettualità, il governo ha scelto sempre più spesso la strada della detenzione amministrativa e della moltiplicazione dei luoghi di trattenimento, con costi elevati per la collettività e risultati che devono essere valutati con estrema attenzione. La stessa esternalizzazione delle procedure e del trattenimento, fino al ricorso a strutture collocate in Paesi terzi, non può diventare un modo per allontanare dall’opinione pubblica le responsabilità e le garanzie che lo Stato deve comunque assicurare quando limita la libertà di una persona.
Questa non è una politica migratoria. È una politica che troppo spesso trasforma la detenzione in una risposta fine a se stessa, senza affrontare le cause dei fenomeni migratori e senza costruire strumenti efficaci per governarli. Ed è una politica profondamente opportunista quando utilizza la paura come strumento di consenso, alimentando nell’opinione pubblica la percezione dell’immigrazione come emergenza permanente e della sicurezza come unica questione capace di determinare il futuro del Paese.
Così il tema della sicurezza finisce per oscurare le altre grandi questioni sociali e internazionali sulle quali il governo continua a non offrire risposte adeguate: povertà, precarietà, disuguaglianze, diritto alla casa, lavoro, servizi pubblici, cooperazione internazionale e una vera politica estera autonoma e orientata alla pace.
La morte di Lasued Dhoui non può essere archiviata come una semplice fatalità né ridotta alla cronaca di una rivolta. Occorre accertare fino in fondo che cosa sia accaduto, garantire piena trasparenza sulle condizioni del CPR di Palazzo San Gervasio e verificare eventuali responsabilità. Ma occorre soprattutto avere il coraggio di mettere in discussione un modello che, quando priva della libertà persone che non stanno scontando una pena, deve dimostrare ogni giorno di rispettarne integralmente dignità e diritti.
Lasued Dhoui non può essere soltanto un nome nelle cronache. La sua morte deve imporre una riflessione politica sul senso dei CPR e sulle conseguenze di una politica migratoria che non può continuare a rispondere alla complessità con la sola logica della detenzione.
Chiediamo pertanto che siano resi pubblici tutti gli elementi utili a ricostruire quanto accaduto, che venga garantita la massima collaborazione con gli accertamenti della magistratura e che sulle condizioni del CPR di Palazzo San Gervasio sia avviata una verifica indipendente e approfondita.
Di fronte a una morte, prima ancora della propaganda, viene la dignità della persona e quella dignità non può essere detenuta insieme a chi la possiede.
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