Difficilmente Roberto Vannacci, con il suo partito Futuro Nazionale, vincerà le elezioni comunali di primavera in cui i milanesi saranno chiamati a indicare il successore di Beppe Sala come sindaco. Ma «il generale», già addetto militare a Mosca, una partita, l’ha già vinta, almeno sul piano simbolico: quella per associare sempre più strettamente la figura del militare, e in particolare del generale, a una certa idea della destra italiana.

Il tempismo è curioso.

Nei giorni scorsi Gianni Alemanno, che ha aderito a Futuro Nazionale assieme al suo Movimento Indipendenza,  aveva definito la Brigata paracadutisti Folgore dell’Esercito la «quintessenza» della destra italiana. Pochi giorni dopo il generale Carmine Masiello, capo di Stato maggiore dell’Esercito, gli aveva replicato senza nominarlo: «Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno. Noi siamo la quintessenza della Patria, siamo la quintessenza dei valori della Costituzione». La Patria, aveva aggiunto Masiello secondo quanto riportato da Adnkronos, «non è un concetto politico, non è un concetto partitico, non è un concetto ideologico».

Poi è arrivata la scelta di Vannacci per Milano: Carmelo Burgio, generale dei carabinieri, già comandante del Battaglione paracadutisti e con una lunga carriera nell’Arma. Il leader di Futuro Nazionale lo ha presentato esplicitamente come «uomo delle istituzioni», legando la sua scelta alla sicurezza e arrivando a parlare di «rastrellare» il quartiere periferico di Rogoredo. Burgio, intervistato dal Giorno, ha dovuto prima spiegare perché lui, di Anzio, sarebbe il giusto candidato per Milano, ma anche provare a disinnescare il tema dei «rastrellamenti» – «Un sindaco che si mette contro il prefetto non va bene», ha detto – che però è stato poco dopo rilanciato dallo stesso Vannacci impegnato a una battaglia ideologica a favore di parole come «rastrellamento» e «camerata».

E così, alla prima occasione in cui deve scegliere una persona che rappresenti direttamente il suo progetto politico in una grande città, Vannacci ha scelto un generale. Ed è una scelta ancora più significativa se si guarda a come Vannacci ha costruito il proprio partito in Parlamento. La sua pattuglia alla Camera è composta da otto deputati. Cinque arrivano direttamente dalla Lega che l’aveva candidato al Parlamento europeo: Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Laura Ravetto, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Due, Attilio Pierro e Davide Bergamini, sono arrivati da Forza Italia ma hanno alle spalle una precedente militanza leghista. L’unico a provenire da un altro partito è Emanuele Pozzolo, già Fratelli d’Italia.

Insomma, Vannacci per costruire la propria forza parlamentare è andato a pescare nella politica: soprattutto nella Lega, il partito che lo aveva candidato alle Europee. Ha preso deputati e pezzi di una destra già esistente. Ma quando deve scegliere un uomo per tentare la conquista di Milano, torna alla sua matrice originaria: la caserma.

È qui che la candidatura di Burgio diventa qualcosa di più di una candidatura. Perché Vannacci non è soltanto un politico di destra che ha fatto il generale. È un generale che ha costruito la propria identità politica proprio sulla propria esperienza militare. Quel «Generale» precede ormai il suo cognome proprio come «Capitano» precede(va) Matteo Salvini. E la sua piattaforma politica è frutto di quella con parole d’ordine come disciplina, sicurezza, patria, ordine e forza

Detto questo, colpisce che nel programma di Futuro Nazionale presentato martedì la politica di Difesa non occupi uno spazio paragonabile alla centralità che la figura militare ha nell’immaginario di Vannacci. Le Forze armate vengono invece chiamate in causa soprattutto per il loro possibile impiego nella sicurezza interna, lungo una linea che ricorda quella di «Strade Sicure», la missione avviata nel 2008 che impiega militari per la vigilanza di obiettivi sensibili e per affiancare le forze di polizia. È un impiego ormai consolidato, ma anche discusso e contestato, e comunque diverso dalla funzione primaria delle Forze armate: la difesa dello Stato e dei suoi interessi di sicurezza nel contesto internazionale. È quasi un paradosso: la divisa è centrale nell’immaginario politico di Vannacci, ma la Difesa non lo è altrettanto nel suo programma. Il militare serve come simbolo politico molto più di quanto la politica militare serva come materia di governo.

Il rischio è che questa operazione finisca per produrre un’equazione tanto semplice quanto falsa: il generale è di destra, il militare è di destra, la divisa è di destra.

È esattamente ciò che Masiello ha cercato di negare. Non per difendere un’astratta neutralità delle Forze armate, ma perché quella neutralità è una condizione concreta della loro funzione nella Repubblica. Un esercito che appartiene a una parte politica non è più l’esercito della Patria. E una divisa che diventa un simbolo di partito smette di rappresentare tutti quelli che quella divisa hanno indossato e tutti quelli che, attraverso le istituzioni, sono chiamati a difendere.

La coincidenza temporale rende tutto più evidente. Mentre il capo dell’Esercito dice che le stellette non appartengono a nessuno perché appartengono alla Costituzione, un partito guidato da un ex generale presenta agli elettori un altro generale come candidato sindaco.

Vannacci, naturalmente, non ha inventato l’idea che esista una destra legata alla cultura militare. Ma ha fatto qualcosa di più efficace: ha trasformato la propria uniforme in un capitale politico e sta provando a trasformare quel capitale in una categoria politica.

Forse è questa la sua vera vittoria milanese. Non conquistare Palazzo Marino, ma riuscire a far sembrare naturale che, quando la destra cerca un uomo forte per la città, guardi alla caserma. Proprio mentre il capo di Stato maggiore dell’Esercito ricorda che la Patria non è «un concetto partitico», il generale della politica sembra aver capito quanto possa essere potente, elettoralmente, far credere il contrario.


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 Gabriele Carrer

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