Dobbiamo delle scuse al cinema italiano. Io, voi, tutti. Noi che non andiamo a vedere un film italiano praticamente mai, magari facciamo un’eccezione se è Zalone o se è una cosa di cui si sa che si parlerà (è passato un anno e mezzo e ancora non mi sono fatta una ragione dei nove euro spesi per “Follemente”).
Ma soprattutto loro. Loro che vedo sui social, compattamente critici, appena si annuncia qualche innocua commediola italiana, dire che basta, non se ne può più di queste commedie borghesi, di questi appartamenti che non si capisce come i protagonisti possano permettersi, di questi problemi posticci, di queste storie in cui mai nessuno fa un lavoro vero.
Non so neppure se sia vero, perché io i film nuovi, italiani o no, li vedo pochissimo, non li guardo neanche gratis sulle piattaforme. L’altro giorno ho visto, pur di non guardare qualcosa di nuovo, un film della Hbo del 1980, “Loving couples”, che in Italia uscì col tragico titolo di “Quattro passi sul lenzuolo”, e in cui Shirley MacLaine va a letto col marito di Susan Sarandon e viceversa.
Però avevo visto, mi pareva fosse almeno dieci anni fa ma alla percezione del tempo poi ci arriviamo, un film in cui Claudio Bisio e Vinicio Marchioni si scambiano le mogli. Doveva essere una di quelle due volte l’anno in cui mi affido all’algoritmo, invece di aprire una piattaforma avendo già deciso cosa guardare. È una debolezza pericolosissima, che cerco di evitare per non diventare come voi, gentaglia che guardate quel che trovate in cima alla schermata di Netflix.
L’avevo visto, avevo passato un’ora e mezza in serenità, non mi era dispiaciuto abbastanza da ricordarmene nulla: la vecchiaia è questa cosa qui, che ti ricordi solo le cose che ti fanno incazzare.
Poi tutti i giornali americani iniziano a parlare di “The Invite”, al Sundance c’è stata un’asta furibonda per aggiudicarsene la distribuzione, è il film di cui tutti parlano. Leggo la trama, e penso: ma io questo l’ho visto. Siete intelligentissimi, avete già capito: è sempre quel film sullo scambio di coppie. Sia quello italiano sia quello americano sono il rifacimento d’un film spagnolo. Quello italiano è uscito al cinema a fine 2022. Quindi l’ho visto tre anni fa: percepiti trecento.
“The Invite” esce in Italia a settembre, ma io non potevo aspettare, perché avrò letto trecento articoli in uno dei quali, mi pare sul New Yorker ma non voglio controllare per non dover andare a darmi fuoco in redazione, si diceva che certo non era bello come “Chi ha paura di Virginia Woolf?” ma era comunque molto meglio di “Carnage”.
Quindi ho visto “The Invite”, e non so bene che problemi si possano avere per considerarlo meglio di “Carnage”, essere sordociechi è una condizione necessaria ma non giurerei sufficiente. “The Invite” dura un’ora e quarantasette durante la quale si controlla quanto sia passato e quanto manchi alla fine circa quattrocento volte, perché non c’è niente che funzioni nel film, ma niente.
La storia è la stessa di “Vicini di casa”: una donna sposata con uno con cui non scopa quasi mai invita a cena i vicini di casa, i quali propongono un’orgia. Intanto, la versione americana comincia con Seth Rogen, che fa la parte che qui faceva Claudio Bisio: del rigidone infelice, metà maschile della coppia che riceve a casa, quella che non organizza abitualmente orge. Ora, io ho un problema con Seth Rogen sul quale vorrei aprire un’indagine perché non può essere un problema solo mio: com’è possibile che continuino a farlo lavorare?
È orrendo, è insopportabile, è negato, ed è anche chiaramente convinto di essere un grande artista un grande comico un grande qualcosa, è il più letale miscuglio di mancanza di talento e infondata autostima che si aggiri per Hollywood, e io dovrei simpatizzare col suo personaggio che suonava in un gruppo musicale che non ha avuto successo e ora fa l’insegnante e torna a casa in bici col mal di schiena e non ha comprato il vino?
Mi sembrerebbe più interessante capire la moglie, interpretata da Olivia Wilde che dirige anche il film, che non fa niente tutto il giorno. A un certo punto lui glielo chiede – io vado a lavorare, la bambina va a scuola, ma tu cosa fai tutto il giorno? – ma la sceneggiatura si dimentica di rispondere (Rogen ha raccontato che la sceneggiatura è stata praticamente riscritta durante le prove: quindi prima era peggio? Mi pare impossibile).
Penélope Cruz interpreta la libertina del piano di sopra, che Olivia Wilde ha raccontato essere ispirata a Esther Perel, una psicoterapeuta belga che ha fatto da consulente e, ci spiegano, sul set diceva solo cose geniali. Quindi è merito di questo genio se, quando Penélope apprende che i vicini non scopano, chiede a ognuno dei due «ma tu scoperesti con te?», che può sembrare una domanda di genio solo a degli americani che di mestiere fanno gli attori.
Il marito della sessuologa è Edward Norton, e da lui mi aspettavo moltissimo, perché è un figo pazzesco da sempre e perché io credo a tutto. Avevo letto un’intervista in cui Olivia Wilde diceva che lui le aveva detto che a un certo punto voleva fare un monologo, e non voleva dirle cos’avrebbe detto, voleva che la macchina da presa cogliesse la sorpresa degli altri personaggi mentre lui svelava per la prima volta il sofisticato trauma che aveva pensato per il proprio personaggio.
Avevo pensato ah vedi, quel patriarca di Norton, va a fare l’attore nel film della povera Wilde e le cambia i traumi dei personaggi e neanche vuole avvisarla prima, e lei lo lascia fare perché è chiaro che lui è più capace anche se la regista è lei. E invece no: invece il monologo è una noia da tagliarsi le vene coi bastoncini da sushi, e non è vero, come diceva la Wilde in quell’intervista, che a quel punto il film cambia completamente. Ma chi, ma cosa, ma magari.
Guardavo “The Invite” e pensavo ma perché si sdilinquiscono tutti da mesi, ma come fa un film del genere a sembrare interessante a qualcuno, e poi ho capito. Ho capito e forse ho trovato anche la formula, che in Italia mi pare sia chiara solo a Paolo Genovese.
“The Invite” è un film del 2026. Penélope Cruz arriva a cena e crea il panico nella padrona di casa perché non mangia i latticini, non mangia il glutine, non mangia la carne, non mangia un cazzo, proprio come quando invitate a cena la rompicoglioni media nel 2026.
Lei e Olivia Wilde parlano a lungo della perimenopausa, che è praticamente l’unico argomento di cui le donne parlino nel 2026, fino allo scorso decennio neanche esisteva, nessuna ne aveva mai sentito parlare, tutti i sintomi che adesso paiono intessuti nelle nostre vite ti venivano con la menopausa, adesso no, adesso è stato anticipato d’un quinquennio il momento in cui possiamo cominciare a lamentarci e intendiamo approfittarcene.
Seth Rogen ha mal di schiena, come tutti i cinquantenni d’occidente nel 2026, e tutta la loro vita, lamenta la moglie, gira attorno al mal di schiena di lui, come quella di tutti quelli che hanno la disgrazia di avere a che fare con noialtri col mal di schiena, che intendiamo far pesare agli altri assai più della perimenopausa (anche perché la schiena, diversamente dalla perimenopausa, esiste).
Parlano del cortisolo, che è un’altra invenzione di questo decennio, un’altra cosa che dobbiamo preoccuparci di avere alta, un’altra spiegazione al fatto che siamo grassi o che non dormiamo o che non abbiamo le vite perfettissime che avremo non appena cliccheremo per acquistare questa cura per abbassare il cortisolo che è proprio miracolosa, una delle sette cure miracolose per il cortisolo che ti appaiono ogni volta che passi dieci minuti a spolliciare il telefono, nel 2026.
L’appartamento in cui si svolge “The Invite” era dei genitori del personaggio di Seth Rogen, ma la moglie si raccomanda di non dirlo davanti a lui, che soffre molto perché «non ci saremmo mai potuti permettere di comprarlo». «Che problema c’è, nessuno in America può permettersi niente».
La camera matrimoniale dell’appartamento in cui si svolge “The Invite” ha delle prove di colore sui muri, ma non sono mai riusciti a decidersi su una sfumatura e quindi non è mai stata tinteggiata. Seth Rogen dice che sono tre verdi uguali (ha ragione), Edward Norton dice che sono diversissimi (sta cercando di scoparsi l’indecisa Olivia Wilde). All’inizio pensavo che fosse la metafora più stracca della storia del cinema, poi ho capito che era perfetta, perché “The Invite” è un catalogo di problemi immaginari di occidentali satolli di quest’anno qui.
Che sono diversi (a parte la tinta alle pareti: su quella si litiga da secoli di ristrutturazioni) dai problemi immaginari degli occidentali satolli di dieci o vent’anni fa. Credo sia la stessa ragione per cui ebbe successo “Perfetti sconosciuti”: perché, mentre gli altri facevano finta che la drammaturgia potesse restare quella di quando i telefoni si usavano per telefonare, era un film che diceva una cosa che qualunque spettatore anche distratto riconosceva come vera: la nostra vita è ormai tutta nei telefoni.
E quindi chiedo scusa al cinema italiano, che ha molti problemi ma non sono quelli che individua l’internet ogni volta che un film non incassa. Sono problemi che si risolvono facendo film ancora più brutti che contengano tutte le parole d’ordine che l’umanità è ormai abituata ad avere nelle proprie conversazioni.
Film noiosissimi in cui si possa specchiare un’umanità ereditariamente ricca, che vive al di sopra delle proprie possibilità coi soldi dei genitori e dà la colpa non al proprio battere la fiacca ma allo stato dell’economia mondiale.
Film per gente il cui problema è il cortisolo, o le intolleranze alimentari, o la perimenopausa. Film noiosi come le nostre vite e possibilmente diretti da una donna, così non ci permetteremo di dire che sono brutti per timore d’apparire sessisti.
Ti chiedo scusa, cinema italiano: mi sento come quelle che scappano con l’amante e poi si accorgono che il marito era meno peggio, anche se si rifiutava di far finta che una sfumatura di verde fosse diversa da un’altra.
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