Se non fosse morto il 25 novembre 2016, quasi dieci anni fa, ieri il Líder Máximo avrebbe compiuto cento anni. A nulla sono bastati i “638 tentativi” per assassinarlo attribuiti alla Cia dall’ex capo della sicurezza cubana Fabián Escalante: Fidel Castro è vissuto fino a 90 anni e ora riposa nel cimitero di Santa Ifigenia, a Santiago de Cuba, dentro una grande roccia di granito grigio sulla quale compare una sola parola: «Fidel».

Nessuna statua, nessun mausoleo monumentale. Per sua volontà, dopo la morte il suo nome non avrebbe dovuto essere dato a strade, piazze o edifici pubblici, né la sua figura trasformata in oggetto di culto. Niente, però, ha potuto bloccare il culto di un mito della lotta antimperialista e antiyankee, che poi, nel tempo, si è trasformato anche in un dittatore alla guida di un Paese senza libertà.
Sui muri dell’Avana, negli slogan della Revolución, nelle strade dissestate del Malecón,quasi vuote per la mancanza di carburante per il blocco energetico imposto da Trump, vive l’ombra di un uomo i cui ideali sono pressoché spariti.

Nell’ultimo decennio Cuba si è trasformata. È caduta in una crisi economica devastante, aggravata prima dal Covid, che ha fatto crollare il turismo, una delle principali fonti di valuta straniera dell’isola, e poi dall’inasprimento delle sanzioni americane.
Oggi gli alberghi sono vuoti, e la maggior parte dei grossi gruppi turistici è sparita in seguito al secondo ordine esecutivo Usa del maggio 2026 che punisce chi fa affari con il governo cubano e con la società Gaesa, il megaconglomerato economico controllato delle Forze armate rivoluzionarie.

Senza Fidel, il Paese è un blackout continuo, e da qualche mese gli apagones possono anche durare giornate intere. Mancano carburante, medicine e generi di prima necessità: è, senza dubbio, il momento più difficile da quando la Revolución ha preso il potere nel 1959. E anche se sono state approvate quasi duecento riforme per cambiare i connotati al modello economico, è ancora troppo presto per dire se Cuba sopravviverà.

La crisi è essenzialmente economica ed è subito diventata anche umanitaria, ma è anche una crisi di fede, per la perdita di una religione, quella in cui per decenni i cubani hanno creduto. Fidel ne era padre, capo, comandante, predicatore e interprete. Era tutto. I suoi discorsi duravano ore e ore ed erano capaci di consolare le anime: spiegava perché bisognava resistere, indicava un nemico, prometteva un futuro. E dava un senso al sacrificio.

«Anche se dicono che solitamente parliamo molto, non preoccupatevi. Faremo del nostro meglio per essere brevi» – dice Castro davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma il discorso dura quattro ore e ventinove minuti, per l’esattezza, e rimane l’intervento più lungo della storia di quell’assemblea.
E poi, dopo tanti di quei discorsi-fiume interminabili, nel 2001 il leader cubano si sente male proprio mentre parla alle telecamere. Nel 2006, a ottant’anni, lascia il potere in favore del fratello Raúl, che ancora oggi esercita una fortissima influenza sul regime.

Ma il suo messaggio più importante lo lancia il 16 ottobre 1953, da uomo non libero, per difendersi nel processo per l’assalto alla caserma Moncada di Santiago de Cuba del 26 luglio dello stesso anno.
Il giovane avvocato, allora, trasforma la propria autodifesa in un manifesto. La historia me absolverá, una vera e propria arringa difensiva di due ore, diventa il primo programma politico: terra ai contadini, diritto all’istruzione, casa, lavoro, industrializzazione e una diversa distribuzione della ricchezza. «Condannatemi, non importa. La storia mi assolverà».

Gli danno quindici anni, Fidel ne sconta meno di due. Nel 1955, il dittatore Batista gli concede l’amnistia; viene liberato e parte per il Messico. Lì conosce Ernesto Guevara con il quale, insieme a Raúl Castro e agli altri sognatori del Movimento 26 luglio, prepara il ritorno sull’isola. Nel novembre 1956 partono dal Messico in ottantadue, tutti stipati sul Granma. Lo sbarco è quasi un disastro: molti muoiono o vengono catturati, ma un piccolo gruppo riesce a raggiungere la Sierra Maestra. Poco più di due anni dopo, Batista fugge e i barbudos entrano vittoriosi all’Avana nel gennaio del 1959.

Da quella vittoria nasce un governo pieno di sogni di uguaglianza che alfabetizza il Paese, costruisce un sistema sanitario universale e riduce profonde disuguaglianze sociali, ma cancella il pluralismo politico, reprime il dissenso e costringe centinaia di migliaia di cubani all’esilio. Il progetto si sarebbe presto scontrato con gli Stati Uniti e con il capitalismo imperante intorno all’isola. La Cuba rivoluzionaria lega infatti, per sempre, il suo destino al bloqueo imposto dagli Usa: non sapremo mai che cosa sarebbe potuta diventare Cuba, come si sarebbe potuta sviluppare senza quella condanna che ha impedito sviluppo, crescita e, soprattutto, libertà.

Quando l’Urss crolla nel 1991, l’isola perde il suo principale sostegno economico. Comincia il Periodo especial: fame, blackout, biciclette al posto delle automobili, razionamenti. Fidel chiede ancora una volta ai cubani di resistere, e Cuba lo fa. La differenza più profonda tra quella crisi e quella attuale è forse nell’assenza di questo carismatico leader, perché allora c’era una voce capace di trasformare la privazione in sacrificio rivoluzionario e la sopravvivenza in una battaglia collettiva.

Oggi quella voce non c’è più e nel centenario della sua nascita, Cuba celebra un ragazzo nato a Birán il 13 agosto 1926, figlio di un ricco proprietario terriero e membro di un’élite di latifondisti. Un ragazzo che, negando le proprie origini, riesce a rovesciare una dittatura, a sfidare gli Stati Uniti, ad attraversare la Guerra fredda e a sopravvivere politicamente – e fisicamente – a generazioni di presidenti americani.
La Storia – soprattutto per i suoi sogni di uguaglianza e libertà, pur traditi dalle derive di un regime – potrebbe averlo già assolto.


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 Luisa Foti

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