20.21 – sabato 15 agosto 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
////
Il minimo non si negozia. Opposizione alla delibera della Giunta provinciale n. 1259 del 7 agosto 2026
«Carenza idrica ed uso irriguo consortile – Introduzione di un temporaneo regime di rimodulazione del deflusso minimo vitale (DMV)»
1. Si chiama “minimo vitale”. Sotto non c’è un margine: c’è la morte.
Il Deflusso Minimo Vitale non è un obiettivo di qualità, non è un auspicio, non è una media da bilanciare con altre esigenze. È la soglia sotto la quale un corso d’acqua cessa di funzionare come ecosistema. È un pavimento, non un tetto. Fissarlo scientificamente per legge e poi autorizzare amministrativamente a scendervi sotto non è una “rimodulazione”: è la dimostrazione che quel pavimento non è mai stato preso sul serio.
Con la deliberazione n. 1259 del 7 agosto 2026 la Giunta provinciale, per la seconda volta nel giro di quattro anni, ha deciso che, in Trentino, il minimo vitale è negoziabile. Lo ha deciso in sette giorni: richiesta della Federazione dei Consorzi irrigui il 31 luglio, parere della Fondazione Mach il 4 agosto, pareri delle strutture provinciali il 4 e 5 agosto, delibera il 7 agosto, approvata all’unanimità in un’adunanza durata un’ora.
È la stessa triste sequenza che denunciammo nel 2022 per la delibera n. 1334. Allora scrivemmo che non era un’emergenza, ma una nuova drammatica normalità. Quattro anni dopo, la normalità si è insediata e la risposta è identica: nessuna misura strutturale, nessun cambio di paradigma, solo un altro prelievo straordinario a carico dei fiumi. La macchina amministrativa, lenta su tutto, diventa fulminea quando c’è da prendere acqua ai torrenti.
2. Il problema giuridico: una delibera non può derogare a ciò che non le appartiene
Il DMV non è un parametro discrezionale della Giunta. Discende dal Piano Generale di Utilizzazione delle Acque Pubbliche (PGUAP), che ha valore di piano territoriale sovraordinato, ed è recepito nel Piano di Tutela delle Acque provinciale (d.G.P. n. 2320/2022 e aggiornamento 2022-2027), entrambi attuativi della Direttiva 2000/60/CE e del D.Lgs. 152/2006.
DI conseguenza:
● Né le Norme di attuazione del PGUAP, né l’art. 33 del d.P.P. 22-129/Leg. del 2008 – la norma sui provvedimenti per la gestione delle crisi idriche, espressamente richiamata dalla delibera – prevedono la facoltà di ridurre al ribasso i rilasci minimi garantiti dalle concessioni. Quell’articolo consente di limitare i prelievi, non di limitare i rilasci ambientali.
● La d.G.P. n. 977/2019 consente di graduare le modalità di attuazione dei rilasci. Graduare le modalità non significa abbassare la soglia. Questa delibera usa quel precedente per fare l’esatto contrario di ciò che quel precedente consente.
● Il Piano di Tutela delle Acque vigente non contempla questa fattispecie. Un piano approvato con procedura di valutazione ambientale strategica non può essere sostanzialmente modificato
da un atto di Giunta adottato in un’ora, senza istruttoria, senza partecipazione e senza valutazione.
Inoltre molti dei corpi idrici elencati nell’Allegato A attraversano o alimentano siti della Rete Natura 2000 e ospitano specie di interesse comunitario – trota marmorata (Salmo marmoratus), scazzone (Cottus gobio), temolo (Thymallus thymallus), gambero di fiume (Austropotamobius pallipes). La delibera non contiene una sola riga di Valutazione d’Incidenza, come altresì sarebbe d’obbligo per qualsiasi intervento che abbia effetti potenziali sulle aree naturali della Rete.
Da ultimo: il DMV è un istituto già superato. Il D.M. 30/2017 del Ministero dell’Ambiente e le linee guida europee CIS n. 31 impongono il passaggio allo strumento del Deflusso Ecologico (DE), che implica non più il rispetto di una portata minima calcolata su una formula idrologica, ma un regime di deflusso commisurato agli obiettivi ecologici del corpo idrico, alla sua stagionalità e alla sua variabilità naturale. Mentre l’Europa chiede di sostituire il DMV con un parametro più protettivo, il Trentino deroga a quello vecchio, che era già il minimo del minimo.
3. Il problema tecnico: cosa significa davvero 0,5 l/s per km²
La delibera consente di ridurre il rilascio fino a 0,5 litri al secondo per chilometro quadrato di bacino imbrifero (1 l/s·km² dove esistano pompaggi di soccorso), e – per le sorgenti – fino al 5% della portata istantanea.
Questi valori sono una frazione dei rilasci fissati dalle concessioni sulla base del PGUAP. E vanno letti sapendo che, in condizioni di magra marcata, il rilascio dall’opera di presa costituisce di fatto l’unica portata fluente a valle: non si riduce una quota di un flusso più ampio, si riduce tutto ciò che resta. La conseguenza non è un fiume più piccolo. È un fiume che smette di esistere per tratti.
Gli effetti sono noti. Sotto una soglia critica, una riduzione della portata può causare un vero e proprio collasso dell’habitat disponibile: il corso d’acqua si frammenta in pozze isolate, interrompendo gli spostamenti e isolando le popolazioni animali e vegetali che da esso dipendono.
Meno acqua significa inoltre maggiore escursione termica e meno ossigeno disciolto, mentre aumenta il fabbisogno metabolico dei pesci. Per trota fario, trota marmorata e salmerino lo stress fisiologico può comparire già oltre i 19-20 °C: pochi gradi in più possono trasformare una condizione critica in una moria generalizzata. A parità di carico inquinante (purtroppo spesso presente nei nostri fiumi come contaminazione diffusa), dimezzare la portata raddoppia inoltre le concentrazioni di scarichi, nutrienti e fitofarmaci, aumentando l’esposizione tossicologica.
Anche poche ore di asciutta possono compromettere comunità di macroinvertebrati sviluppate in decenni e danneggiare la zona iporreica, fondamentale per la vita del fiume e per il recupero degli ecosistemi. Se la riduzione è generalizzata, vengono meno anche i tratti-rifugio necessari alla ricolonizzazione.
4. Il problema del meccanismo: il controllato è il controllore
È qui che la delibera passa dall’errore tecnico alla resa istituzionale.
Autodichiarazione e autoesecuzione. Per i corpi idrici dell’Allegato A il Consorzio misura o stima la portata, valuta il fabbisogno, quantifica il nuovo rilascio, lo attua contestualmente e ne dà comunicazione. Nessuna autorizzazione preventiva. Nessun sopralluogo obbligatorio. Nessun soggetto terzo.
Autocontrollo. «Il Consorzio richiedente è tenuto a verificare costantemente che la predetta attuazione del nuovo rilascio non comporti evidenti problemi ambientali». È la stessa formula del 2022, e la nostra obiezione è la stessa: i Consorzi irrigui non dispongono – e non è loro compito disporre – delle competenze idrobiologiche e idrologiche per valutare in tempo reale la tenuta di un ecosistema
acquatico. È un limite oggettivo che le stesse strutture tecniche provinciali evidenziano, tra le quali APPA, che peraltro evidenzia come un monitoraggio capillare e continuativo sia incompatibile con l’organico disponibile.
Risultato: nessuno controlla. Si è costruito un sistema che si attiva solo dopo il danno irreversibile, e che chiama questa architettura “tutela”.
La prescrizione scomparsa. Il Servizio Faunistico aveva posto due condizioni: contattare l’associazione dei pescatori e prevenire la messa in secca, anche temporanea, di tratti d’alveo. La prima è finita nel dispositivo. La seconda no. Compare in premessa, come citazione, e sparisce dai punti 1) e 2), gli unici giuridicamente vincolanti. Il divieto di asciutta – cioè l’unica prescrizione che avrebbe reso il provvedimento difendibile – non è un obbligo per nessuno.
Il recupero della fauna ittica non è una mitigazione: è un certificato di morte anticipato. Prevedere che i pescatori vadano a raccogliere i pesci prima di ridurre il rilascio significa mettere per iscritto che si prevede la secca. Una confessione.
Il paradosso dell’istruttoria. Per i corpi idrici non inclusi nell’Allegato A – cioè quelli in stato peggiore, più fragili, più a rischio – è previsto un parere di APPA entro 3 giorni lavorativi. Ai corsi d’acqua più compromessi si riserva l’istruttoria più veloce.
L’errore concettuale dell’Allegato A. Lo stato “buono e stabile” di un corpo idrico nel sessennio 2020-2025 non è un credito da spendere: è la prova che il regime di deflusso attuale funziona. Trattarlo come “margine di sicurezza disponibile” significa scambiare un risultato per una riserva. Peraltro quella classificazione è costruita su dati pregressi, su condizioni idrologiche diverse da quelle dell’estate 2026: non dice assolutamente nulla sulla resilienza di quel tratto ad agosto, in condizioni che sono evidentemente straordinarie. E i dati provinciali sullo stesso sessennio segnalano un trend di peggioramento proprio per i corpi idrici già in sofferenza.
Zero trasparenza. Nessun tetto complessivo ai volumi sottratti. Nessun registro pubblico delle deroghe attivate. Nessuna sanzione. Nessuna decadenza. Nessun obbligo di pubblicazione delle relazioni consortili. Un provvedimento che incide su decine di corpi idrici pubblici e non lascia traccia verificabile.
5. Il grande assente: l’idroelettrico
C’è un’opzione che la delibera non menziona nemmeno una volta nel suo dispositivo, benché sia stata indicata come prioritaria dalla struttura tecnica ambientale della stessa Provincia: soddisfare i fabbisogni irrigui regolando i rilasci dai serbatoi idroelettrici, prima di toccare il minimo vitale dei torrenti.
È l’opzione conforme al principio di gerarchia e priorità degli usi, che colloca l’uso irriguo davanti a quello energetico. È l’opzione tecnicamente disponibile in una provincia disseminata di grandi invasi. Ed è l’opzione che è stata semplicemente ignorata.
Il conto è impietoso. Nel primo semestre 2026 la produzione idroelettrica trentina è calata del 37% e il principale operatore ha comunque chiuso il semestre con 100 milioni di euro di utile e 122 milioni di investimenti. Nello stesso periodo la Provincia si dichiara disponibile a rilasci straordinari dagli invasi del Chiese verso la Lombardia, a fronte di un indennizzo di 700.000 euro.
Tradotto: c’è acqua per gli accordi interregionali e per il mercato elettrico, non ce n’è per il minimo vitale dei torrenti. Il costo dell’estate 2026 non è stato ripartito fra gli usi: è stato scaricato interamente sull’unico soggetto che non ha voce in Giunta, il fiume.
6. La domanda non è un dato di natura: è una scelta politica
Si chiede all’ecosistema di cedere l’ultimo margine mentre:
● le reti disperdono il 31,4% dell’acqua immessa, con una dispersione pro-capite al giorno di circa 140 litri;
● permangono, per ammissione degli stessi tecnici del settore, situazioni di arretratezza tecnologica ingiustificabili, con impianti a scorrimento o a pioggia dove la microirrigazione consentirebbe di consumare una frazione dell’acqua;
● le superfici a monocoltura intensiva – melo, vite, fragola fuori suolo – continuano ad espandersi, e con esse la domanda idrica, in senso esattamente opposto alla disponibilità della risorsa. È una concezione di agricoltura del tutto insostenibile rispetto alle nuove sfide che i cambiamenti climatici ci pongono di fronte ad essere la vera responsabile di questa catastrofe: la politica che potrebbe, dovrebbe correggerne la direzione ha qua scelto per l’ennesima volta di turarsi il naso e fare finta di nulla, invece di proporre soluzioni sistemiche di lungo periodo.
La delibera chiede al Consorzio, su questo, una semplice dichiarazione di aver attivato tutti gli accorgimenti di risparmio. Non un audit, non una verifica, non una condizione di ammissibilità. Chi ha investito negli impianti a goccia e chi non ha fatto nulla accede allo stesso identico beneficio. È un premio all’inefficienza e un incentivo perverso a non adeguarsi: azzardo morale allo stato puro, pagato dai torrenti.
Va poi detto che il parere della Fondazione Mach è stato snaturato. La FEM ha espressamente avvertito che si tratta di elaborazioni semplificate, riferite a una situazione media, valide solo per un periodo di eccezionale siccità, che non tengono conto di pendenze, livello di falda e tipologie di terreno. Nella delibera quelle cautele evaporano e i numeri diventano parametri operativi cogenti applicati indistintamente a tutto il territorio provinciale. Un parere prudenziale è stato usato come lasciapassare.
Infine, la contraddizione interna. Con la deliberazione n. 1187/2022 la stessa Provincia ha ribadito la necessità di mantenere, per la trota fario, habitat caratterizzati da acque «limpide, fresche, bene ossigenate e con corrente sostenuta». Con la n. 1259/2026 autorizza esattamente il contrario. E la normativa provinciale sulla pesca colloca la tutela della fauna ittica in posizione prioritaria e prevalente rispetto alle produzioni agricole: un principio che questa delibera capovolge senza nemmeno discuterlo.
7. «Nessun allarme» e nuovi invasi: la risposta sbagliata alla domanda sbagliata
Mentre si firma la deroga, l’assessorato competente, dichiara che «non c’è allarme» e indica come strategia per il futuro la costruzione di nuovi bacini di accumulo. Entrambe le affermazioni vanno respinte.
Sul “nessun allarme”. Negli stessi giorni: il Leno in Vallagarina è praticamente in secca; la Fersina è andato in secca più volte; il lago di Erdemolo – dove non esiste alcun prelievo – ha perso circa 4 metri rispetto al livello di periodo; i vigili del fuoco effettuano rifornimenti idrici con autobotte ad un numero crescente di Comuni della nostra Provincia; le associazioni di pescatori stanno già recuperando fauna ittica in difficoltà. Il fatto che l’Adige sia ancora a livelli decenti non dice nulla sui torrenti minori: sono proprio i corsi d’acqua con piccolo bacino imbrifero – quelli su cui insistono le derivazioni consortili – a collassare per primi. Definire “preallerta” una situazione in cui si autorizza a scendere sotto il minimo vitale è una contraddizione in termini.
Sugli invasi. Il ragionamento proposto è idrologicamente capovolto. Il deficit che stiamo osservando non dimostra che mancano i serbatoi: dimostra che il bilancio idrico è in rosso. E un invaso non produce acqua: la intercetta, sottraendola al reticolo idrografico e al regime di deflusso naturale, nonché alla capacità dei corsi d’acqua di ricaricare le falde acquifere.
Le evidenze scientifiche vanno infatti in ben altra direzione:
● I bacini artificiali, per quanto di piccole dimensioni, generano un cronico deficit di sedimenti, con incisione degli alvei ed interruzione della connettività verticale che abbassa le falde freatiche: esattamente il fenomeno che si pretende di combattere;
● gli invasi evaporano: in media non meno di 10.000 m³/anno per ogni ettaro di specchio d’acqua, quantità destinata a crescere con le temperature. Si costruisce un serbatoio per perdere acqua nell’atmosfera proprio nei mesi in cui serve;
● nei bacini piccoli e artificializzati l’acqua si riscalda, sviluppa condizioni anossiche, fioriture algali e cianotossine, compromettendo quasi qualsiasi utilizzo successivo;
● il miglior serbatoio è la falda, e costa meno: la ricarica controllata si aggira intorno a 1,5 €/m³ di capacità di infiltrazione annua, contro i 5-6 €/m³ di volume invasabile di un invaso. Consuma meno suolo, è più facile individuare siti idonei, e produce benefici multipli invece che monofunzionali.
Quanto al «nessun retropensiero» sull’innevamento artificiale: nella stessa intervista si afferma che i bacini «servono anche per produrre neve». Non serve infatti alcun retropensiero, basta leggere. Che l’acqua tolta al deflusso vitale dei torrenti in agosto venga accumulata per la neve programmata a dicembre non è retropensiero, ma l’espressione di un pensiero che fallisce nel rispondere alla drammatica realtà del periodo che stiamo vivendo.
8. La via esiste
Non chiediamo solo di non fare. Chiediamo di fare, finalmente, le cose che si sanno da vent’anni e che nessuna delibera d’urgenza potrà mai sostituire. Il punto non è avere più acqua: è far sì che le precipitazioni, sempre meno frequenti e più concentrate, permangano più a lungo sul territorio invece di scorrere via a valle in poche ore.
1. Ricarica controllata delle falde. Il Trentino ricava l’85,7% della propria acqua da sorgenti sotterranee e l’11,3% da pozzi: è un territorio che vive di falda. Eppure non esiste un piano provinciale di ricarica controllata degli acquiferi. Falde più alte significano: sorgenti che non si esauriscono, portate di magra sostenute per rilascio lento nel reticolo, habitat umidi alimentati, prevenzione della subsidenza. È il singolo investimento con il rapporto costi-benefici migliore disponibile, ed è quello di cui non si parla mai.
2. Riconnessione delle zone umide. Dal 1970 le aree umide europee si sono contratte del 50%. Sono le spugne del paesaggio: trattengono, filtrano, laminano le piene e rilasciano nella stagione secca. Ogni torbiera drenata, ogni lanca interrata, ogni prato umido bonificato è capacità di accumulo naturale distrutta gratuitamente. Serve un programma provinciale di ripristino e riconnessione idraulica delle zone umide residue, con vincolo assoluto di non ulteriore riduzione.
3. Riqualificazione fluviale. Decanalizzazione, recupero delle incisioni d’alveo subite nei decenni scorsi, riconnessione delle pianure alluvionali, ricostituzione di fasce boscate riparie continue, ripristino del reticolo idraulico minuto e delle siepi interpoderali, de-impermeabilizzazione delle aree urbane e dei piazzali. Un fiume riconnesso alla sua piana alluvionale immagazzina volumi d’acqua che nessun invaso replica, li restituisce lentamente in magra, ombreggia l’alveo abbassandone la temperatura – proprio il parametro che oggi sta uccidendo i salmonidi trentini – e riduce contemporaneamente il rischio idraulico. È l’unica infrastruttura che risponde insieme ai due estremi del clima che ci attende: siccità e alluvioni.
4. Sostanza organica nei suoli agricoli. In Italia l’80% dei suoli ha un tenore di carbonio organico inferiore al 2% e il 28% del territorio presenta segni di desertificazione; nell’UE il 70% dei suoli è degradato. Un suolo povero di carbonio non trattiene l’acqua: la lascia scorrere via. Un incremento dell’1% di sostanza organica può garantire fino a 300 m³/ha di accumulo idrico nel suolo, direttamente disponibile per le colture. Su decine di migliaia di ettari di frutteti e vigneti trentini questo è un volume che nessun bacino artificiale eguaglia, a costo infinitamente inferiore e senza consumare un metro quadro di alveo. Inerbimenti permanenti, cover crops, apporti di ammendanti, riduzione delle lavorazioni: sono le misure del Green Deal europeo, della strategia Biodiversità 2030 e di Farm to Fork. Vanno rese condizione per l’accesso ai contributi provinciali, non lasciate alla buona volontà.
5. Riuso delle acque reflue depurate. Secondo il JRC circa il 47% della domanda irrigua italiana potrebbe essere soddisfatta con acque reflue affinate, mentre oggi il riuso diretto in agricoltura si aggira
intorno al 4%. Il Regolamento UE 741/2020 fornisce il quadro. Prima di togliere l’ultima acqua a un torrente, si chieda perché l’acqua già depurata finisce in fiume invece che in un frutteto.
6. Ripensare cosa si coltiva e dove. L’agricoltura è il maggiore utilizzatore idrico – in Italia circa il 54% dei consumi totali. Continuare ad ampliare le superfici a monocoltura idroesigente su versanti e aree marginali, e poi chiedere deroghe al minimo vitale per irrigarle, è un modello che si autoalimenta e che condanna il territorio a una crisi cronica. Le colture vanno scelte in funzione dell’acqua disponibile, non l’acqua strappata ai fiumi in funzione delle colture piantate.
Il contesto ecologico in cui tutto questo si colloca è quello che non viene mai nominato: nell’UE oltre l’80% degli habitat è in cattivo stato di conservazione; negli ultimi dieci anni il 71% delle popolazioni di pesci e il 60% degli anfibi ha mostrato declino. In questo quadro, ogni ulteriore prelievo dai corsi d’acqua non è una misura di sostegno all’economia: è un prelievo sul capitale naturale residuo, cioè sulla base stessa di quell’economia.
9. Cosa chiediamo
1. Revoca immediata della delibera n. 1259 del 7 agosto 2026.
2. In via subordinata e cautelare, sospensione immediata degli effetti e riesame che preveda:
○ divieto assoluto di riduzione dei rilasci nei corpi idrici che ospitano specie e habitat di interesse comunitario e in tutti i corsi d’acqua interni o funzionalmente connessi a siti Natura 2000, previa Valutazione d’Incidenza;
○ attivazione prioritaria e obbligatoria della leva idroelettrica – regolazione dei rilasci dai serbatoi – come condizione di ammissibilità di qualsiasi riduzione del DMV;
○ reinserimento nel dispositivo, con valore cogente e sanzionabile, del divieto di messa in secca anche temporanea di tratti d’alveo;
○ soglie oggettive di sospensione automatica della deroga, misurate in continuo da soggetto pubblico terzo: portata, tirante, temperatura, ossigeno disciolto.
3. Sanzioni effettive, fino alla decadenza della concessione, in caso di asciutta o moria nel tratto sotteso. Un obbligo senza sanzione non è un obbligo.
4. Superamento del DMV verso il Deflusso Ecologico ai sensi del D.M. 30/2017 e delle linee guida CIS n. 31, entro il prossimo aggiornamento del Piano di Tutela delle Acque, e revisione delle concessioni irrigue che operano ancora in regime transitorio con rilasci inferiori ai parametri del PGUAP.
5. Piano provinciale di gestione della siccità con gerarchia degli usi definita ex ante, coerente con le linee guida del Distretto delle Alpi Orientali, che non contemplano la riduzione dei rilasci fra le misure di risposta all’emergenza.
6. Piano provinciale di ricarica controllata delle falde acquifere, con individuazione dei siti, target volumetrici e finanziamento dedicato, in luogo di nuovi sbarramenti lungo i corsi d’acqua naturali.
7. Moratoria su nuovi invasi in alveo e su ogni nuovo bacino destinato, anche parzialmente, all’innevamento artificiale, in attesa di una valutazione comparativa pubblica e trasparente dei costi-benefici rispetto alle alternative di ricarica di falda e riqualificazione.
8. Programma provinciale di riqualificazione fluviale e di ripristino delle zone umide, con obiettivi quantificati di chilometri di corsi d’acqua riconnessi alla piana alluvionale, di fasce riparie ricostituite e di superfici umide ripristinate, e con divieto di ulteriore riduzione delle
zone umide residue.
9. Condizionalità sulla sostanza organica: accesso ai contributi provinciali all’agricoltura e all’irrigazione subordinato ad impegni verificabili di incremento del carbonio organico nei suoli (inerbimento permanente, colture di copertura, ammendamento, riduzione delle lavorazioni).
10. Piano provinciale per il riuso irriguo delle acque reflue depurate, in attuazione del Regolamento UE 741/2020, con obiettivi progressivi e priorità ai comprensori oggi soggetti a deroga.
11. Criteri di sostenibilità idrica nella pianificazione agricola: nessun ampliamento di superfici a colture idroesigenti in comprensori strutturalmente deficitari, e revisione del Piano irriguo provinciale in coerenza con la disponibilità idrica reale, non con quella auspicata.
10. Non è un’emergenza. È una scelta. E ne rispondiamo tutti.
Ogni estate torna lo stesso copione: si dichiara l’eccezionalità, si invoca l’urgenza, si prende l’acqua ai fiumi, si rinvia tutto il resto. Ma un evento che si ripete ogni anno non è un’eccezione: è il clima. E gestire il clima con provvedimenti d’urgenza reiterati non è una politica: è l’assenza di una politica, ripetuta finché il territorio non ne paga il conto definitivo.
I torrenti trentini non hanno rappresentanza in Giunta, non scrivono note protocollate, non hanno personalità giuridica. Hanno soltanto una soglia scritta in un piano, che porta scritto sopra la parola minimo e la parola vitale. Quella soglia è stata calcolata perché sotto di essa qualcosa muore.
Il 7 agosto 2026 la Giunta provinciale ha deciso, all’unanimità e in un’ora, che si può andare sotto.
Noi diciamo no. Nessuna deroga al minimo vitale.
Ci riserviamo di agire in ogni sede – amministrativa, giurisdizionale ed europea – per la tutela dei corsi d’acqua trentini, e ci uniamo alle associazioni di pescatori e a tutti i soggetti che hanno già annunciato azioni legali in caso di asciutte o morie.
Le acque del Trentino sono un bene comune. Non sono una riserva da saccheggiare.
*
Acque Trentine – Comitato Permanente di Difesa delle Acque del Trentino
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
admin
Source link













