Ottant’anni appena compiuti, correndo al Valentino, e (quasi) altrettanti libri, tra saggi soprattutto sul piemontese e sui piemontesi, poesie, curatele, racconti, antologie – fra cui Le Parole di legno, con Mario Chiesa, considerata la più importante e innovativa sulla poesia dialettale in Italia, due volumi da Mondadori nel 1984. Ma Giovanni Tesio, cui proprio in questi giorni Interlinea, diventato da tempo un suo editore di riferimento, pubblica una raccolta di testi inediti in edizioni limitata dall’eloquente titolo Vita mia, è un cultore da sempre dell’understatement, unito a una sottile, bonaria ironia; e anche in questo caso non fa eccezione. Per esempio sulla sua poesia, che sembra definire in un compimento di Vita mia con quella che non è una presa di distanza: «Dormono le parole dentro i libri».
Tu (e in questo caso, conoscendoci da una vita, violeremo la regola secondo cui nelle interviste si dà del lei, suonerebbe un po’ artefatto), senti di essere riuscito a risvegliarle?
«Mi sono sempre riscaldato ai versi altrui, ai versi che guardano alla vita. Fare poesie almeno per me è come risvegliare le parole in sonno, lavorando col mio dialetto materno, la voce della mia prima lingua – io del resto penso in piemontese. Ci sono nato e cresciuto, e al di là del sentimento, coltivo la sua necessaria marginalità. Sono sempre stato consapevole che la mia è una condizione di marginalità e proprio per questo di accoglienza».
Il dialetto è ancora vivo, al di là dei cultori studiosi?
«Le lingue si modificano in continuazione, e se anche i singoli dialetti moriranno – sarà comunque non domani, sarà lunga – si rimescoleranno con la lingua che diverrà dominante. Vale anche per l’inglese in rapporto con l’italiano. Per me la morte di una parlata non è la fine di qualcosa, ma l’inizio di qualcos’altro (del resto, lo diceva già Marshall McLuhan). Prendiamo il piemontese di un poeta come Pinin Pacot: ha una corporalità che si associa a una capacità enorme di squisitezza. Sono un piemontesista, e non mi pare riduttivo».
Che rapporto c’è tra il poeta e lo studioso?
«Bè, diciamo che i poeti veri sono altra cosa. Però la poesia mi ha subito appassionato, fin da bambino, il maestro a Pancalieri mi correggeva la metrica. Poi ho pensato, col prevalere dello studioso, che dovessi concentrarmi su questo lavoro, e infine all’improvviso sono ripartito con le poesie nel mio dialetto, che mi hanno accompagnato fin qui».
Da ragazzo di campagna a docente universitario e oltre, una strada lunga e non facile, immagino.
«Mi sono laureato in quella che allora era la facoltà di magistero con Ettore Bonora e per cinque anni ho fatto il maestro elementare, con grande entusiasmo. Ho capito come si insegna, come si crea un rapporto con gli allievi. Poi i corsi di recupero per la licenza media dedicati ai lavoratori della cosiddette 150 ore, e mi andava benissimo perché le lezioni si facevano di sera e di giorno potevo studiare. È finita che ho prodotto moltissimo in termini di “titoli” accademici, e ho vinto il concorso per la cattedra all’Università del Piemonte orientale senza passare per i gradi intermedi».
Una grande conquista?
«No, qualcosa che accade nella vita. Non ambivo particolarmente a diventare professore universitario, mi piacevano gli studi in sé, e poi il giornalismo culturale, la critica letteraria per esempio su Tuttolibri. È accaduto. Sono stato molto fortunato».
Senza padrini?
«Senza. La mia casa era il Centro studi piemontesi di Torino, e lì mi hanno sempre sostenuto. Parlo di padre Giuliano Gasca Queirazza, il direttore del comitato scientifico e grande glottologo, o di professori come Renzo Gandolfo e Riccardo Massano. Mi spingevano a provarci. E la soluzione è maturata a poco a poco, senza che io l’abbia davvero perseguita».
Qual è il destino di uno studioso felice?
«Di fare la tua parte e restare, magari, nella dimenticanza. Basta non presumere di te; è una lezione che mi viene da Primo Levi. “Age rem tuam”, come diceva Franco Antonicelli. Fai quello che sai».
E fai quel che devi. A Primo Levi hai dedicato un fondamentale libro intervista.
«Sì, per me è stato importante. Non dico che fossi suo amico, ma abbiamo lavorato insieme».
Il lavoro ben fatto. Questo è anche molto piemontese. Ma ci saranno pure altre passioni, forse non predominanti…
«Mica si possono dire così».
Per carità, niente pettegolezzi.
«Allora lo sport, sia come mite tifoso che apprezza oltre alla Juventus anche le altre squadre, per esempio il Toro di Pulici e Sala, sia come calciatore. Ho giocato nel Pancalieri, che è la squadra del mio paese, fino ai quarant’anni. E poi correre, l’altra mattina, ero a Pancalieri da mio fratello, e mi sono fatto con una bella andatura la strada fino a Polonghera. E due anni fa il Cammino di Santiago. Mi è sembrato normale. Il segreto è non smettere mai».
Siamo di nuovo al lavoro ben fatto?
«Certamente. Se non smetti, e per il resto va tutto bene, ti ritrovi con un piccolo capitale».
La cosa che ti diverte di più?
«Devo proprio dirlo? Scrivere sonetti erotici. Da non pubblicare».
Il libro cui sei più legato?
«Il viaggio ai margini, uscito l’anno scorso per Carabba. Rappresenta, diciamo così, il mio patrimonio più remoto. E poi i racconti di vita contadina Gli zoccoli nell’erba pesante, del 2018 per Lindau».
Col ricordo della tua vita in campagna. Non priva di durezze…
«Sì, persi i genitori molto presto, dopo le elementari mi ritrovai seminarista per tre anni, ma convinto, non per studiare gratis. E infine operaio ragazzino in una macello di polli. Non ti dico. Mi ha salvato mio fratello Piero, che ha capito la situazione, e mi ha aiutato a tornare agli studi. È stato per me decisivo. Dato che avevo perso un anno, optai per le magistrali, che duravano un anno di meno».
Tutto calcolato con rigore contadino. Anche gli exploit letterari delle figlie?
«Sono molto brave, Enrica e Silvia, e ne sono molto orgoglioso. Scrivono entrambe, con ottimi risultati, ma non le ho mai spinte su questa strada. Credo di aver insegnato loro che vivevano in un ambiente dove papà “studiava”. Ma nessuna pressione in alcuna direzione. Ricordo che una volta lessi una mia recensione a Enrica bambina: disse di non aver capito niente, ma di aver sentito una musica».
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Mario Baudino
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