«La plastica soffoca il mare, i pregiudizi le persone». Da questa analogia nasce il lavoro artistico di Paolo Valerio. Reti e materiali abbandonati diventano opere sulla fragilità degli ecosistemi e sulle identità che la società considera «fuori posto». A settembre questa ricerca approda al Maschio Angioino con Voce dell’Amore, la collettiva curata da Francesca Grisanti e Pasquale Lettieri dedicata ai passaggi dell’amore, dalla seduzione alla separazione. Nelle Antisale dei Baroni saranno esposte opere di Cocteau, Modigliani, Picasso, ORLAN e altri artisti. Valerio è medico e psicoterapeuta psicoanalitico. Professore onorario di Psicologia clinica alla Federico II, ha dedicato la carriera al benessere delle persone transgender e di chi vive identità di genere lontane dalle aspettative sociali.


Professore, è diventato artista dopo l’università o lo era già?
«Non c’è stato un momento preciso. È stato un passaggio lento, maturato nel tempo. Per molti anni ho creato in una dimensione privata. Non pensavo a ciò che realizzavo come a opere d’arte: erano strumenti di riflessione e di cambiamento».

Come è diventata pubblica questa ricerca?
«Ricordo con gratitudine l’incontro con Alessandra Pacelli e Raffaella Mariniello. Nei miei lavori riconobbero un linguaggio e una poetica. Furono loro a suggerirmi di realizzare una mostra».

Che cosa è cambiato allora?
«La materia del mio lavoro era la stessa. È cambiato il modo in cui veniva vista».

Come vive il tempo dopo la fine dell’insegnamento?
«Il tempo è diventato un tempo scelto: per molti anni è stato scandito da lezioni, incarichi istituzionali, scadenze che lasciavano poco spazio all’imprevisto. Un tempo fertile, ma spesso governato dall’urgenza. A volte avevo la sensazione che fosse il tempo ad abitare me, più che il contrario. Nel libro di Tiziana Liccardo, Il frammento che diventa forma, ho ritrovato l’idea che la trasformazione richieda un tempo capace di sostare accanto a ciò che è ancora incompiuto. Così ho smesso di correre dentro il tempo degli altri e ho iniziato finalmente ad abitare il mio».


Perché sceglie materiali abbandonati?
«La formazione psicoanalitica mi ha insegnato a prestare attenzione a ciò che rimane ai margini. Quei materiali conservano tracce di vita, e il frammento può diventare l’inizio di un nuovo racconto».

Come nasce una sua opera?
«Quasi sempre incontro un materiale. Il processo creativo comincia sulla spiaggia, nei mercatini dell’usato o nei luoghi in cui gli oggetti sembrano aver concluso il loro percorso».

Cosa vede negli oggetti restituiti dal mare?
«La materia conserva tracce e trasformazioni. Siccome l’atto creativo è un dialogo, accompagno una possibilità già presente e lascio che il materiale mantenga la memoria del proprio percorso».


La bottega dell’immaginario di Paolo Valerio

 

Lei parla di “ecosculture”. Che cosa significa?
«Le ecosculture sono forme nate dagli scarti che il mare restituisce. Trasformano ciò che è considerato fuori posto in una presenza capace di rivelare i processi di rimozione e di restituire dignità alla materia abbandonata».

Cosa ha portato nell’arte dagli studi sull’identità di genere?
«Molta sofferenza nasce dallo sguardo sociale che giudica, normalizza o rende invisibili le differenze. Nell’arte continuo questa stessa indagine: metto in discussione ciò che viene presentato come naturale e immutabile. Le mie ecosculture diventano allora luoghi in cui le identità non conformi trovano voce e presenza, sottraendosi alle narrazioni che le vorrebbero marginali o patologizzate».

È questo il senso delle sue Gabbie di genere?
«Le Gabbie di genere sono la forma visibile delle aspettative che imprigionano i corpi: norme, ruoli, gerarchie che decidono chi può essere cosa. Nelle mie ecosculture queste strutture non sono mai solide: sono incrinate, attraversate, già in trasformazione. La gabbia mostra la violenza del dispositivo normativo, ma allo stesso tempo la sua fragilità. È un luogo di cattura e, insieme, di fuga. La materia scartata che la compone — reti, plastiche, nasse, Barbie, Ken — porta già in sé la storia dell’esclusione e la possibilità di una rinascita queer».


Perché utilizza Barbie, Ken e altri giocattoli?
«Sono icone che trasmettono modelli di genere e ideali di normalità. Quando li colloco in contesti inattesi, soprattutto dentro le mie ecosculture, perdono il loro significato abituale e diventano corpi vulnerabili, scarti simbolici che iniziano a porre domande sulle norme che ci plasmano e ci condizionano».

Quale ruolo ha il mare nella sua poetica?
«Lo considero una sorta di coautore. Compie il primo gesto: consuma e restituisce. Io intervengo dopo, cercando di far emergere immagini e significati».

C’è una performance che riassume questo legame?
«Dopo una mareggiata, una vasca vicino al Lido Lo Scoglio era invasa da bottiglie, polistirolo e altri rifiuti. Mi immersi lasciando emergere soltanto la testa. Volevo rendere visibile un soffocamento che riguarda gli ecosistemi marini e le nostre coscienze, quando vengono sommerse dall’indifferenza».


Come nasce Naturaleza Muerta Calabresa, premiata alla Biennale di Armenia, in Colombia?
«Dal ritrovamento del carapace di una tartaruga marina su una spiaggia calabrese. Quell’immagine racchiudeva bellezza e perdita. L’opera interroga il modo in cui abitiamo il pianeta».


Nelle sue opere la bonifica ambientale diventa anche una bonifica dello sguardo?
«Plastica e pregiudizi deformano ciò che incontrano: la prima inquina gli ecosistemi, i secondi lo sguardo e le relazioni, producendo esclusione. Nelle mie opere mostro che l’arte queer può diventare un luogo di bonifica, uno spazio in cui liberare le relazioni da ciò che le soffoca».

A settembre il suo lavoro arriva al Maschio Angioino per una mostra dedicata all’amore. Che rapporto c’è, nella sua ricerca, tra amore, corpi e trasformazioni?
«L’amore è sempre un movimento, qualcosa che attraversa i corpi e li cambia. Le ecosculture nascono proprio da questo gesto di trasformazione, dal prendere ciò che è scarto e restituirgli presenza. Anche le identità funzionano così: si modellano, si incrinano, si aprono. L’amore, per me, è la forza che permette ai corpi di uscire dalle gabbie dei ruoli di genere, degli stereotipi e dei pregiudizi, e di trovare forme nuove di relazione».


Che cosa resta del professore nell’artista?
«Resta lo stesso impulso: interrogare ciò che appare ovvio e dare forma a ciò che è rimosso. È cambiato il linguaggio, non la postura. Nell’arte continuo a cercare varchi, a mettere in crisi le gabbie dello sguardo e a generare nuove possibilità di percezione. La clinica mi ha insegnato che i corpi e le identità si trasformano: nelle ecosculture questa trasformazione diventa materia visibile».


Vuoi raccontarci la tua storia? Scrivi al Diversity Editor (clicca qui).


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Pasquale Quaranta

Source link

Di