La vedo salire sulla U8, le sue lentiggini dicono Gen Z, così come i ricci biondo fragola con un taglio da mamma in Ritorno al futuro e le cinture con le borchie che portavo io durante i primi anni del liceo, malconsigliata dalle dive della Disney in crisi postpuberale che scoprivano all’improvviso di essere cattive. Ma c’è un dettaglio nell’abbigliamento di questa ragazza salita sulla metro di Berlino che la rende incommensurabilmente lontana dai riferimenti nostalgici che potrei avere io: io non indosserei mai una sciarpa della Lazio. E non si capisce bene neanche perché debba farlo lei, se non per assecondare quella che mi sembra l’unica novità nello street-wear berlinese di questa estate del 2025, in cui provo noia solo a guardare l’ennesima banda di ragazzini con i jeans larghi e a vita bassa e le magliette che lasciano intravedere i loro toraci efebici da martirio dei primi cristiani.
La macchina del tempo si è inceppata, sono quasi vent’anni che ricicliamo ogni stile del passato, tra recuperi vintage e modesti tentativi di rivisitazione, ma adesso qualsiasi negozio dell’usato assiste alla progressiva scomparsa di capi, estetiche e pezzi degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, e persino dell’acetato anni Ottanta e del grunge denim dei Novanta. La nostalgia del tempo ha quasi raggiunto il nostro tempo, costringendoci a fare la spola tra rastrelliere di vestiti Y2K che ci sembravano già orribili negli anni Duemila, figuriamoci ora che vengono riproposti senza una delle caratteristiche principali dell’adolescenza dell’epoca: la scoperta, appunto, di poter essere cattive, tra Thirteen di Catherine Hardwick e le foto del cast durante la promozione delle Vergini Suicide di Sofia Coppola, con quella malizia narcolettica che sapeva di veleno quanto di lucidalabbra alla fragola. (Senza una disposizione d’animo infetta, queste ragazzine non mi fanno alcuna impressione).
L’adozione delle sciarpe delle squadre di calcio e delle magliette dei giocatori nell’abbigliamento esibito per strada non è una novità di per sé. Durante l’arco temporale andato dagli Stone Roses agli Oasis fino ai cascami meno ispirati della Cool Britannia, c’è stata un’esposizione massiccia dalle magliette sportive legate alle squadre di calcio e alle loro tifoserie, in un caleidoscopio di righine Adidas, loghi della Kappa e di Sergio Tacchini, sponsor della birra, tendenzialmente nelle variazioni albioniche del rosso, del bianco e del blu. Ma il rimando diretto era agli hooligan che usavano quei marchi italiani a basso costo influenzandosi a vicenda per dare l’impressione di avere uno stile, un’impertinenza che aveva ancora solidi legami identitari con il calcio e veniva plasmata dai tifosi cresciuti nei quartieri popolari. Le magliette delle squadre del passato che vediamo appiccicate agli adolescenti Gen Alpha e ai ventenni Gen Z, invece, hanno diluito questo legame, o forse non ce l’hanno mai avuto: una maglietta di Kakà ai tempi del Milan intravista lungo il Landwehrkanal non dice niente sui decenni il calcio aveva ancora un tifo concreto e una ritualità sociale. Nei paesi europei, è diventata l’equivalente di un cappellino dei Lakers o dei Golden State Warriors per chi non ha mai visto una partita di NBA: la maglietta di Kakà, o di Beckenbauer, oggi è identica ai cappellini colorati con il logo degli Yankees che tutte si riportano indietro da New York senza neanche sapere come si fa quello sport con la palla. Se questa separazione tra simbolo e pratica è già avvenuta per diversi sport di importazione dagli Stati Uniti, senza grandi dilemmi e curiosità, la sciarpa della Lazio addosso alla ragazza sulla U8 può assumere un valore o diventare un fatto degno di essere raccontato solo per una persona appartenente alla mia generazione cresciuta con un’idea abbastanza coerente di cosa fossero la Serie A, la Premier League e la Bundesliga.
E tuttavia so bene quando questa coerenza tra il tempo vissuto e il calcio giocato si sia smarrita: durante gli Europei di Calcio in Germania nel 2024. La squadra italiana, sul piano scenografico, sembrava una squadra della periferia brianzola negli anni Ottanta: tagli di capelli non identificabili, nessuna tendenza in particolare, fisici magrolini da terza fila tra i banchi di scuola, un’omogeneità indifferente ai mutamenti della storia e ai cicli migratori, a differenza di quanto accaduto nelle squadre spagnole o tedesche (oltre a mettere in campo uno stile di gioco passatista, ingessato, irrilevante). In confronto, i capelli a mezza altezza con il mezzo chignon da samurai o la fascetta elastica per contenere i ciuffi dei vari Nesta e Totti della mia adolescenza sembravano usciti dalle passerelle di Balenciaga, così come i loro guizzi calcistici. L’Italia dunque come una squadra impossibile da amare, legata a una maglietta che nessuno desidera indossare.
Non è sempre così, ovviamente: il figlio del mio compagno ha dodici anni, gioca a calcio, si sta formando attraverso le prestazioni dei calciatori e le loro biografie, ha curiosità verso i campioni del passato; classifiche, risultati e sconfitte fanno parte della sua vita e delle sue proiezioni fantastiche. Non sta crescendo nell’epoca dei calciatori-bandiera, ma quando io e il padre giriamo per le città straniere, compriamo sempre una maglietta che possa rappresentare anche qualcosa di locale, che sia in Turchia o in Marocco. In questi casi si tratta spesso di magliette piratate, fatte di una sostanza acrilica che sembra concepita apposta per trasformare il sudore dei ragazzini in una sostanza tossica, in quel carosello di macchie nere sui calzini e di nuvole acetate che però riflettono ancora la gioia dell’agonismo, del tifo, della partita. Queste magliette contraffatte, di materiali poco nobili, dicono ancora qualcosa sul calcio, parlano di uno sport che viene ancora seguito. La maglietta originale, invece, sta diventando buona per il mercato secondario di lusso.
A Berlino trovarle di acrilico e con le scritte che vengono via a pezzi è meno facile del previsto, perché il mercato è costituito da magliette originali del passato, che si trovano soprattutto nei negozi dell’usato. E così, passando in rassegna le rastrelliere piene di gonne asimmetriche, cinture con le borchie e top trasparenti con le fantasie jacquard distintive del Y2K, ci ritroviamo davanti magliette costosissime della nazionale tedesca, di vecchie glorie come Cruyff o persino apparizioni italiane come Torricelli, su cui gli altri clienti mettono mano solo per i colori, perché intuiscono una patina del passato – il calcio in sé per loro deve essere un relitto – e perché spesso sono magliette oversize che stanno bene sui corpi minuti e con i bermuda giganti fatti di denim. Sono maglie da passerella, fuori budget, scorporate da qualsiasi idea di divisa: il crescente disinteresse verso il calcio mi sembra proporzionale alla sua proliferazione nello street-wear, alla possibilità che una sciarpa della Lazio venga scelta in ragione della sua scala di celesti, che si abbinano bene ai ricci biondo fragola della ragazza a cui la vedo addosso, e chissà, magari è anche per quell’aquila che svetta sulle due estremità dell’indumento: potrebbe ricordare il logo di una vecchia marca di birra, o anche rappresentare un simbolo stilizzato di forze neo-conservatrici che tanto sembrano sedurre alcuni pezzi della generazione di cui la ragazza fa parte.
La scorsa estate, sono andata al MAXXI di Roma ho visitato una mostra intitolata Stadi. Architettura e Mito. Tra tutti i manufatti in esposizione, quello che ho preferito era la foto di un gruppo di ragazze tifose allo stadio, con le magliette senza loghi, qualche sciarpa.
Guardandole ho sentito un rigurgito pasoliniano irriconoscibile e moralista in me, qualcosa contro cui ho combattuto per quasi tutta la mia vita nel campo delle idee: l’impressione che ci fosse un romanticismo pieno e autentico quasi solo nell’esperienza vissuta, nella creazione di una mitologia popolare dal basso, in cui la loro adolescenza, la loro femminilità, la loro gioia era più bella e degna di essere ammirata perché ci credevano. Ci credevano sul serio. La mia idea della moda non ha mai avuto niente a che fare con la fede e l’onestà, altrimenti non avrei considerato l’apporto di Vivienne Westwood al punk e alla creazione di una boy band come i Sex Pistols una delle rivoluzioni più incisive nella storia della controcultura, anche se disciplinata in parte dal mercato. Non so cosa dica in fondo questa mia perplessità dinanzi una serie di divise senza contenuto, alla trasformazione del calcio in una pratica senza troppi affetti, ma sospetto che abbia a che fare con una trasformazione personale di cui devo prendere ancora le misure: dopo anni passati a vivere e a languire nella nostalgia delle epoche che non ho vissuto, adesso che i vestiti delle adolescenti somigliano a quelli dei miei sedici anni dei miei vent’anni, sono costretta a rendermi conto che il tempo mi ha raggiunto e la mia nostalgia, banalmente, si è fatta altro. È difficile rendersi conto di quando il proprio desiderio si è completato e si è mutato semplicemente in storia.
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Claudia Durastanti
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