PALERMO. Un milione e quattrocentomila. È questo il numero di beni culturali che l’Italia sta ancora cercando, un immenso museo invisibile censito nei server del Nucleo di tutela del patrimonio artistico, il reparto speciale dei carabinieri istituito nel 1969. In cima a questa lista nera, la ricercata numero uno ha un nome preciso: Natività con i santi Lorenzo e Francesco, il grande dipinto di Caravaggio strappato nel 1969 all’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovato. Un vuoto che è il simbolo di una piaga globale.
Un business planetario
Il mercato nero dell’arte e dei beni archeologici è oggi la quarta economia criminale del pianeta dopo droga, armi e tratta di esseri umani, capace di muovere un giro d’affari transnazionale stimato dall’Interpol in oltre sei miliardi di dollari l’anno. Il furto di Palermo è il capostipite di una lunga scia di ferite inferte al patrimonio pubblico, un mistero irrisolto, alimentato dalle confessioni dei pentiti di mafia che hanno parlato di un’opera passata di mano in mano, forse sotterrata, forse distrutta.
LA SCHEDA
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Un allarme rilanciato dal colpo clamoroso messo a segno al museo Mume di Messina, dove i ladri sono riusciti a sottrarre quattro capolavori di Antonello. Una dinamica paradossale, con una sirena scattata che sarebbe stata ignorata dai custodi in servizio, e che ha riaperto l’eterno dibattito sul livello di sofisticazione delle organizzazioni criminali dedite a questi reati.
“Uomini d’oro” o soliti ignoti?
Spesso si immagina una pianificazione impeccabile da parte di superprofessionisti, ma la realtà investigativa restituisce un quadro molto diverso. «Ogni furto ha una storia a sé – commenta il colonnello Paolo Befera, comandante del Reparto operativo del Nucleo di tutela del patrimonio artistico – e a volte colpi che sembrano fatti da grandi professionisti in realtà sono stati messi a segno da dilettanti allo sbaraglio». Gruppi improvvisati che agiscono sulla base di una vulnerabilità momentanea o sfruttando le indicazioni di un basista interno capace di indicare la via d’accesso più rapida.
Ne sa qualcosa la Fondazione Magnani Rocca di Parma, dove una banda ha sfondato le recinzioni portando via tele di Cézanne, Renoir e Matisse. Il colpo, compiuto nel marzo scorso in appena tre minuti, si è concluso con un successo investigativo: i carabinieri hanno arrestato i responsabili, una banda organizzata di cittadini moldavi, recuperando le tre tele intatte nello sgabuzzino di un appartamento in città.
Dinamica parzialmente simile a quella del Museo di Castelvecchio a Verona, nel 2015, quando tre uomini armati sottrassero diciassette dipinti di Tintoretto e Mantegna, per un valore di quindici milioni di euro. In quel caso fu decisiva la complicità di una guardia giurata infedele, che aveva venduto alla banda i turni dei colleghi e i punti ciechi delle telecamere. Dietro il furto scaligero si nascondeva la regia di una complessa rete criminale moldava e italiana che intendeva piazzare le opere sul mercato dell’Est europeo. L’indagine si è chiusa con la condanna definitiva dei componenti della banda a pene fino a sette anni di reclusione e con il totale recupero dei capolavori, rintracciati l’anno successivo nei boschi della regione di Odessa, in Ucraina.
LA DINAMICA DELLA RAPINA
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Ci sono poi i furti che colpiscono l’identità spirituale delle comunità, come il rapimento del Bambinello dell’Aracoeli nel febbraio del 1994. I ladri scalarono i ponteggi dei restauri esterni della basilica romana, beffando i sensori e facendo sparire la statua quattrocentesca scolpita nel legno d’ulivo del Getsemani. Nonostante i numerosi canali di indagine attivati nel collezionismo privato e le ripetute segnalazioni, la scultura originale non è mai stata ritrovata e la devozione popolare si affida oggi a una copia fedele.
I cacciatori di opere scomparse
La macchina investigativa dei carabinieri è divisa tra una struttura centrale a Roma – con l’ufficio Comando e il Reparto operativo – e un’articolazione territoriale formata da due gruppi (Roma e Monza), sedici nuclei e una sezione distaccata a Siracusa. Tre gli ambiti principali: l’archeologia, l’antiquariato e l’arte contemporanea. Solo nell’ultimo anno, i rapporti operativi del Nucleo registrano il recupero di oltre 84.000 beni culturali e il sequestro di quasi tremila falsi che, se immessi sul mercato come autentici, avrebbero fruttato alla criminalità oltre 310 milioni di euro.
Tra i settori più complessi affrontati dall’Arma c’è il mercato nero dell’archeologia. «Al contrario di quello dell’antiquariato, qui cerchi qualcosa di cui non conosci l’esistenza, frutto in gran parte di scavi abusivi», spiega Befera. È una caccia all’invisibile che si snoda lungo una filiera criminale rigida. Si parte dal tombarolo, la manovalanza; si passa al mediatore locale che raccoglie e nasconde i reperti, fino ad arrivare ai grandi trafficanti internazionali. Nei loro caveau all’estero custodiscono archivi fotografici della merce depredata e trattano direttamente con faccendieri o direttori compiacenti di musei all’estero. I pezzi migliori non finiscono nei salotti dei privati, ma nelle teche di grandi gallerie nel mondo. Per ripulire la provenienza di un cratere greco o di una statua romana, sfruttano i vuoti e le stratificazioni del diritto internazionale.
La legge e i sotterfugi
La trincea giuridica si gioca su una data: il 1909. La legge, nota come Rava-Rosadi, introdusse per la prima volta in Italia il principio della proprietà statale per tutto ciò che affiora dal sottosuolo. Il privato può detenere legalmente un reperto archeologico solo se dimostra con prove documentali che il pezzo è stato scavato o ereditato prima dell’entrata in vigore di quella norma. Per aggirare il blocco, l’organizzazione criminale fabbrica false expertise che retrodatano le collezioni o certificano che l’oggetto proviene da scavi in Paesi esteri privi di leggi di tutela. Dietro queste operazioni si muove spesso la figura del committente finale, un collezionista facoltoso o un intermediario spregiudicato, disposti a finanziare intere campagne di scavo clandestino pur di impossessarsi di pezzi unici mai censiti prima.
LA STORIA
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A quel punto, la palla passa agli specialisti dell’Arma. «Tutta l’investigazione si basa sul dimostrare che quel bene è stato acquisito illegalmente», chiarisce Befera. È l’inizio di una battaglia giudiziaria che si sviluppa di pari passo con quella diplomatica, dove la prova scientifica e l’analisi della tracciabilità fotografica sono le armi per costringere i governi stranieri alla restituzione.
Gli investigatori digitali
Oggi l’avamposto di questa sfida si è spostato nello spazio digitale. Attraverso la sezione chiamata cyber investigation e il sistema software avanzato Swoads (sigla che sta per Stolen works of art detection system), i carabinieri combinano il riconoscimento delle immagini e la ricerca semantica per monitorare quotidianamente piattaforme di e-commerce, aste online e le reti cifrate del dark web. Dietro ogni frammento recuperato o tela sequestrata non c’è solo un successo di polizia, ma il recupero della memoria storica del Paese.
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LAURA ANELLO
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