Molti nuovi progetti coinvolgono lo spadaccino mascherato. Un archetipo cui si sono ispirate diverse altre icone, come Batman. La sua anarchia, legata però al rispetto per i più deboli, ne fanno un eroe di altri tempi. E perciò immortale

In effetti il presidente argentino Javier Milei ha fornito una interpretazione un filino estrema. Circa un anno fa, per festeggiare l’anniversario della Borsa di Buenos Aires, ha tessuto un entusiastico elogio del suo personaggio preferito, Zorro. «È un anarcocapitalista, è un anarchico del mercato ed è ovviamente demonizzato, ma è un vero eroe», ha dichiarato con enfasi. «Zorro non difendeva solo la proprietà privata, ma anche il benessere dei cittadini e combatteva contro il capitan Monasterio che riscuoteva le tasse. Un personaggio favoloso». Una lettura estrema, si diceva, ma non troppo lontana dal vero. Zorro è, in effetti, un avventuriero anarcoide, che si batte contro l’autorità, l’esercito e in generale i rappresentanti corrotti del potere dominante nel Pueblo de Los Ángeles, nella California di fine Settecento-inizio Ottocento, ancora dominata dagli spagnoli.

Un giustiziere sicuramente populista nel senso più nobile della parola: prende le parti del popolo vessato, dei lavoratori e dei contadini oppressi da funzionari pubblici corrotti e ladri. E sì, è anche uno strenuo oppositore del fisco troppo esoso, al punto da assaltare i convogli degli esattori delle tasse, sottrarre l’oro e il denaro che hanno strappato alla popolazione e restituirlo a chi l’ha guadagnato con il sudore della fronte. Del resto il suo creatore, lo statunitense Johnston McCulley (1883-1958), lo immaginò come una sorta di Robin Hood ispanico-americano, un nobile che non esattamente ruba ai ricchi per dare ai poveri. Per essere precisi, infatti, Zorro ruba a chi si arricchisce in modo parassitario e rende a chi ha faticato per stare al mondo.

McCulley si ispirò ovviamente anche alla Primula Rossa, ma seppe inserire nelle sue storie atmosfere e temi tipici della letteratura popolare pulp. Non a caso divenne famoso con il romanzo a puntate La maledizione di Capistrano del 1919, pubblicato proprio sulla rivista pulp All-Story Weekly. Fu lì che lo spadaccino mascherato apparve per la prima volta, con un successo immediato: già nel 1920 fu girato il film Il segno di Zorro e, da allora, il personaggio cominciò a esistere anche al di fuori della pagina, nell’immaginario e nei sogni di adulti e soprattutto ragazzi di tutto il mondo.

Il tempo, va detto, ha un po’ appannato il fascino del giustiziere in nero, noto come la Volpe. Ma bisogna riconoscere che, senza di lui ,la gran parte dei supereroi probabilmente non esisterebbe. In particolare non è difficile rintracciare in Batman (la cui prima avventura risale al 1939, dunque vent’anni dopo la nascita di Zorro) alcuni tratti caratteristici dell’avventuriero spagnolo. Entrambi, per dire, sono molto ricchi e vengono da famiglie importanti. A differenza di Bruce Wayne, don Diego de la Vega è un nobile, ma tutti e due vivono in grandi case in cui si avverte il respiro degli anni e zeppe di luoghi segreti, e per tutti e due la nobiltà è prima di tutto spirituale. Sono cavalieri (anche se Batman non ha un cavallo ma una potente auto o una moto) e si comportano come tali: difendono i più deboli. La connessione fra Zorro e Batman viene addirittura esplicitata dai creatori dell’Uomo pipistrello. Quando i genitori di Bruce Wayne vengono assassinati stanno uscendo da un cinema, dove hanno appunto visto un film di Zorro.

Una più recente connessione fra le due figure è incarnata da Sean Gordon Murphy, fumettista americano che ha scritto anni fa Batman: cavaliere bianco, una delle più interessanti saghe del pipistrello. Assieme a Simon Cough, Murphy ha ripreso in mano il personaggio di Zorro e ne ha cavato un romanzo grafico di grande forza: Zorro, man of the dead, pubblicato in Italia da Sergio Bonelli editore. Di nuovo, l’ombra di Batman si staglia su tutta l’opera. In questo caso, Diego de la Vega è un giovane messicano dei nostri giorni, fissato con il mito di Zorro e con qualche problema di adattamento al mondo reale, anche in virtù del trauma terribile subito da bambino: come al piccolo Bruce Wayne, gli hanno ucciso il padre davanti agli occhi. Non è stato però un semplice criminale, ma un narcotrafficante a capo del cartello che domina la zona. Il nuovo Zorro è dunque un avversario dei narcos, con atteggiamenti da stralunato Don Chisciotte disfunzionale. Una rilettura suggestiva che risulta molto meno politicamente corretta di quanto le premesse potessero far temere.

Forse è perfino più interessante di Django/Zorro, strano fumetto firmato da Quentin Tarantino e da Matt Wagner, fumettista di grande classe. Ancora inedito in Italia, sembra che il regista lo abbia vissuto come un divertimento… interessato. In buona sostanza è stato una sorta di apripista per la realizzazione di un film. Una pellicola di cui Tarantino parla da almeno dieci anni e che, secondo qualcuno, potrebbe vedere presto la luce, ma che non sarà scritta né diretta dal maestro di Pulp Fiction. Risulta a Variety che a scrivere la sceneggiatura sarà Brian Helgeland (un mostro sacro, dunque un bel segnale) e che Antonio Banderas potrebbe tornare a interpretare don Diego dopo il film che lo ha visto protagonista nel 1998. Quanto a Jamie Foxx, volto di Django, non si sa se sarà effettivamente coinvolto. Nel 2014, parlando del fumetto, Tarantino sembrava entusiasta all’idea di avvicinare i due personaggi: «L’idea mi è piaciuta molto», ha detto. «Una delle cose che mi è sempre piaciuta di più è stata quella di prendere il più famoso eroe western messicano di fantasia e di metterlo insieme a uno dei più famosi eroi western neri». In realtà, come abbiamo visto, Zorro non è messicano, ma passi.

«Entrambi si oppongono all’oppressione», ebbe a dire Wagner, rafforzando il ragionamento tarantiniano. «L’approccio di Django è un po’ più personale, un po’ più letale. Django è ambientato nell’epoca della Guerra civile americana, mentre Zorro raggiunge l’apice della sua carriera nel 1815, quindi ho pensato che forse avremmo potuto avere una nuova incarnazione. Ma Quentin ha bocciato l’idea, dicendo: “No, deve essere vecchio. Deve essere il tuo Zorro”, e questo mi ha convinto subito. Quentin ha fatto notare che, dopo anni e anni passati a impersonare il damerino Don Diego de la Vega, in un certo senso è diventato quel personaggio. È diventato schizzinoso e invecchiato, e gli piacciono i tramezzini al cetriolo…».

Pensandoci su, Django e Zorro potrebbero funzionare meglio al cinema che in un comic book. Ma la mano di Tarantino dietro la cinepresa farebbe la differenza, segnerebbe probabilmente il discrimine tra un risultato sorprendente e un fallimento totale. Una pellicola del genere con un regista diverso non è semplice da immaginare. Ma chi lo sa: dopo tutto, Zorro ha avuto tanti volti, tante sfumature e tante incarnazioni diverse. A dargli corpo e volto, negli anni, hanno provveduto Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon e, appunto, Antonio Banderas. E per quanto riguarda le sue storie, persino una venerata maestra come Isabel Allende ne ha scritta una versione di notevole successo, anche se prevedibilmente gravata da qualche cliché buonista. L’autrice di Eva Luna scrisse il romanzo su commissione ma sulle prime – da brava snob – pensò di rifiutare. Poi, però, si mise ad approfondire il personaggio. «È stata una scoperta totalmente inattesa», raccontò in seguito. «Mi sono divertita tanto a scrivere questo libro. Non è stato per nulla stressante. Il mio agente era inorridito. Tutti lo erano. Perché facevo una cosa del genere? Per la stessa ragione per cui avrei indossato la maschera e il costume di Zorro e preso lezioni di scherma».

In fin dei conti, però, la versione di Zorro più interessante e forse più aderente all’originale rimane quella di Javier Milei. Lui ama l’eroe libertario che non rinnega le sue nobili origini, che è populista ma anche aristocratico, ribelle ma fedele a valori eterni e tradizionali. Tutti gli altri, specie in tempi recenti (compresi gli autori della serie tv quasi comica francese del 2024, con il bravo Jean Dujardin), ne hanno fatto o una mezza macchietta o una specie di rivoluzionario socialistoide e terzomondista. Volevano un Che Guevara nei panni di Zorro, e hanno tradito entrambe le icone. Tutto pur di non presentare Diego de la Vega per quello che è: un eroe di altri tempi, un cavaliere antico, e per questo eterno.


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 Francesco Borgonovo

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