Ci sono conferenze stampa che servono a presentare un acquisto, altre che servono a spiegare una formazione. E poi ci sono quelle in cui, prima ancora di parlare di calcio giocato, emerge la necessità di raccontare cosa significa essere Crotone.
«Prima di parlare di mercato, devo parlare del Crotone»
Raffaele Vrenna ha scelto di partire da qui. Prima del mercato, prima dei nomi e delle trattative, il direttore generale rossoblù ha voluto mettere sul tavolo una questione che evidentemente sente come personale: il rapporto tra la società, la città e una storia costruita in oltre trent’anni. «Il Crotone è stata sempre una società che ci ha messo la faccia in silenzio, è andata sempre avanti e non si è mai lamentata», ha detto Vrenna. Una società che, secondo il direttore generale, ha cercato anche di svolgere un ruolo che va oltre il semplice risultato sportivo: essere una realtà radicata nel territorio e sostenere il territorio stesso.
È il filo conduttore di tutta la sua lunga premessa.
«Il Crotone nel bene e nel male c’è sempre stato»
Vrenna non nasconde le difficoltà degli ultimi anni. Anzi, rivendica proprio il fatto che la società abbia scelto di affrontarle pubblicamente. Il riferimento è alla conferenza stampa del presidente Gianni Vrenna, quando la famiglia decise di spiegare alla città la situazione che stava attraversando il club. «In un momento di difficoltà ci ha messo la faccia», ha sottolineato il direttore generale, contrapponendo questa scelta a quella di altre realtà del calcio italiano che, a suo giudizio, avrebbero preferito «vendere fumo».
Il concetto che ritorna più volte è uno: la continuità. Il Crotone, sostiene Vrenna, ha attraversato momenti di grande difficoltà senza scomparire. Ha ceduto giocatori importanti, ha utilizzato le plusvalenze per sostenere la società, ha ridotto il monte ingaggi e ha cercato di mantenere in piedi una struttura che, nelle intenzioni della proprietà, deve continuare a rappresentare la città.
«Il Crotone nel bene e nel male c’è sempre stato». Una frase che, più di molte altre, sintetizza il senso dell’intervento.
Da Messias a Budimir: «Il Crotone si è sostenuto con le cessioni»
Vrenna non vuole fare l’elenco dei giocatori passati da Crotone. Ma qualche nome lo fa. Messias, Simy, Mandragora, Budimir, Gomez e tanti altri. Il ragionamento è semplice: il Crotone ha costruito parte della propria sostenibilità anche attraverso la capacità di scoprire, valorizzare e poi cedere calciatori. Non come un supermercato del calcio, precisa Vrenna, ma come una società che ha dovuto utilizzare quelle operazioni per mantenere in vita il progetto.
«Il Crotone si è sostenuto con le cessioni di questi giocatori. Sostenuto significa che non ci ha guadagnato: si è sostenuto». Ed è proprio qui che il direttore generale rivendica il lavoro fatto dalla famiglia Vrenna. Non chiede medaglie. Anzi, sostiene di non averne mai volute. Ma chiede che almeno non venga cancellata la storia.
«Il Crotone è un patrimonio della città»
È forse il passaggio più politico, nel senso più ampio del termine, della conferenza. «Il Crotone è un patrimonio non della famiglia Vrenna, ma soprattutto della città». Vrenna parla dei ragazzi incontrati sul lungomare, nei bar, per strada. Ragazzi che, racconta, hanno ancora gli occhi che si illuminano quando parlano del Crotone. E contrappone questa passione a quella che definisce una componente disfattista, spesso molto rumorosa sui social.
Il suo bersaglio non sono i tifosi che criticano. La critica, nel calcio, è inevitabile. Il problema, secondo Vrenna, è quando la critica diventa disfattismo, soprattutto da parte di chi non vive quotidianamente la città e non frequenta lo stadio. E qui arriva il passaggio sugli abbonamenti.
Vrenna contesta la lettura secondo cui il Crotone avrebbe aumentato i prezzi in maniera spropositata, ricordando che per anni la società ha mantenuto prezzi estremamente bassi.
Il messaggio ai tifosi è chiaro: il Crotone ha bisogno del suo popolo, ma anche il suo popolo deve preservare il Crotone.
«La Serie C è un lusso»
Poi il discorso si allarga e diventa una critica al sistema. Secondo Vrenna, il calcio italiano vive una contraddizione profonda: i grandi campionati producono ricavi enormi, mentre le categorie inferiori devono sopravvivere con risorse insufficienti.
Il direttore generale mette a confronto la Serie C con le realtà estere, sottolineando come in Inghilterra, Germania e Spagna esistano sistemi di distribuzione e di ricavi molto più strutturati.
In Italia, invece, le risorse devono essere distribuite lungo tutta la piramide del calcio e alla fine, sostiene Vrenna, alle categorie inferiori rimane troppo poco. E il problema diventa ancora più evidente nel Girone C.
«Nel girone C se spendi 800 mila euro non arrivi nemmeno ultimo». Il riferimento è ai costi delle trasferte, enormemente superiori rispetto a quelli che devono sostenere molte società del Nord. Salerno, Bari, Benevento, Castellammare, Avellino, Catania: centinaia di chilometri che significano pullman, alberghi, logistica, costi per società e tifosi.
Una Serie C che non parte dalle stesse condizioni economiche.
La rivoluzione deve partire dal basso
Nella parte finale del confronto emerge anche una proposta. La rivoluzione del calcio italiano, secondo Vrenna, non può arrivare soltanto dall’alto.
«Deve partire dalle società piccole, in Serie C».
Sessanta società che, messe insieme, potrebbero avere un peso diverso nelle decisioni del calcio italiano. È un tema che si intreccia con un’altra grande preoccupazione: il futuro dei settori giovanili.
Vrenna critica un sistema nel quale si introducono regole sull’utilizzo dei giovani senza mettere necessariamente le società nelle condizioni di costruire strutture e vivai adeguati. Il paradosso è evidente: si chiede alle società di produrre giovani, ma spesso non si investe abbastanza nelle strutture che dovrebbero formarli.
Eppure, sostiene Vrenna, i talenti in Italia ci sono. Il problema è dare loro spazio.
«A 10 anni un ragazzino sembra già un campione»
Il direttore generale punta il dito anche contro un’altra deformazione del calcio italiano: l’eccessiva pressione sui ragazzi. Contratti, fotografie, annunci sui social, aspettative enormi. A dieci anni, osserva Vrenna, un ragazzino rischia già di essere considerato un campione prima ancora di avere completato il proprio percorso di crescita. E questo, secondo lui, è l’opposto di ciò che servirebbe.
Servono umiltà, lavoro, pazienza. E soprattutto la capacità di valorizzare chi arriva dal basso. È la filosofia che Vrenna dice di voler applicare anche al nuovo Crotone: giovani affamati, giocatori da valorizzare e una squadra costruita prima di tutto sull’identità.
«Io vivo il Crotone»
Ma la parte più personale della conferenza arriva quando Vrenna parla di se stesso. Dodici anni nel calcio, dice, senza aver mai voluto mettersi medaglie sul petto. Rivendica le salvezze in Serie A, le promozioni, le scelte di mercato, i giocatori scoperti e valorizzati. Rivendica soprattutto il fatto di essere rimasto quando sarebbe stato più semplice andare via.
«Sono andato via quando le mie idee non erano congruenti con quelle della società e sono tornato perché a me vedere il Crotone in quello stato erano pugnalate al cuore».
Non è una frase da direttore generale. È la frase di qualcuno che vuole raccontarsi prima di tutto come tifoso e uomo della città. E forse è proprio questo il cuore della conferenza.
Il Crotone può essere criticato, può essere contestato, può essere giudicato per i risultati. Ma, secondo Vrenna, non può essere trattato come una realtà qualsiasi. Perché dietro quella maglia c’è una storia. C’è una famiglia che l’ha accompagnata dai dilettanti alla Serie A.
Ci sono generazioni di tifosi. Ci sono ragazzi che ancora oggi si emozionano davanti ai colori rossoblù. E c’è una società che, tra errori, successi, retrocessioni e momenti difficili, continua a essere lì.
«Il Crotone è questo», dice Vrenna. E la sua richiesta alla città, al di là delle polemiche, sembra essere soprattutto una: non distruggere ciò che appartiene a tutti.
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Raffaele Arcuri
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