Wall Street torna a vendere: Walmart e Treasury riaccendono i timori
Wall Street chiude nettamente in rosso: Dow Jones -1,32% a 52.759 punti, S&P 500 -0,87% a 7.641 e Nasdaq Composite -1% a 26.067.
Il deterioramento è stato piuttosto diffuso e nasce dall’incrocio di tre fattori: dubbi sulla tenuta del consumatore americano, nuovo rialzo dei rendimenti obbligazionari e petrolio ancora in crescita.
Il primo campanello d’allarme arriva da Walmart, che perde oltre il 9%, cancellando più di 80 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Le vendite comparabili sono cresciute soltanto del 2,6% contro il +3,8% atteso, il ritmo più debole degli ultimi sei anni. Particolarmente interessante è il rallentamento del traffico nei negozi, sceso al +1,5% dal +3% del trimestre precedente.
Il problema è che Walmart rappresenta quasi un termometro del consumatore americano.
Se persino il leader del low cost, che normalmente beneficia del trade-down quando le famiglie diventano più prudenti, comincia a vedere una maggiore attenzione alla spesa, il mercato inevitabilmente si domanda quanto ancora possa reggere il consumo USA.
Non sorprende quindi la debolezza di Amazon, Home Depot, American Express e dell’intero comparto consumer.
Consumer Staples e Healthcare perdono entrambi circa l’1,9%, mentre il Consumer Discretionary cede l’1,8%.
La “Bessent put” dura appena un giorno
Ma il vero problema rimane il mercato obbligazionario.
Ieri il Tesoro aveva prodotto una violenta inversione dei Treasury annunciando il raddoppio dei buyback sui titoli con scadenza 10-30 anni, da 2 ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.
Scott Bessent oggi ha addirittura lasciato intendere che il Tesoro potrebbe fare ancora di più.
Eppure i bond vigilantes sono tornati immediatamente.
Il Treasury decennale è risalito intorno al 4,70%, mentre il trentennale è tornato sopra il 5,2%, nuovamente vicino al massimo del 5,34% raggiunto martedì.
Questo è il passaggio fondamentale.
Il mercato sembra aver capito che i buyback possono modificare temporaneamente la domanda di Treasury, ma non eliminano le ragioni per cui gli investitori chiedono rendimenti più elevati.
E quelle ragioni rimangono:
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debito federale ormai sopra 40.000 miliardi di dollari;
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deficit pubblico molto elevato;
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inflazione ancora nettamente superiore al target Fed;
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gigantesco fabbisogno di emissioni del Tesoro;
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emissioni corporate legate agli investimenti nell’AI che competono per lo stesso capitale;
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petrolio nuovamente in rialzo;
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rischio geopolitico in Medio Oriente;
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prospettiva di una Fed che potrebbe addirittura rialzare nuovamente i tassi.
Il Tesoro può quindi intervenire sulla quantità di duration disponibile, ma non può cancellare il premio per il rischio fiscale e inflazionistico richiesto dal mercato.
4 miliardi sono tanti? In realtà no
Qui bisogna mettere i numeri nella giusta prospettiva.
Il mercato dei Treasury vale circa 32.000 miliardi di dollari. Raddoppiare un singolo buyback da 2 a 4 miliardi ha quindi soprattutto un valore segnaletico, più che quantitativo.
Ed è probabilmente proprio per questo che la reazione iniziale è stata così forte: non erano i 4 miliardi in sé a interessare Wall Street, ma il messaggio implicito:
“Il Tesoro considera questi rendimenti troppo elevati ed è disposto a intervenire”.
Il problema nasce quando il mercato risponde:
“Va bene, ma quanto siete disposti a spendere?”
Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Il mercato sta testando Bessent
Questo rende molto interessante il livello raggiunto dal trentennale.
Martedì 5,337%.
Mercoledì intervento del Tesoro e brusca discesa dei rendimenti.
Giovedì ritorno oltre 5,2%.
Il mercato potrebbe quindi voler ritestare 5,30-5,34% per capire se esiste davvero una soglia di intervento del Tesoro.
Se il rendimento tornasse su quei livelli e Bessent aumentasse nuovamente i buyback, comincerebbe a emergere qualcosa di molto simile a una “Bessent put” sul mercato obbligazionario.
Ma attenzione: sarebbe una situazione potenzialmente problematica.
Tesoro e Fed rischiano di tirare in direzioni opposte
Questo è probabilmente l’aspetto macro più interessante dell’intera vicenda.
Dai verbali della Fed pubblicati ieri abbiamo scoperto che tre membri avevano già votato per un rialzo di 25 punti base a luglio e molti altri ritengono che un ulteriore tightening possa diventare necessario se l’inflazione non rallenta.
Oggi Alberto Musalem ha ribadito l’indipendenza della Fed e Reuters osserva che un intervento del Tesoro capace di abbassare stabilmente i rendimenti potrebbe allentare le condizioni finanziarie proprio mentre la Fed cerca di contenerle.
Il paradosso sarebbe notevole:
Bessent compra Treasury → scendono i rendimenti → si allentano le condizioni finanziarie → aumenta il rischio inflazionistico → la Fed deve diventare più hawkish.
Il Tesoro cercherebbe quindi di abbassare il tratto lungo della curva mentre la Fed potrebbe essere costretta ad aumentare quello breve.
Non a caso Reuters Breakingviews ha paragonato la situazione a una sorta di nuova Operation Twist, sottolineando però quanto ridotte siano le dimensioni attuali dell’intervento rispetto agli episodi storici.
E poi c’è il petrolio
A complicare ulteriormente il quadro arriva il nuovo rialzo del greggio.
Il settore Energy è stato infatti uno dei pochissimi comparti positivi dell’S&P 500, mentre compagnie aeree e crocieristiche sono finite sotto pressione.
Questo crea un circuito particolarmente scomodo:
petrolio ↑ → inflazione attesa ↑ → Treasury ↓ → rendimenti ↑ → multipli azionari ↓.
E contemporaneamente:
benzina ↑ → reddito disponibile reale delle famiglie ↓ → consumi ↓.
Walmart e Treasury stanno quindi raccontando due facce dello stesso problema: l’economia americana potrebbe trovarsi con un consumatore che rallenta proprio mentre l’inflazione impedisce ai tassi di scendere.
È la combinazione che Wall Street teme maggiormente.
Il rischio per Wall Street è cambiato
Fino a qualche mese fa la narrativa dominante era: economia forte + AI + utili in crescita.
Adesso si sta insinuando qualcosa di diverso:
crescita meno brillante + inflazione persistente + petrolio elevato + rendimenti lunghi sopra il 5%.
Non siamo automaticamente davanti alla stagflazione, ma il mix sta diventando progressivamente più stagflazionistico.
Ed è significativo che il mercato non sia riuscito a mantenere il rally successivo all’intervento di Bessent.
A questo punto è da tenere soprattutto sotto osservazione il Treasury trentennale a 5,30-5,34%.
Se il mercato tornasse ad attaccare quella fascia, avremmo probabilmente il vero test della volontà dell’amministrazione Trump di contrastare i bond vigilantes.
E se anche un secondo intervento più aggressivo producesse soltanto una discesa temporanea dei rendimenti, il messaggio diventerebbe decisamente più serio: non sarebbe più il Tesoro a dettare il prezzo del denaro a lungo termine, ma il mercato a chiedere a Washington una correzione fiscale che i buyback, da soli, non possono sostituire.
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