Ho sempre pensato, scritto, che da Finisterrae si dovesse per forza tonare indietro. L’ho premesso anche all’inizio di questo cammino, ormai concluso, ho citato le legioni romane. Ho parlato di una ruota che è costretta a tornare sempre su sé stessa. Non è così. in questo cammino, ho scoperto un’altra verità: dal cammino si può anche non tornare. Si può andare avanti. In un certo senso questo si sapeva già, molti dei pellegrini medievali non facevano ritorno a “casa”. Si innamoravano, trovavano un lavoro migliore o forse semplicemente decidevano di restare. La serata a Finisterre è fresca, formica dorme sul molo e con lei i suoi abitanti.
Decido che per me non è ancora arrivato il momento di abbandonare questa giornata. Il locale aperto più vicino allo spot in cui abbiamo parcheggiato si chiama “Il Galeone”. Una sorta di pub ristorante a tema marinaro. Mi siedo e subito mi rendo conto di essere circondato da un gruppo di giovanissimi italiani. Attaccare discorso a quest’ora della notte è abbastanza semplice, l’albarino e qualche 1906 hanno fatto il loro dovere. Scopro presto che sono italiani che vivono qui. Non farò il loro nome perché non ha nessuna importanza. Negli ultimi cinque anni hanno percorso il cammino di Santiago e hanno deciso di fermarsi qui. Fanno lavori saltuari, camerieri stagionali, per lo più. Loro chiedono a me ed io a loro. Mi raccontano di come Finisterre sia cambiata. Non ci sono più pescatori del luogo. Tutti i “vecchi” non escono più in mare, hanno aperto airbnb e locali, sulle barche ci sono solo immigrati. Loro, stanno bene, c’è una piccola comunità di italiani alla fine del cammino, si ritrovano a tarda serata, bevono qualcosa prima di andare a dormire. A casa tornano poco, sono a duemila chilometri, nel buco del culo del mond. Dagli sguardi capisco che come sempre sono nati amori, amicizie. Li saluto felice e loro mi abbracciano, curiosi di leggere i miei articoli. Rimanere a Finisterre: una chimera, una rinascita dove non c’è più niente. Costa da Morte.
Il mattino seguente ripartiamo per Camarinas, altro luogo dell’anima, un piccolo porto che ancora ricorda la marea blanca, i volontari che assieme a Nunca Mais, l’associazione nata proprio nei primi anni duemila, vennero qui a ripulire la costa del petrolio fuoriuscito dalla “Prestige”. Marea bianca, tute bianche contro la marea negra, petrolio, greggio, morte nella costa della morte. “2002/2022 Marea blanca” Vent’anni ricordati in una foto che domina il porto. Areina Branca è la spiaggia dove facciamo un bagno ghiacciato e meraviglioso, un tratto di sabbia chiarissima lungo un tratto di costa vergine e incontaminato. Batte il cuore per il freddo e per il panorama. Il molo del paese è il luogo dove dormiamo, come anni fa, tra gabbiani urlanti, pescherecci, nasse e stupenda puzza di pesce. Ripartiamo per la Coruña, la città delle finestre a graticcio, del riazor, della droga che arriva in Galizia per invadere Europa in ogni angolo. Città che sembra Genova, ci entri con una sorta di sopraelevata, inaccessibile nel casco viejo, impossibile parcheggiare.
L’idea è quella di stare qui due giorni. Il primo per visitare l’acquario, con le sue foche. Il secondo per vedere l’eclissi. L’area camper, unica in città, costa sessanta euro al giorno. Una follia per stare in un parcheggio assolato sul porto. Scopriamo presto che ha posto solo l’undici per cui dopo un breve consulto famigliare decidiamo di ripartire, dopo solo un giorno per tornare a Llanes, nelle Asturie, a veder l’eclissi. Tutto diventa caotico, agitato. Dopo quindici giorni di sole, sin dal mattino del dodici il cielo si annuvola, percorriamo circa quattrocento chilometri che segnano anche l’inizio del vero rientro verso casa tra pioggia, nebbia e nuvole. I posti del cammino scorrono sui cartelloni delle uscite autostradali in un attimo che brucia il cammino stesso: Santiago, Sobrado, Mondonedo, Ribadeo… passo sul ponte dell’autostrada che ho percorso in bici e il brivido mi prende alla schiena. Come è possibile andare via così velocemente? Rientrare nella modernità in un attimo. Confronto il tempo del cammino con il tempo del ritono ed è una sconfitta. Vorrei tirare il freno come quello d’emergenza dei treni, fanculo la multa, e dire: “no aspetta un attimo non ributtarmi li dentro, non così velocemente”. E invece niente.
Arriviamo a Llanes, questa volta il campeggio è pieno. Andiamo in area camper, c’è il mondo, duecento forse più tra caravan, furgoni, macchine. Compriamo una bottiglia di Rijoa, del formaggio, e una volta parcheggiato saliamo a piedi sul mirador “TANA”. Sono quasi le otto. Il cielo è sempre nuvolo. Siamo in tanti a salire, tre, quattrocento persone, tutti hanno occhiali, sedie, asciugamani, bottiglie. La vista è magnifica. Atlantica, oceanica. C’ è delusione, non si vede niente. I bimbi si lamentano. Piano piano sembra abbassarsi un po’ la luce, poi all’improvviso, sbam, un minuto. Tutto diventa nero, freddo. C’è solo una sottile linea arancione all’orizzonte. Siamo come le scimmie davanti al monolite di “2001”di Kubrick. No, non saltiamo urlando, applaudiamo. Applaudono tutti, la natura, lo spettacolo di qualcosa che ti fa stare con la testa in su e la bocca aperta. E’ un attimo, un minuto, poi torna il sole. Altro applauso, forse più di sollievo. Tutto torna normale, torna il sole che qui tramonta molto più tardi. Si prendono le sedie si torna a casa. There is no dark side of the moon. Anche qui non resta che tornare
indietro.
Asturie, 2026 dodici agosto, 830 km di strada, sole nero, collina, gente, silenzio, nero, sedie, bambini, nuvole, verde, mare, sole nero, applausi, applausi, eclisse, sedie, cammino di Santiago, gente che ride, mangia, applausi, camper, bici, sudore, mare e mare a destra, puzza dei miei vestiti, silenzio, ore di silenzio, 95 pedalate al minuto, carboidrati, fatica, sorrisi, campeggi, aree di sosta, strade, sentieri, salite tante; conchiglie, nebbia, La Galeria, un bicchiere rotto, formica, Lea, vanlife, le coordinate del faro di Fisterra, un promontorio. Nero.
Il cielo è scudo labile e tenue
Ammalia il vuoto e il nulla seduce
Avanza il lato oscuro, s’alza s’innalza abbaglia
Mi ruba gli occhi ed ero cieco già
Mi ruba gli occhi ed ero cieco gia
Lo so lo so
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Fabio Lugarini
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